30 novembre 2006

How to be evil


How to be good è il titolo di un bel libro di Nick Hornby (autore di About a boy, credo che in italiano sia stato tradotto come Un ragazzo), che parla di cosa significhi essere una "brava" persona. Una donna che ha sempre creduto di essere tutto sommato "buona" - fa il medico per il servizio sanitario pubblico, ricicla, fa volontariato - è testimone del cambiamento di suo marito conseguente all'incontro con un santone - da cinico egoista, l'uomo si trasforma in una persona veramente buona secondo gli stessi principi che lei afferma di cercare di seguire: dà via i giocattoli del figlio a chi ne ha più bisogno, smette di consumare risorse non rinnovabili (tutte), adegua i suoi consumi a quelli che sarebbero se si dividesse esattamente la ricchezza del pianeta fra tutti quelli che ci vivono. Il risultato è a tratti esilarante ed allarmante - soprattutto per quelli di noi che hanno sempre cullato l'illusione di essere, appunto, buoni.

A volte ho l'impressione, da quando mi sono trasferito in questo Paese, di star seguendo il percorso esattamente opposto. Quando ero in Italia ero un dipendente pubblico; ho lasciato il lavoro perchè mi ci trovavo male, anzi malissimo, volevo provare un modo di lavorare diverso, con maggiori responsabilità, ma senza passare per il periodo di servitù della gleba che in Italia sembra essere propedeutico a qualunque lavoro serio nel settore privato (almeno nel campo dell'informatica), così mi sono trasferito all'estero, in un Paese in cui il lavoro nell'informatica si trovava senza grosse difficoltà. Primo passo verso il Male: dal pubblico al privato.

Il primo lavoro qui non era male: la compagnia lavorava nel settore dei media, si occupava di content management ed aveva clienti come Sony, Warner Music, MTV, media alternativi, piccole compagnie di produzione indipendenti di Notting Hill. Faceva parte di una scena culturalmente attiva, interessante, poi avevamo gli uffici fra Camden Town e Primrose Hill e andavamo a bere nello stesso pub in cui Ewan McGregor occasionalmente si sbronzava e faceva a pugni col primo che capitava. La compagnia era anche sempre in rosso (è finalmente fallita poco dopo che l'ho lasciata), più per scarse capacità di gestione che per mancanza di lavoro, comunque si trattava di un lavoro moralmente accettabile, anche se lavorare per grosse case discografiche come Warner e Sony (erano gli anni di Napster e del DMCA, ricordiamocelo) qualche remora morale la causava. Ad ogni modo potevo mettere a tacere la mia coscienza: aiutavamo piccole case ad emergere o a stare a galla, ospitavamo i siti di produzioni teatrali alternative, spesso per una miseria, quando pure il boss si ricordava di farsi pagare, e insomma eravamo, appunto, ancora buoni.

Col secondo lavoro ho fatto un altro passo verso il Male: sono andato a lavorare nella City, centro nodale della finanza internazionale. Lavoravo (lavoro ancora) per una multinazionale americana (altro passo in direzione del Male) che fornisce servizi a banche d'investimento. Posso ancora, con qualche difficoltà, mettermi a tacere la coscienza: quello che facciamo è produrre sistemi per permettere alle aziende di non violare la legislazione Sarbanes-Oxley, introdotta negli USA per impedire altri scandali à la Enron/Worldcom, e sistemi per la valutazione del rischio; in altre parole, col mio lavoro (mi dico) faccio sì guadagnar soldi a Merrill Lynch, JP Morgan, Morgan Stanley, ma faccio anche rispettare le leggi che dovrebbero proteggere i piccoli risparmiatori, e con gli strumenti di valutazione del rischio aiuto a proteggere i grandi fondi pensione, i piccoli risparmiatori che si affidano alle banche o alle grandi investment houses, chi sottoscrive polizze vita. Insomma, è un po' tosta, ma la mia coscienza non rimorde ancora troppo.

Adesso c'è un problema: starei cambiando lavoro. Voglio dire, io e Mrs. Inminoranza abbiamo deciso che basta perder tempo, è il caso di comprar casa, finalmente; qui l'entità del mutuo che le banche ti concedono è strettamente legata all'entità del tuo stipendio, e con i prezzi degli immobili a Londra, se vuoi una casa in un quartiere appena decente, vicino a scuole decenti (il gene egoista preme), di dimensioni decenti - niente di speciale, stanza da letto, soggiorno, sala per i server, che Mrs. Inminoranza continua curiosamente a chiamare "stanza del bambino" - devi guadagnare letteralmente una fortuna. Per capirci, per comprar casa nel quartiere in cui vivo adesso ci vuole come minimo un reddito annuo (lordo) di circa 60-70.000 sterline o un reddito familiare (per un mutuo congiunto) di 80.000 sterline. A meno di essere un chirurgo, un avvocato o roba del genere, c'è praticamente un solo modo per guadagnare quel genere di soldi a Londra; lavorare nella City per una banca d'investimento.

