31 luglio 2007

Gatti e squali


Ho sempre pensato che un blog salta lo squalo quando comincia a parlare di gatti. Ciononostante, vorrei dedicare due parole a Long John Silver:




Long John Silver é arrivato nella mia vita quasi esattamente dieci anni fa, quando all'uscita dal campus dell'università di Bari mi sono trovato davanti un gattino di circa tre mesi che era stato picchiato tanto selvaggiamente da farmi dubitare che sarebbe sopravvissuto. E' uscito da quell'esperienza perdendo una zampa ed un occhio, e con traumi che gli durano ancora - mentre quando é su una poltrona o su un letto é il gatto più dolce del mondo, quando é a terra nessuno gli si può avvicinare senza causargli una crisi di panico.

Adesso é un delinquente che gira per giardini aggredendo e picchiando, nonostante la tarda età e le tre zampe, i gatti inglesi colpevoli di insidiare la micia di casa, e cercando di violentare qualunque forma di vita di sesso potenzialmente femminile passi per il nostro giardino, inclusi una volpe e, si sospetta, dei ricci. Alcune sue, um, particolarità anatomiche ci hanno indotto a sospettare che avremmo dovuto in realtà chiamarlo Long John Holmes.

Un paio di mesi fa abbiamo scoperto che anche Long John Silver, suo e nostro malgrado, é entrato a far parte del club. Per i gatti non esiste la farmacopea a disposizione degli esseri umani, il meglio che si può fare é una terapia sintomatica a base di corticosteroidi. La duplice fortuna é che Silver, come lo chiamiamo in casa, é relativamente avanti con gli anni, cosa che rallenta il tasso di propagazione della malattia, e che i gatti sono, a parità di tutto il resto, abbastanza più tosti degli esseri umani.

Non sono sicuro del motivo per cui ho deciso di assillare i tre lettori di questo blog con una questione eminentemente personale, se non per fare mio il consiglio che Scott Adams dà ai suoi lettori alla fine di uno dei suoi libri su Dilbert: se avete un gatto, un cane, un insetto stecco, smettete di leggere adesso e andate ad abbracciarlo. Se non ne avete uno, non posso che compatirvi.

29 luglio 2007

La flessibilità (reprise). Ovvero: Mitte pecuniam tuam ubi bucca est

Premessa e disclaimer: questo é un post pieno di bestemmie ed affermazioni contro la morale, quindi le persone impressionabili si astengano.

Premessa numero due: la frase a sottotitolo di questo post é quella che un giorno, quando mi faranno nobile, apparirà sullo stemma del mio casato (un monitor con un pinguino, un Barrett M82 e la testa di un utonto, su campo di BSOD). Spero di spiegare il perché nel corso di questo post.

Il post che ho scritto sulla flessibilità, la mia in particolare, credo abbia dato luogo a qualche fraintendimento. Intanto l’incipit, ci tengo a dirlo subito, era ironico: non è che fino a quando sentivo parlare di downsizing e flessibilità al telegiornale mi stava bene e quando poi è toccato a me ho avuto la conversione sulla via di Damasco. Le cose sono un po’ più complicate di così. Intanto non credo che la flessibilità vada bene per tutti; va bene per me, perché ho scelto così e perché sul lungo termine mi conviene; non va bene se sei un operaio della Rover e ti ritrovi in mezzo a una strada perché il governo inglese non vuole cacciare una cifra per salvare l’azienda pari al costo di un giorno di guerra in Iraq; va ancora meno bene in Italia, dove il concetto di ammortizzatore sociale è la stanza da letto degli ospiti di papà e mamma.

Quando sono venuto qui a Londra a fare questo lavoro, l’ho fatto perché si guadagnava bene e perché le soddisfazioni e le opportunità erano molte. A fronte di questo c’era un prezzo da pagare, ed era quello di accettare una forma forte di flessibilità sul lavoro. Certo è un gioco pericoloso, e ti tocca scommettere di essere abbastanza in gamba da poter trovare subito qualcos’altro se, come mi è appena capitato, la tua ditta decide di non avere più bisogno di te; nessuno ti obbliga a fare questa scommessa – c’è un milione di lavori più garantiti e sindacalizzati di questo. Meno pagati, certo, con minori opportunità di carriera, ma di gran lunga più sicuri. Se sei un operaio della Rover, comunque, la compagnia chiude solo dopo che per 10 anni si sono esplorate tutte le vie, e chiude solo in presenza, appunto, di forti ammortizzatori sociali e di un impegno pubblico forte a creare soluzioni alternative (non è un caso che oggi praticamente nessuno di quegli operai sia disoccupato, non solo, nessuno è un precario alla maniera italiana); se sei un informatico della City, nessuno muove un dito per te, ed è giusto così, perché guadagnare due o tre volte quel che guadagna l’operaio suddetto non può venire senza contropartite. Non solo: guadagni quel che guadagni anche grazie all’assenza di certe garanzie. Ancora, nessuno è obbligato ad accettare, non stiamo parlando di soggetti deboli e ricattabili.