Passo finale: andare a lavorare direttamente per l'Impero del Male, JP Morgan, Deutsche Bank, Goldman Sachs, per quelli che decidono le sorti di intere economie, che ci hanno regalato la bolla delle dot com, il debito africano, il crollo delle economie orientali, i "pacchetti" della World Bank e del Fondo Monetario Internazionale.

Mentre studio e mi preparo per i colloqui, continuando a ripetermi che quegli stipendi e quei bonus significano una bella casa, belle vacanze, una buona scuola per un eventuale figlio, magari anche una scuola privata alle superiori, e poi Cambridge, Oxford o il King's College senza costringerlo/a ad indebitarsi col prestito universitario, non riesco a non pensare a quella vecchia barzelletta del tizio che si rivolge alla donna seduta vicino a lui al bancone del bar e le chiede "Signora, me la darebbe per 100 Euro?" "Ma come si permette?! Certo che no!" "E per 1000?" "Ma la finisca e mi lasci in pace! Non si permetta!" "E per un milione di Euro, me la darebbe?" "Beh, per un milione... insomma..." e l'uomo sospira e fa "Lo vede, signora? Le puttane ci sarebbero, sono i soldi che mancano"

29 novembre 2006

Risolto un problema


Col suo caratteristico piglio decisionista, l'amministrazione Bush ha risolto il problema della fame negli Stati Uniti. D'ora in poi il Department of Agriculture non userà più i termini "hunger" e "hungry" in riferimento ai (peraltro pochi) milioni di americani che non possono permettersi abbastanza da mangiare, definendoli invece come persone che "are experiencing very low food security".

La prossima settimana, i neri imbottiti di 50 proiettili dalla polizia di New York non saranno più "dead" ma "vitally challenged", ed entro il prossimo mese circa mezzo milione di iracheni verranno riclassificati come "experiencing vital-signs-related inactivity".

Che bella cosa il vocabolario.

27 novembre 2006

Schiavitù


L'anno prossimo si celebra il duecentesimo anniversario dell'abolizione della schiavitù in Gran Bretagna e nelle colonie. Il governo inglese conta di celebrare l'evento anche con la presentazione di scuse ufficiali (e dunque con un'ammissione nazionale di colpa, molto in ritardo) a tutti i discendenti degli schiavi deportati.

About bloody time, viene da dire. Non è che ce ne siamo accorti mercoledì scorso, che la schiavitù è un crimine contro l'umanità. Credo che ogni nazione farebbe bene a dare un'occhiata alle colpe del proprio passato, ad ammetterle, a discuterle, a chiedersi perchè se ne è macchiata, e cosa ha fatto per impedire che episodi simili si ripetano (se ha fatto qualcosa: e se no, perchè, e se non sarebbe il caso di fare un esame di coscienza), e nel caso a chiedere scusa. Che non sarà un grande aiuto per i morti nelle navi negriere, ma ci sono ferite che durano molto a lungo, ed ogni gesto apparentemente astratto come queste aiuta un po' a cicatrizzarle.

Quello che mi lascia un tantino perplesso, invece, è la campagna lanciata da Rendezvous of Victory, che chiede di aprire un dibattito nazionale sul risarcimento dovuto ai discendenti degli schiavi. Inizialmente l'idea non era male: i discendenti degli schiavi africani fanno causa al governo inglese, e se vincono, invece di ricevere i soldi per sè, li usano per cancellare il debito delle nazioni africane. Questa proposta è passata in secondo piano da quando il govenro inglese ha deciso di cancellare gradualmente il debito africano senza contropartite, e adesso, come diceva Esther Stanford su BBC Radio 4 oggi, si parla di risarcimenti diretti ai discendenti degli schiavi e, per qualche motivo, in particolare a quelli che lavorano per rinforzare l'eredità africana e la diversità culturale della minoranza nera, ossia ad Esther Stanford e agli altri attivisti di Rendezvous of Victory (il podcast si può scaricare dal sito del programma, Today). Le "reparations", secondo Ms. Stanford, dovrebbero essere "totali": culturali, sociali, familiari, economiche. Riunificazioni familiari finanziate interamente dal governo fra rami europei ed africani delle famiglie, alterazione dei programmi scolastici per introdurre elementi di lingue, culture e religioni africane, e così via. E poi, naturalmente, ad ogni singolo discendente degli schiavi, i discendenti degli schiavisti (tramite il loro governo) dovrebbero pagare in solido danni morali e materiali secondo gli standard del XXI secolo.

Mi spiace, a costo di suonare razzista, insensibile ai diritti delle minoranze o quant'altri, devo dire che Esther Stanford non mi ha convinto affatto. L'idea, molto in voga fra un certo tipo di attivisti ma storicamente inesatta, che la tratta degli schiavi fosse un fenomeno esclusivamente bianco non sta in piedi, è strumentale, e viene sostenuta semplicemente liquidando intere nazioni africane, e un'intera economia che arrivava fino alla penisola araba, come "pochi africani costretti dai bianchi a compiere queste azioni terribili contro la loro volontà"; i loro discendenti non sono in alcun caso responsabili della schiavitù: solo gli europei bianchi, tutti, sono responsabili della schiavitù e devono pagare i danni; una domanda apparentemente ragionevole del giornalista, viene allo stesso modo liquidata sommariamente (e con una punta di razzismo all'incontrario): perchè un governo, oggi, dovrebbe essere considerato moralmente, prima ancora che finanziariamente, responsabilie di eventi accaduti due o trecento anni fa? Gli abitanti del Northumberland hanno il diritto di citare in giudizio per danni il governo norvegese per le scorrerie vichinghe del X secolo? La risposta è una magistrale svicolata: non mi aspettavo nulla di più che una domanda simile da uno come lei (i.e. un bianco), è una domanda paternalista e razzista, e noi stiamo parlando dei danni da schiavitù e degli africani, non di qualche vichingo. Ossia, intanto pagate, poi se ce la fate, senza giocare la carta del vittimismo perchè siete bianchi, provate a cavare quattrini dai norvegesi.

Una ammissione di responsabilità morale da parte di una nazione è un atto quantomeno dovuto. Un risarcimento ai figli, ai nipoti di vittime di crimini contro l'umanità è almeno altrettanto giustificato. Un risarcimento duecento anni dopo non ha alcun senso, ed apre la via ad un vespaio. Ho diritto ad un risarcimento dallo Stato italiano perchè un garibaldino ha preso a schiaffi la mia trisnonna? Posso avanzare pretese sulla busta paga di Mrs. Inminoranza perchè lei discende dai normanni che hanno invaso la Puglia, ed io almeno per un pezzetto da qualche pirata berbero/saraceno/turco e per il resto da contadini pugliesi da millanta generazioni, e quindi ad un certo punto è matematico che un suo bis-bis-bis-bis-qualcosa ha sbudellato un mio bis-bis-bis-bis-qualcosa per non aver pagato la tassa sul macinato?

(a questo proposito, com'è la composizione etnica dei miei tre lettori? Sento odore di cause miliardarie...)

Scazzi


Stanotte, verso le 3, Mrs. Inminoranza ha sentito un rumore, e sospettando che un gatto estraneo ci fosse entrato in casa (è già successo, con conseguente rissa con i nostri tre felini) s'è alzata ed è andata in soggiorno, giusto in tempo per sentire un rumore di passi di corsa e la porta del giardino che si chiudeva. Qualcuno s'era appena involato col suo vecchio laptop (Acer 1360), il suo "nuovo" laptop (IBM Thinkpad R40, ex-mio), un mio zainetto, la mia borsa porta-laptop con dentro il lettore/masterizzatore del mio Dell 420, e, per motivi inspiegati, anche una fondina da sport per l'iPod (una di quelle da mettere al braccio) e il cavetto di sincronizzazione del mio iPod. Ah, e s'è anche fregato una turkish delight, una gelatina alla rosa coperta di zucchero a velo per cui Mrs. Inminoranza ha sviluppato una forma grave di dipendenza.

Ammirevole risposta della polizia: fra la chiamata al 999 e l'arrivo della prima pattuglia sono passati meno di 5 minuti. L'unità cinofila è arrivata 20 minuti dopo, in 6 o 7 poliziotti più cane hanno controllato tutti i giardini circostanti per assicurarsi che il ladro non si fosse introdotto in altre case o non aspettasse che se ne andassero, e adesso io sono a casa ad aspettare che arrivi la tizia della scientifica a rilevare tracce e impronte digitali. Oddio, non lo prenderanno mai, e anche se lo prendono, un giudice da qualche parte decreterà che costringerlo a restituire i laptop sarebbe una violazione dei suoi diritti umani perchè lo priverebbe dell'accesso a Internet durante il periodo di affidamento ai servizi sociali sostitutivo della detenzione; ma la presenza di poliziotti solleciti ed apparentemente efficienti è comunque di qualche conforto, senza contare il divertimento a vedere CSI: London in azione ("Dalle tracce e dagli schizzi, il nostro laboratorio ha stimato che il miscuglio di birra e vindaloo sia stato vomitato ad una velocità approssimativa di 75 Km/h in direzione della vittima...").