La frase che fa da sottotitolo al post é ovviamente la traduzione latina (a braccio, e sono arrugginito: astenersi puristi) del modo di dire inglese (e americano) put your money where your mouth is, che ha sempre rappresentato per me un principio di fondamentale importanza. Non ho una grande opinione di chi tesse le lodi di un sistema solo finché a fare le spese delle conseguenze negative sono gli altri; l’esempio negativo classico, per me, sono i negozianti baresi che andavano a manifestare in piazza contro i supposti “privilegi” dei dipendenti pubblici, come ad esempio la pensione, e in nome del liberismo, tranne poi aspettarsi che l’intera città insorgesse in loro difesa quando Auchan e Oviesse e Carrefour cominciarono a fare loro “concorrenza sleale” (i.e. applicare ricarichi sotto il 150%). Se non altro per questo motivo, al di là di ogni altra considerazione, troverei immorale levare adesso alti lamenti contro i mali della flessibilità applicata al sottoscritto in questo contesto.

In fin della fiera, non sono mai stato un tifoso arrabbiato di un mercato del lavoro interamente flessibile: in Italia, per esempio, l’introduzione della flessibilità spinta in un mercato del lavoro malato ha creato un disastro, da un lato una generazione di servi della gleba senza possibilità di crescita, dall’altra imprenditori incapaci che hanno creduto di aver trovato il Santo Graal in una forza-lavoro a basso costo, intercambiabile, poco qualificata e poco remunerata, col risultato facilmente prevedibile di farsi surclassare da Cina e India. Quello che ho sempre pensato è che in un mercato del lavoro sano possano esistere ed esistano settori in cui si possa scegliere di essere flessibili con vantaggi reciproci per lavoratori e datori di lavoro; e questa realtà non cambia neanche se resto a casa a fare coccole al mio gatto e manutenzione straordinaria alla mountain bike e alla rete di casa per un paio di settimane. Per la precisione, questa realtà non cambia proprio perché resto a casa per non più di un paio di settimane.

P.S. Una nota a margine per Miguel Martinez, dovesse ripassare per questo blog. Nel tuo post definisci ironicamente Londra come "il migliore dei mondi"; c'é della meta-ironia in questo, perché tutto sommato ti avvicini molto a dire la verità. Londra é il migliore dei mondi per chi, come me, crede che il liberismo selvaggio sia un'aberrazione mostruosa; l'Italia, col suo precariato, con la disperazione della disoccupazione, con la lotta fra poveri per la difesa di pochi, miseri privilegi, é il migliore dei mondi per il capitalismo più beceramente sfruttatore. Un mondo in cui il precariato viene scelto, e compensato profumatamente, non é il paradiso degli sfruttatori; quello lo trovi dove il precariato viene imposto e sfruttato.

P.P.S. Grazie comunque del complimento. Superciuk da una parte e Bob Rock dall'altra sono sempre stati i miei eroi.

28 luglio 2007

Imbarazzo


Quando scopri che tua mamma legge il tuo blog.

24 luglio 2007

La flessibilità


Devo dire che la flessibilità è un concetto molto più condivisibile quando lo incontri al telegiornale che in sala riunioni.

Un mesetto fa mi chiamano in sala riunioni incimaincimaincima al palazzone. Un tipo con un accento che sembrava il cugino vaccaro di George Bush mi tiene lì per mezz'ora a spiegarmi che si sta riorganizzando tutto il settore IT, che vuole che lasci la mia business unit dove comunque, dopo il trasferimento e tre-quattro cambi di management, non è che succeda molto, e che lavori con un team europeo che si occuperà dei progetti IT, appunto, in tutte le sedi europee della compagnia. L'idea sembra interessante: la compagnia è quasi interamente Microsoft e ha pochi linuxari, epperò per un motivo o per l'altro ci sono qualcosa come 3-400 macchine Linux sparse in tutta Europa con pochissima gente che sappia esattamente come, quando e perchè siano state messe su e cosa facciano. C'è bisogno di qualcuno che razionalizzi l'infrastruttura Linux con un progetto organico, recluti due-tre persone e sistemi le cose entro un annetto al massimo. Interessa il lavoro?