Ovviamente, come capita a quasi tutti i mammiferi il cui home range sia stato violato da un competitore, sono incazzato come una serpe. Mrs. Inminoranza è molto contenta di non avermi svegliato immediatamente, perchè dice che a quarant'anni non è dignitoso che uno si metta a correre dietro ad un topo d'appartamenti brandendo un bokken. Sarà.

Disservizi


Se uno dei miei tre lettori mi legge tramite Sage o qualche altro aggregatore rss, avrà notato che sono comparsi decine di "nuovi" post negli ultimi giorni - in realtà post già pubblicati parecchi mesi fa.

A quanto pare Blogger Beta fa cose strane col feed rss, se un vecchio post viene modificato in qualsiasi maniera (sto cercando, a tempo perso, di taggarli tutti) lo considera nuovo e lo rimette in cima alla lista; Feedburner, povera anima innocente, si adegua.

Diciamo che per ora sono meno che affascinato dalle potenzialità di Blogger Beta; ma probabilmente è solo perchè non ho avuto un minuto di tempo per andare a sfrugugliare più in profondità.

24 novembre 2006

Conversioni


Mrs. Inminoranza è stata a far spese, e mi ha mostrato con un certo orgoglio i due francobolli semitrasparenti che conta di indossare al party di fine anno della Zoological Society of London - a cui andrà senza di me perchè da queste parti usa così.

Mi chiedo, e chiedo ai miei tre lettori che magari se ne intendono di più, ce la faccio in tre settimane a convertirmi all'Islam (versione wahabita/salafita) e a imporle il burqa?

Dagli antipodi


Dalla Nuova Zelanda, oltre alle pecore, ogni tanto arriva un blog interessante. Hakmao, per esempio, sarebbe una ragazza perfetta se non fosse per quella sua curiosa fissazione che l'Australia avrebbe dovuto battere l'Italia agli ultimi Mondiali (for the last time: there bloody well WAS a penalty!).

In particolare questo post riprende un'idea interessante a proposito dei pregiudizi di qualcuno su chi sia pronto per la democrazia e chi no.

21 novembre 2006

Promemoria ciclistico


Evitare Born to Run nella playlist mattutina. Tende a mettere strane idee in testa

19 novembre 2006

Dice Mmax


Mmax, l'anziano padre del mio caro amico Matteo, mi accusa di avergli scippato idee ed opinioni nel mio post precedente. Ricambio: questo qui è un post che da diversi giorni avrei voluto scrivere io.

Dacia Valent a volte farebbe incazzare un santo, quando ci si mette si vede che lo fa apposta a scrivere cose da far rizzare i capelli, ma tutta la storia della "rapina" al massimo può far ridere.

Il mondo come dovrebbe essere


È fenomenale come persone anche dotate di innegabile intelligenza sembrino a volte ridurre i propri processi mentali al livello di quelli di un bradipo, quando considerano il mondo come dovrebbe essere e come invece è.

Molti di noi sono perfettamente coscienti, ad esempio, che in un mondo perfetto le automobili eviterebbero da sole gli ostacoli, resterebbero attaccate al terreno anche facendo un tornante in discesa a 240 all'ora e potrebbero colpire un platano a qualunque velocità senza il minimo fastidio per gli occupanti; solo un cretino, però, in virtù di questo si metterebbe a fare i 240 all'ora su una strada di montagna con una Punto col motore truccato.

Disgraziatamente, non sempre la distinzione fra ciò che dovrebbe essere e ciò che è risulta così evidente, e capita sempre più spesso (almeno a me: sarà che sono sfigato) di scontrarsi con gente che non ha ben chiara la linea di demarcazione. La prima volta che sono incocciato in questo genere di mentalità è stato ormai molti anni fa, davanti al primo PC IBM. Il PC IBM non aveva un reset hardware: quando la macchina s'inchiodava, l'unica cosa da fare era spegnerla e riaccenderla - cosa che diventò sempre più problematica, soprattutto con l'arrivo degli hard disk. Il PC IBM non aveva il tasto di reset, ricordo (articolo su Computer Language, credo, o su Dr. Dobb's Journal) perchè, diceva un membro del design team di IBM, del software ben scritto non dovrebbe mai andare a sfrugugliare in aree riservate della memoria e in generale andare a sovrascrivere segmenti protetti facendo ingrippare il computer. Che è come dire che in autostrada un guardrail non serve perchè un'auto ben guidata non dovrebbe mai uscire di strada. Anzi, peggio, che su un'autostrada senza guardrail, inutile in quanto un'auto ben guidata non esce di strada, non ci dovrebbero essere ambulanze.