Insomma, che dovevo dire? Gli ultimi mesi erano stati decisamente noiosi, e anche se avevo rinunciato (più che altro per pigrizia) all'idea di andare a lavorare per qualche grossa banca, di recente avevo nuovamente passato il CV ad un paio di reclutatori per vedere se trovavo qualcosa di più interessante. Accetto, ovviamente, il tipo mi dice che passerà le carte a quelli delle risorse umane ed entro una settimana o due passo al nuovo lavoro. Telefono ai reclutatori e gli dico di soprassedere perchè qui le cose hanno preso una piega più interessante.

Attesa.

Dieci giorni fa J., il mio manager mi chiama per un meeting. Nella saletta, assieme a lui, c'è una tipa delle risorse umane, che raramente è un buon segno. Passo qualche secondo a chiedermi quando posso aver detto "tette" ad alta voce o dichiarato di essere ateo offendendo gli appartenenti a tutte le religioni. Non mi viene in mente niente.

J. mi fa il classico sorriso falso da manager che riserva di solito alle volte che devo passare la notte in qualche sala server dall'altro capo di Londra e mi fa "Eugenio, sono molto spiacente di comunicarti che è stata presa una decisione strategica su Linux, di ridurne la presenza fino ad eliminarlo, e questo purtroppo non giustifica la presenza di un sistemista a tempo pieno in questa business unit, pertanto a partire da questo momento devo metterti in redundancy warning"

Due parole di spiegazione - il redundancy warning è un fenomeno legato alla flessibilità sul lavoro. Sei licenziabile, ma hai una lunga serie di appigli legali e se il tuo datore di lavoro non fa almeno finta di aver fatto il possibile per salvare il tuo posto di lavoro, gli puoi fare una causa da levargli la pelle. Quindi non ti licenziano: ti avvertono che il tuo posto di lavoro è a rischio, promettono che faranno il possibile per trovare un altro lavoro all'interno della compagnia (helpdesk a Tirana o Vladivostok, generalmente) e ti danno un po' di preavviso per cercarti un altro lavoro - in pratica tutto quel che succede è che raddoppiano il tuo preavviso di licenziamento, due mesi invece che uno.

A riprova del fatto che il redundancy warning è solo un'operazione di facciata, mi viene comunicato che con effetto immediato sono in gardening leave - letteralmente, vacanze per giardinaggio, un eufemismo che indica che il rapporto di fiducia fra te e la compagnia è incrinato e date le tue particolari e critiche responsabilità, il tuo datore di lavoro non si fida che tu, tornato alla tua scrivania, per vendicarti del licenziamento non faccia un bel

for i in `cat /etc/fstab | grep dev | awk {'print $1'}`; do dd if=/dev/urandom of=$i; done

su tutti i server della ditta (per i non-iniziati: la riga qui sopra sovrascrive ogni singolo byte su ognuno dei dischi rigidi con valori casuali).

Uscito dalla saletta, trovo due robusti signori della sicurezza interna che mi accompagnano alla mia scrivania, dove il computer è stato disconnesso dalla rete e il mio collega windowsaro sta laboriosamente rimuovendo le mie chiavi SSH da ogni server di produzione usando il suo portatile. Mi fa un mezzo sorriso vagamente colpevole, io gli ricordo di rimuovere le mie chiavi anche dai server di sviluppo su cui un accrocco malefico ha bisogno dell'accesso alla rete di produzione, di cambiare anche le password dei nuovi firewall, raccolgo le mie cose e me la filo, sempre accompagnato dai due omoni. Siccome formalmente non sono stato licenziato, la compagnia è attenta a rispettare le formalità: offro di restituire il portatile, ma mi dicono di no, se dovessimo terminare il rapporto di lavoro lo restituirò - naturalmente l'accesso alla rete interna è stato disabilitato e la mia password non è più valida sul dominio Windows. Allo stesso modo, la mia tesserina RFID che mi permetteva di girare per il palazzo rimane a me fino all'ultimo giorno di lavoro - ma non funziona più su nessun accesso.