Un altro simpatico aggeggino che non ha un reset hardware è l'iPod, di cui un pregevole esemplare con schermo a colori e 80 GB di disco siede qui sulla mia scrivania in questo momento, in attesa dell'apertura dell'Apple Shop e del banco di assistenza (sì, lo so, menu + select: ma quello, come ctrl+alt+delete, non è veramente un reset hardware, e infatti in questo caso non funziona). L'iPod non ha un tasto di reset perchè, dice Apple, iTunes non dovrebbe mai inchiodare un computer mentre aggiorna l'iPod, ingrippandolo a sua volta in maniera terminale.

La politica, poi, specie qui in Europa, è piena di gente che regola la propria azione su ciò che è in base alla visione di ciò che dovrebbe essere. In un mondo perfetto, le cancellerie europee non avrebbero riconosciuto con fretta eccessiva Croazia e Slovenia, spingendo così verso il crollo della federazione yugoslava e, alla lunga, la tragedia bosniaca; dunque l'Europa non poteva/doveva intervenire in Bosnia per fermare il massacro, perchè in un mondo perfetto questo massacro non sarebbe mai cominciato. In un mondo perfetto, gli USA non avrebbero mai appoggiato i Talebani (non l'hanno fatto: ma è una di quelle cose, come il massacro di Jenin, il fosforo bianco a Falluja e i missili Cruise, aerei teleguidati, ologrammi e dischi volanti su New York l'11 Settembre, che a furia di ripeterle sono diventate verità rivelata per un sacco di gente e starle a discutere è fatica sprecata); quindi bisogna andarsene dall'Afghanistan perchè la situazione afghana non dovrebbe esistere, e, ancora, bisogna regolare il proprio comportamento non in base a ciò che è, ma in base a ciò che dovrebbe essere.

I tagli alla spesa? Non vanno fatti: perchè i buchi, anzi le voragini, del bilancio italiano sono colpa di Berlusconi, che in un mondo perfetto non sarebbe diventato neanche accalappiacani comunale. Andiamo tutti a manifestare per impedire a Prodi di mettere riparo ad una situazione che non avrebbe dovuto verificarsi.

L'Iraq? L'Iraq non avrebbe dovuto essere invaso, quindi, adesso bisogna andarsene e lasciarlo in mezzo ai casini, perchè la situazione attuale è conseguenza di qualcosa che non doveva succedere.

Gli esempi continuano all'infinito. Siamo circondati di gente che ha in mente un mondo perfetto, roseo e felice, ed è perfettamente disposta a battere i piedini e trattenere il respiro finchè papà e mamma non glielo comprano.

15 novembre 2006

Democracy Now


Quello di Democracy Now! è un podcast che cerco di non perdermi mai, una delle poche fonti di informazione indipendenti dall'interno degli USA (certo, è di parte: chi non lo è? Ma è, se non del tutto imparziale, realmente indipendente).

Il podcast di oggi, o meglio di ieri sera, era particolarmente interessante, e conteneva un'intervista al brigadiere generale Janis Karpinski. Per chi, come me, ha una pessima memoria per i nomi, sarà il caso di ricordare che Janis Karpinski era al comando della famigerata prigione di Abu Ghraib quando scoppiò lo scandalo delle torture, ed è il militare USA più alto in grado ad aver ricevuto una punizione per gli eventi di quei giorni.

Chi ha seguito i fatti in quei giorni sa che il caso di Abu Ghraib era ben lungi dall'essere l'unico in Iraq, e se è venuto alla luce è solo perchè era la punta dell'iceberg di una lotta che si combatteva al Pentagono da prima del 2003, fra i militari di carriera, che volevano un sistema meritocratico, e la cricca di Rumsfeld e degli ultraconservatori, che volevano fra le altre cose escludere completamente le donne dalla carriera militare. L'unico motivo per cui il caso Abu Ghraib esplose, invece di passare completamente sotto silenzio, fu proprio la presenza di Janis Karpinski - donna, generale di brigata, addestrata con le forze speciali; un capro espiatorio perfetto, un caso esemplare, da presentare alla stampa in catene per "provare" che le donne nelle forze armate non ci potevano stare: non è un caso che poco dopo lo scoppio dello scandalo il DoD passò una nuova serie di regolamenti che riducevano di molto gli impieghi operativi delle donne in prossimità di zone di combattimento.