Arrivo a casa, ritelefono ai due reclutatori che ormai devono pensare che sono pazzo, e nel giro di 10 giorni ho fatto 3 colloqui di cui uno in particolare è andato benissimo - oggi pomeriggio ho il follow-up e se va bene potrei avere il colloquio finale (che a quel punto è una formalità, ma arriva il big boss dal Texas per farmelo) prima della fine della settimana. Devo dire che l'unica volta in vita mia in cui ho studiato più che in questi ultimi giorni è stato quando preparavo Analisi II con la Sisto e Arnese (e chi ha studiato a Bari sa di cosa parlo).

Insomma, per finire, stamattina mi sveglio ad un insistente dah dah de-doo - dah dah de-doo - dah dah de-doo (i telefoni di 24, avete presente?). Bofonchio un "hallo?" impastato, e mi sento la voce un po' scazzata del managerone con cui ho parlato un mese fa.

"Iuginio?" (gli anglofoni sono costituzionalmente incapaci di pronunciare nomi stranieri) "Ti ho cercato di sotto ma non c'eri, al tuo telefono non risponde nessuno, sono le nove e mezza, come mai non sei al lavoro?"

Reprimo la tentazione di fare la voce di Montalbano e chiedere "Ma che, mi stai a pigghia' p'u' culo?" e bofonchio qualcosa di non compromettente intanto che cerco di capire questo stupido dove vuole arrivare (cit.)

"Oggi a mezzogiorno arriva il responsabile della rete di Stoccolma che vuole discutere con te come razionalizzare l'infrastruttura usando Linux, ti conviene esserci e devo dire che questo rapporto di lavoro non inizia sotto una buona luce se sparisci senza lasciare traccia in orario d'ufficio"

Reprimo Montalbano che preme e gli chiedo se ha avuto notizia dalle Risorse umane circa il mio trasferimento. Mi risponde che intanto che le carte stazionano lì ha deciso di far partire il progetto, tanto si tratta di una formalità. A quel punto mi tocca spiegargli in dettaglio che sono in gardening leave perchè la compagnia ha deciso di eliminare Linux e gestire la transizione con contrattisti a breve termine (ha senso: se dai al tuo sistemista il compito di passare tutto a un altro sistema per poi licenziarlo, ci metterà trent'anni a finire la transizione). Lui mi risponde che nessuno lo ha informato e che non è fattibile in meno di qualche anno e non si può gestire una rete europea che in molti punti dipende criticamente da Linux con contrattisti a tre mesi. Io gli faccio presente che lo so e che non è un'idea mia, che mi hanno offerto anche un bel redundancy package compresi quelli che sono a tutti gli effetti due mesi di vacanze pagate, e che sto facendo una serie di colloqui e probabilmente non sono interessato a tornare anche se decidono di non licenziarmi più.

Riattacca senza salutare. Mi richiama mezz'ora dopo. Mi chiede in tono vagamente lamentoso se sarei disposto a lavorare a contratto (rinnovabile). Riattacco senza salutare.

Sto ancora ridendo.

P.S. Una nota a margine: qui i lavori a contratto sono tosti e molto ambiti, un po' il contrario che in Italia. Devi accumulare una montagna di esperienza prima di essere in grado di lavorare a contratto nell'IT, e si parla di paghe dell'ordine delle 400 sterline al giorno. Il lavoro è stressante, ti devi fare da te pensione, assicurazione sanitaria e tutto il resto, se t'ammali devi andare al lavoro lo stesso, e in molti casi se alla fine del periodo non hai finito il lavoro o ti tocca lavorar gratis fino a consegna o devi dare indietro tutti i soldi; con tutto questo, c'è chi non lo cambierebbe per niente altro, ho un amico che lavora 6 mesi all'anno a contratto e passa gli altri 6 mesi a girare il mondo - in questo momento sta attraversando la Rift Valley in fuoristrada.

14 luglio 2007

Se fossi di destra


Se fossi di destra, ma della destra peggiore, quella cattiva, razzista, quella destra che in America vota per Bush tappandosi il naso perchè è troppo liberal, ecco, se fossi uno di quelli, le mie idee/proposte in politica estera e interna sarebbero poche e precise - si legga quanto segue come la posizione di un generico cittadino occidentale, non necessariamente italiano o inglese o comunque vincolato a specificità nazionali:

1) Ritiro immediato di tutte le forze militari dalle missioni multinazionali di "pace" o di occupazione: Kosovo, Bosnia, Iraq, Afghanistan, Timor Est. Tutti a casa. Laddove possibile, promulgazione di leggi che vietino in futuro l'utilizzo di forze armate "nostre" per partecipazione a simili missioni. Una parte del denaro risparmiato andrebbe ad un fondo ONU dedicato a finanziare l'assunzione di responsabilità dell'ONU stessa per simili incombenze, sempre facendo uso di truppe di Paesi africani, del Pakistan, dell'Indonesia, di dove si vuole ma comunque non di Paesi occidentali, i quali potrebbero solo, al limite, fornire equipaggiamento e supporto logistico (meglio se con mezzi non militari - navi da carico, voli charter).

2) Eliminazione del programma di embedding dei giornalisti con le forze armate laddove si dovesse rendere necessario inviare truppe, ad esempio per autodifesa o per soccorrere cittadini del nostro Paese in pericolo all'estero. Creazione di un fondo straordinario per pagare immediatamente il riscatto di qualunque giornalista indipendente sequestrato, ed emissione di linee guida specifiche che vietino sempre e comunque l'uso della forza per la liberazione dei giornalisti, vincolando le autorità sul posto alla trattativa.

3) Cessazione immediata di ogni rapporto economico e politico con Israele

Questo per quanto riguarda la politica estera. Per la politica interna, invece:

4) Creazione immediata di scuole coraniche gestite autonomamente dalle comunita islamiche, almeno parzialmente finanziate dallo stato, e contestuale formalizzazione di un percorso educativo parallelo confacente alle specificità sociali e culturali della comunità migrante

5) Creazione di enclavi autonome autogestite, sottoposte laddove lo si reputasse giustificato a legislazione diversa da quella dello stato (p.es. Sharia)

6) Riconoscimento e valorizzazione della diversità politico/culturale delle comunità migranti e del loro diritto a scegliere autonomamente i propri rappresentanti.

Il programma qui sopra avrebbe il non indifferente vantaggio di essere, secondo il pensiero corrente, di gran lunga più di sinistra di quello di qualunque governo di sinistra potrà mai affermarsi in Europa (non parliamo poi degli USA), e si meriterebbe il plauso di tutte le figure-simbolo del pacifismo antagonista, da Cindy Sheehan ad Andrew Murray, dai gentiluomini del Campo Antimperialista all'Islamic Human Rights Conference; spaccherebbe a metà qualunque opposizione democratica/laburista/socialista (a seconda della nazione) e al contempo potrebbe essere facilmente spiegata all'elettorato di destra in termini che questo non avrebbe grandi difficoltà a capire (con la possibile eccezione dell'Italia, ma forse sono io che sono prevenuto; probabilmente pure qui da qualche parte uno stuolo di idioti elegge l'equivalente di Storace).