Tanto il caso fu montato, che la Karpinski dovette essere punita amministrativamente e degradata a colonnello prima di essere più o meno costretta a lasciare le forze armate: non si arrivò mai ad un processo, dove avrebbe potuto dire le stesse cose che dice nell'intervista, ossia che lei non era al comando di Abu Ghraib ma comandava amministrativamente 17 prigioni in Iraq; che Abu Ghraib era stata posta sotto il suo comando con lo scopo esplicito di chiuderla e trasferire i pochi prigionieri ad altri siti, ma che l'incompetenza dell'intelligence militare e la dottrina Rumsfeld di "lasciare mano libera" alle forze incaricate dei rastrellamenti l'avevano riempita oltre i limiti, costringendo l'amministrazione ad impiegare come guardie carcerarie non i pochi MP assegnati ad una prigione in corso di chiusura, ma letteralmente chiunque si trovasse lì ed indossasse un'uniforme; che i militari dell'intelligence che conducevano gli interrogatori erano stati esplicitamente sottratti al suo comando, così come gli MP che gli ufficiali dell'intelligence avevano cooptato per farsi aiutare; tutte cose che avrebbero spostato l'attenzione dei media verso i veri responsabili dello scandalo.

Questo non era accettabile - per cui le fu offerta una via d'uscita onorevole in cambio del suo silenzio. Una punizione amministrativa, pensione, full benefits; dopotutto, anche come responsabile amministrativa, avrebbe avuto le sue brave responsabilità se si fosse andati ad un vero e proprio processo, specie se il DoD avesse deciso di andare il più a fondo possibile: ci sono molti modi per far apparire la riduzione in grado e il pensionamento come prospettive attraenti.

Tanto, di nuovo, il caso fu montato, che al processo per crimini di guerra a Donald Rumsfeld che sta venendo intentato in Germania, il colonnello (a riposo) Janis Karpinski è stata convocata - ma come testimone, non come imputato.

Per qualche motivo, in Europa il caso fu presentato in maniera molto semplice. La stampa di destra, ovviamente, si limitò a seguire la linea indicata dal Pentagono: la catena di responsabilità si fermava al comandante della prigione (e le donne sono emotivamente troppo fragili per i compiti di prima linea); mi lascia un po' più perplesso che anche la stampa di sinistra non abbia mai scavato un tantino più a fondo nella faccenda, gridando genericamente allo scandalo e al Grande Satana (tm) e dipingendo la Karpinski, per quel che mi ricordo, alternativamente come una vittima presa in mezzo a circostanze più grandi di lei e una specie di angelo della morte dei nostri tempi.

14 novembre 2006

Cold Turkey


"To go cold turkey", letteralmente, ridursi ad un piatto freddo di tacchino, significa farsi la crisi d'astinenza smettendo improvvisamente, senza una riduzione graduale, di assumere una sostanza a cui si era assuefatti. Mi dicono derivi dalla sensazione tattile della propria pelle quando ci si sveglia di notte in preda alla crisi: fredda, umidiccia, come un piatto di tacchino arrosto appena preso dal frigo. Passare da trenta sigarette al giorno a zero, per esempio, è un cold turkey mica da ridere; smettere alla stessa maniera con la Nutella, almeno a sentire i medici, è del tutto impossibile.

Il servizio carcerario di Sua Maestà è stato in questi giorni portato davanti ad un giudice da un paio di centinaia di carcerati che, una volta in prigione, hanno dovuto smettere di drogarsi e "go cold turkey" o sottoporsi alla terapia di disintossicazione: cosa che paragonano nella denuncia ad una violenza fisica e ad una violazione dei loro diritti umani.

La direzione del servizio carcerario ha deciso, paradossalmente, di non andare affatto in tribunale, ma invece di patteggiare un accordo extragiudiziario: ogni detenuto che sia stato costretto, in violazione dei propri diritti umani, a smettere di comprare eroina mentre era in carcere, riceverà qualche decina di migliaia di sterline a compensazione della violenza subita.

Ci sarebbero molti commenti da fare, ma, anche se questo non è un blog per famiglie (tm), preferisco astenermi. Son contento, comunque, che i soldi delle mie tasse vengano usati in questo Paese per proteggere i diritti umani o per risarcire le loro violazioni.

10 novembre 2006

E intanto, la vera minaccia...


...passa inosservata.

Il Ministero della Difesa inglese ha chiuso l'ufficio X-Files, e il suo ex-direttore denuncia: la Terra è indifesa davanti ad un'invasione aliena.

You can't make it up, come dicono qui.

08 novembre 2006

Nobel per la pace


Per i gay. Per la precisione, per i gruppi gay che organizzano il Gay Pride. Sono praticamente l'unica forza che è riuscita a mettere d'accordo destra israeliana e fondamentalisti islamici palestinesi. Se lo meritano...

Hat tip: The Trots.

È anche il caso di leggere i post di Ipazia e Mmax.

Privacy


Un bel post (in inglese) su Pootergeek, a proposito dei problemi della privacy. Personalmente, su questo argomento mi ritengo un eretico: non ho ancora sentito una sola argomentazione che mi convinca che quella alla privacy è una minaccia immediata, forte, a cui è critico rispondere.

Mi spiace, proprio non ci arrivo. Il fatto che un marketing manager da qualche parte sappia che mi piace comprare biancheria porcella a mia moglie, o che una volta all'anno mi coglie l'irrefrenabile impulso di mangiare un hamburger, mi infastidisce (soprattutto per il fatto che lui, poi, su queste informazioni ci lucra) ma mi sembra minaccioso quanto le tabelle di rischio di mortalità delle assicurazioni. Un sacco di gente conosce i fatti miei? Bella scoperta, li scrivo qui tre-quattro volte a settimana! (a proposito, tutti e tre i miei lettori sono perseguibili a norma di legge per aver letto i ca**i miei senza il mio esplicito consenso al loro trattamento e lettura).

Dice, ma che succede se arriva al potere una cricca come quella di Enemy of the State? Che succede se si intrufolano in tutti i database e vengono a sapere di tutti i nostri segreti attraverso la raccolta di informazioni, tipo che non è affatto vero che quei tre hard-disk erano in offerta speciale come ho detto a Mrs. Inminoranza, ci ho speso un pozzo di soldi ma volevo vedere cosa si prova ad avere un terabyte di spazio sul mio PC?

La risposta è semplice: succede che se gente di quel tipo arriva al potere, non ha bisogno dei database per ricattarmi: ha a disposizione ben di peggio che informazioni sui miei pattern di spesa o sui pub che frequento, ha a disposizione dei signori in uniforme, dotati di armi da fuoco, dell'addestramento per usarle e di ben poche remore nell'eseguire gli ordini, come alcuni membri dell'IRA in vacanza a Gibilterra, diversi Mujahiddeen del Popolo iraniani ed uno sfortunato elettricista brasiliano potrebbero testimoniare - mediante seduta spiritica. Questa gente, per il fatto stesso di essere al potere, avrebbe il pieno controllo degli uffici pubblici attraverso cui tutta la mia vita deve passare, potrebbe, con una telefonata, far revocare la mia patente, far rimuovere la mia auto, farmi perdere il lavoro, "smarrire" i miei documenti di residenza.

Vivere nella paranoia in cui certa gente oggi cerca di farci vivere, per via del fatto che una telecamera a circuito chiuso mi riprende quando vado in banca, è molto peggio che sbagliato: è idiota; perchè tutto questo, ripeto, diventerebbe un pericolo solo nel momento in cui arrivasse al potere un governo effettivamente criminale, intenzionato a violare massicciamente e costantemente le leggi ed in grado di passarla liscia; e se potesse farlo, non si capisce perche si dovrebbe concentrare sui miei acquisti o su quante volte al giorno vado in banca quando potrebbe molto più facilmente sguinzagliarmi dietro polizia, ufficio delle tasse ed unità antiterrorismo.

Vi preoccupate delle telecamere? No, dico, avete mai notato che attraversando una qualsiasi città italiana passate davanti a due-tre pattuglie di polizia e carabinieri, armati con pistole e mitragliette? A me pistole e mitragliette sembrano abbastanza più pericolose delle telecamere.

Il problema non sta nella presenza o meno di dati personali in un database. Il problema sta nell'avere o meno un corpus di leggi che ne prevengano l'abuso anche quando non ne riteniamo il diretto controllo. Il problema non sta, in altre parole, nel fatto che i poliziotti abbiano o meno le pistole o le mitragliette, e non sta nella nostra capacità di farle inceppare a distanza, se necessario, o nell'avere tutti i giubbotti antiproiettili - il problema sta nell'avere una forma di Stato con delle leggi che prevengano l'abuso del potere che la polizia non solo ha, ma deve avere per poter lavorare efficacemente. Perchè se abbiamo uno Stato fondamentalmente disonesto, un potere senza controllo (anche, magari, per via del disinteresse dei cittadini), allora abbiamo problemi, e i problemi non stanno nel fatto che lo Stato sa che compro biancheria porcella, ma nel fatto che mi può rinchiudere e torturare tutta la notte nella caserma di Bolzaneto, senza dover rendere conto a nessuno. Se riusciamo a cancellare il secondo problema, il primo perde importanza; e finchè il secondo esiste, il primo è poco più che un fastidio.