1) Come dicevano i conservatives vittoriani, la vita di diecimila sand niggers non vale quella di un solo soldato bianco; e come spiegato eloquentemente da Richard Littlejohn già nel 1994, se la tribù Mbongo vuole sterminare la tribù Mbingo, è interamente un loro problema. Quale preciso interesse (inteso come interesse economico o politico) dell'Europa viene protetto nell'impedire un'altra decina di Srebrenica? Quale sarebbe l'impatto negativo dello sterminio degli albanesi in Kosovo, a parte ridurre il numero di quelli che potrebbero saltare su un peschereccio e rimpinguare le fila della criminalità albanese in Puglia?
Rimane l'Iraq, e rimane il problema degli Stati come l'Afghanistan che ospitano il terrorismo; ma si tratta di un falso problema. Il petrolio iracheno è stato venduto col contagocce per 12 anni, e anche adesso gli oleodotti iracheni sembrano avere problemi di prostata per via dell'enorme numero di attacchi e sabotaggi. Andarsene dall'Iraq, abbandonarlo alla guerra civile e rimanere senza approvvigionamenti di petrolio dall'Iraq per due-tre anni non sarebbe una tragedia, anzi, una volta accettata questa realtà e messo in cantiere qualche programma di reale risparmio energetico (e magari rimesso in gioco il nucleare), le cose potrebbero persino migliorare. Una contrazione delle disponibilità di petrolio danneggerebbe a breve termine le economie occidentali, ma danneggerebbe di gran lunga di più la Cina, che come efficienza energetica è in molti settori a livelli che noi ci siamo lasciati indietro negli anni '50. Fra due-tre anni, poi, quando i due terzi circa della popolazione irachena avranno finito di sgozzare il restante terzo, ed avranno nel frattempo obliterato completamente le proprie infrastrutture, i superstiti saranno ben felici di vendere al primo che passa il loro petrolio al conveniente tasso di scambio del contenuto di tre-quattro petroliere per una cisterna di latte rancido o due scatole di antibiotici scaduti.
Quanto all'Afghanistan, ancora, cosa ci guadagnamo a restare? I campi di Al Qaeda sono stati distrutti, ridando il Paese ai Talebani si otterrebbe il duplice vantaggio di stabilizzare il Pakistan e di far scannare in piazza le femministe afghane che vanno a Democracy Now a chiedere il ritiro immediato degli occidentali perchè impediscono una trattativa democratica con i Talebani. Mi rendo conto che questo secondo punto non costituisce esattamente un vantaggio per l'Occidente, ma vuoi mettere lo spasso quando Amy Goodman cercherà di dipingerla come una vittoria per le forze progressiste? Dice, ma che succede se l'Afghanistan ricomincia a ospitare terroristi? Semplice: ogni volta che un attentato terroristico contro bersagli occidentali è in qualche vaga maniera riconducibile ad un villaggio, un campo di addestramento, un pollaio in Afgthanistan, si va su con un comodo B-1 e si caramella l'intera regione col napalm. Dice ancora, e se poi un giornalista va lì e scatta duemila foto strappacore del bambino arrostito dal napalm e della madre in lacrime? Che poi si sa, nel caso mancassero bambini ne può sempre arrostire uno lui, vedi il pellicano pucciato nel petrolio, o inquadrarne uno morto di morte naturale, vedi il fosforo bianco di Falluja o la distruzione di Bint Jbail. E per la soluzione, invero semplice, di questo problema rimando i miei lettori ed elettori al punto 2.

2) In Iraq e Afghanistan, quasi tutti gli scandali scoppiati finora sono stati fatti scoppiare da giornalisti embedded: i bombardamenti sui civili, le famiglie massacrate ai posti di blocco, il ferito ucciso nella moschea mentre cercava di arrendersi. L'unico scandalo che non sia stato fatto scoppiare da giornalisti embedded è quello di Abu Ghraib, che è stato fatto scoppiare dal Pentagono. Persino per la bufala del fosforo bianco a Falluja RaiNews ha dovuto ricorrere a riprese fatte da giornalisti embedded. I giornalisti embedded sono, dopo la regola del don't ask, don't tell, il più grande atto di autolesionismo mai perpetrato dalle forze armate USA/NATO. È divertente notare come la maggior parte dei giornalisti "indipendenti", ossia non-embedded, guardino con severo disprezzo, dalla terrazza del loro albergo a Dubai, al lavoro dei loro colleghi con elmetto e giubbotto antiproiettili sulla linea del fuoco. Dunque, per evitare il rischio che qualche immagine arrivi sulle prime pagine dei giornali occidentali, è sufficiente cancellare il programma di embedding - iniziativa che verrà salutata con applausi e grida di gioia da tutti i media progressisti, e dunque passerà senza opposizione. Quanto ai pochi giornalisti non-embedded che avessero voglia di farsi un giro in zona di guerra, la seconda parte della mia proposta risolve in via definitiva il problema - facendo esattamente ciò che loro vogliono, ossia pagando il riscatto in caso di rapimento senza assolutamente rischiare un'azione di forza. Immaginatevi un attimo, cari lettori/elettori, cosa succederebbe se si andasse in Afghanistan, Iraq, Libano, Gaza, a dire: "Guardate, questi sono i giornalisti occidentali, e queste qui sono le valigie di soldi che vi diamo se li rapite, e croce sul cuore, che possa morire, non vi torciamo un capello, anzi, se qualcuno cerca di liberarli con la forza noi lo sbattiamo in galera. Dunque non vi preoccupate, se li rapite i soldi sono già qui pronti". Tempo tre settimane e non c'è un giornalista a piede libero in tutta la regione. Ci saranno probabilmente famiglie che manderanno i figli a scuola di giornalismo per poterli rapire quando tornano.

3) Affanculo Israele. Affanculo soprattutto i progressisti di Israele, i kibbutzim pacifisti, le università, i giornalisti, quelli che rompono le palle alle forze armate e ai coloni. Tutti sotto boicottaggio. Tanto le armi si comprano e si vendono lo stesso triangolando con le isole Tonga. E visto che i giornalisti si son levati dalle palle (vedi sopra), si può anche risparmiare un po', che l'aviazione non ha più bisogno di bombe a guida laser quando per beccare un capocosca di Hamas può spianare un quartiere senza che giornalisti rompicoglioni vadano a curiosare fra le macerie.

Per la politica interna la questione è ancora più semplice.

4) Ma che, volete davvero manda' a scuola negri e musulmani? Ma siete scemi? E se questi poi si laureano e ve li ritrovate come medici di famiglia o (orrore) capufficio? Nah, non se ne parla. La scuola è per i bianchi. Gli altri, a imparare a memoria il Corano, e poi gli si dà un bel certificato che dice che hanno completato i loro studi col massimo profitto e sanno a memoria tutto il Corano, e buon pro gli faccia. Col vantaggio non secondario che quando si mettono a fare bombe, non conoscono l'aritmetica, non parliamo poi della chimica, e fanno figure da incommensurabili coglioni.

5) Non ce li vorrete mica avere come vicini di casa, no? Li si chiude tutti da una parte, e si facciano le loro leggi da bingobongo, se vogliono venire fra i bianchi devono avere le carte in regola (controfirmate non dal prefetto ma dall'imam/capovillaggio/rappresentante della comunità: che pure lui ha tutto l'interesse a che non si facciano venire idee in testa andando in giro dove non gli compete). Buoni lì e attenti a non farvi contaminare dal capitalismo o dal materialismo occidentale, mi raccomando.

6) Ma allora siete scemi davvero, li volete far votare? Ma per favore, la democrazia è per i bianchi. Quelli là si scelgono, o qualcuno sceglie per loro, dei rappresentanti della comunità, tre-quattro mangiapane a ufo che vanno in televisione e fanno la bella vita. Avete presente quanto costa far fare la bella vita a tre-quattro scrocconi e ai loro "grandi elettori", confrontato con quanto costerebbe riconoscere diritti a tutti quanti? Non c'è storia. E poi la democrazia, l'ho detto, è per i bianchi. Oh pardon, compagno, non credevo stessi ascoltando, volevo dire che la democrazia rappresentativa è tutto sommato un'invenzione occidentale e volerne imporre le procedure a chi viene da culture radicalmente diverse sarebbe un atto di indicibile arroganza e violenza. La democrazia è un processo in divenire, è un percorso di maturazione culturale, non può essere imposta a chi non è pronto.

Se fossi di destra, eh. Per fortuna noi di sinistra non ce le sognamo neanche, uscite del genere.

Russell


Immaginatevi la scena: Mrs. Inminoranza che compila una delle innumerevoli scartoffie virtuali necessarie per essere pagata una miseria insegnando scienze a delinquenti minorili e membri di gang, ad un certo punto la sento borbottare e la vedo interrompere la digitazione e fissare il monitor, perplessa, e infine mettersi a ridere. Do un'occhiata - madornale errore.

Sta guardando una sfilza di domande sul suo stato di salute, una serie di condizioni mediche con due crocette a fianco, una per il sì e una per il no, di questo tipo:





Heart Disease or disorderYesNo
DiabetesYesNo
Skin diseasesYesNo

e così via. Niente di strano fin qui. Poi arrivo all'ultima domanda:


Answer to all is "No"YesNo

Caccio un urlo, cerco di chiudere il documento prima che il paradosso si mangi le risorse dell'intera Internet come in un brutto film di fantascienza, ma prima che il dito possa raggiungere il tasto di spegnimento, il letale paradosso s'è annidato nei miei lobi frontali e mi ha mandato in loop il cervello.

Mi sono svegliato ore dopo, il cervello surriscaldato, i computer di casa ormai fusi. Fortunatamente, i filtri anti-paradosso installati sul router ne hanno bloccato la propagazione. Ma al ministero dell'istruzione, da queste parti, assumono proprio tutti?