Ah, e a proposito di Enemy of the State, vale appena la pena di far notare due cose: primo, che persino lì i cattivi devono creare dal nulla informazioni false per compromettere Will Smith, sapere i fatti suoi non è sufficiente (e in questo il film in effetti contraddice il proprio stesso messaggio, ed è costretto a farlo perchè il messaggio è di per sè contraddittorio: la conoscenza dei fatti vostri è un pericolo anche se non avete fatti vostri che sia pericoloso far conoscere); e secondo, che se proprio dovete indirizzare la vostra azione politica in base a dei film, per carità almeno cercate di farlo in base a film di Loach o Truffaut, non polpettoni d'azione americani.

06 novembre 2006

Riunioni


Mrs. Inminoranza è finalmente tornata a casa, e direi che i tempi sono maturi per una serata fra blogger italo-londinesi. Pensavo che il prossimo weekend sarebbe perfetto: magari, come ho detto, da Cotton's (col caveat che si tratta di un locale dannatamente caro), sennò c'è, mi dicono, una pizzeria quasi decente a Muswell Hill, oppure ci si può rifugiare allo Spaniards' Inn ad Hampstead - da bravo north londoner, non credo all'esistenza di vita intelligente, figuriamoci di civiltà, a sud del Tamigi.

Fatemi sapere nei commenti. Ovviamente, mogli, mariti, amanti, cani, gatti e canarini sono identicamente invitati. Venerdì 10 o sabato 11 per me vanno bene, ma si può sempre rimandare di una settimana se ci sono problemi.

05 novembre 2006

Siamo alle solite


Glastonbury è una deliziosa cittadina del Somerset al centro delle tradizioni druidiche, paleocristiane ed arturiane di questo Paese. Si vuole che in epoca romana il Glastonbury Tor, il colle circondato dalle paludi, fosse quanto di più vicino i druidi avessero ad un Vaticano; si vuole che all'età di nove anni Gesù sia venuto ad apprendere la sapienza dei suddetti druidi; che Giuseppe di Arimatea vi abbia temporaneamente lasciato il Graal; che, fra gli altri, Artù vi sia stato educato.

Oggi Glastonbury è un grazioso borgo che vive della sua fama newage, di decine e decine di negozi di bacchette magiche, oli mistici, incenso, tarocchi, statuette di Gandalf, Artù e Iñigo Montoya (q.v.) e ovviamente di sfere di cristallo; ci ho festeggiato il mio primo anniversario di matrimonio e devo dire che nonostante, o forse proprio a causa della mia totale avversione per newage e fuffa in genere, l'ho trovata adorabile.

Questo weekend, disgraziatamente, un branco di fondamentalisti religiosi è disceso sulla città, marciando per le vie del centro, urlando slogan, insultando i turisti, aggredendo anche fisicamente i proprietari dei negozi e coloro che uscivano da ritrovi evidentemente pagani, ed attaccando un negozio un po' più isolato. Lo scopo dichiarato era quello di fare pulizia dei pagani e dei miscredenti, concentratisi nella città per il festival di Halloween e poi fermatisi per il weekend.

Come al solito, la polizia ha pensato bene di lasciar fare per evitare di inasprire lo scontro; pare che ogni volta che dei fanatici religiosi scendono in strada a intimidire chi si fa gli affari propri, la polizia scopra che i diritti dei bulli sono assolutamente inviolabili (update: pare che almeno uno sarà perseguito per incitamento all'odio religioso).

Chi mi conosce sa che non sono una persona particolarmente intollerante, anzi: ma a tutto c'è un limite, e credo sinceramente che si debba tracciare una linea di demarcazione, si debbano porre dei paletti, stabilire delle regole, e dire chiaramente, e con forza, che chi le regole non vuole o non è capace di rispettarle può fare i bagagli e lasciare la Gran Bretagna. La misura, come si suol dire, è colma: o i cattolici si impegnano a rispettare la libertà assoluta di religione, o se ne possono anche andare.

Duetto


Il video segnalato da Massimo, che ho riportato nell'altro post, mi ha fatto tornare in mente questo, un tantino più vecchio, che mi pare abbia segnato l'inizio del massacro videoblogghesco dei politici britannici.

Come dice qualcuno nei commenti su YouTube, la cosa che fa veramente paura è che è stato sufficiente prendere spezzoni di un singolo discorso di Tony e di uno di David per arrivare a questo risultato.






Friggin' genius


M'ha provocato un attacco inarrestabile di ridarella...




Hat tip: How am I driving?