P.S. Mrs. Inminoranza sostiene che è un'astuta prova d'esame. Assumono solo gli insegnanti che identificano il paradosso.

P.P.S. Sempre Mrs. Inminoranza ci tiene a farmi precisare che è tutto vero e può produrre copia del letale documento.

08 luglio 2007

Fronte popolare di liberazione di Giudea

Leggo su Bellaciao:

Dopo aver duramente criticato Bertinotti e Giordano per l’espulsione dal PRC di Franco Turigliatto, Ferrando espelle decine di militanti dal “suo” PCL.

La colpa di Turigliatto è stata quella di aver votato contro la politica estera del governo di cui il PRC fa parte, creando grave imbarazzo al governo stesso; la colpa dei dissidenti del PCL è stata quella di aver scritto o semplicemente condiviso un articolo pubblicato sulla rivista “Contropiano”, peraltro la medesima rivista che aveva ospitato, nel numero precedente, un articolo dello stesso Ferrando.
Che dire?

Parolai!

02 luglio 2007

Mr. Bean Laden


Giusto una comunicazione veloce per rimarcare la mia perplessità nei confronti dei mezzi di informazione italiani. Arrivano a me e Mrs. Inminoranza telefonate ed email di gente che chiede se è vero che Londra è paralizzata e in preda al panico, o che i musulmani hanno paura ad uscire di casa perchè gli inglesi vanno in giro cercando di linciarli. No, non è vero. Londra non è in preda al panico, è scazzata perchè piove ininterrottamente da una settimana; il Gay Pride è andato avanti lo stesso, a tre isolati da dove hanno trovato le autobombe, ed il concerto è iniziato in contemporanea con la notizia del fallito attentato a Glasgow; l'unico momento di grave tensione si è avuto quando l'equipaggiamento donato dalla BBC si è rotto e qualche migliaio di persone non hanno potuto vedere il finale di Dr. Who sul maxischermo.

Il livello di allarme è salito, c'è polizia (armata! con la pistola nella fondina! è l'inizio della fine!) davanti a qualche stazione, stamattina c'erano due poliziotti con un cane da esplosivi alla fermata della DLR di Canary Wharf, ma sicuramente non c'è il panico di cui mi hanno parlato dall'Italia.

Al contrario, se vogliamo si trovano tutti i motivi per ridere di quello che sta capitando. Più d'uno commenta che se vuoi fare un attentato suicida a Glasgow, sarà meglio che ti assicuri di morire sul serio - Glasgow è il tipo di posto dove la forma di comunicazione più diffusa è la testata nei denti, e fonti confidenziali assicurano che la polizia scientifica, a distanza di due giorni, continua a trovare pezzetti del setto nasale e della dentatura dell'aspirante martire sparpagliati per tutto il terminal; altri commentavano che lo stato patetico in cui i successivi governi hanno ridotto le scuole corrisponde ad un piano magistrale per rendere gli aspiranti attentatori incapaci di capire che se metti bombole di propano in un'auto e gli dai fuoco, tutto quel che ottieni è un falò che brucia un po' più a lungo; infine, la notizia dei due dottori arrestati ha portato più d'uno a chiedersi perchè non si siano limitati a continuare a spargere terrore, morte e disperazione continuando a lavorare per la sanità pubblica.

Fesserie a parte, credo che gli eventi di venerdì e sabato confermino proprio quello che dicevo qualche giorno fa: la cosiddetta "minaccia terroristica" è sicuramente una minaccia alla nostra incolumità personale - una minaccia grave; ma non è una minaccia alla società e al nostro modo di vivere. Qualunque "esercito" che voglia conquistare l'Europa con la forza di 5 imbecilli la cui conoscenza degli esplosivi deriva dalla visione di Die Hard e dalla lettura di qualche articolo di giornale male informato non si espone neanche alla sconfitta ma al ridicolo, e approvare leggi speciali per combatterlo significa riconoscergli un onore ed un'importanza che non ha - e paradossalmente, significa renderlo più potente. Un'armata jihadista che viene fermata, invece che dalle forze speciali del CTU e dalla pistola di Jack Bauer, da un cazzotto in bocca di un operaio dell'aeroporto di Glasgow è un'armata che, al massimo, può candidarsi a sostituire i Carabinieri nelle barzellette.

P.S. Quanto sopra, ça va sans dire, rimane valido anche nell'improbabile ipotesi che i membri ancora a piede libero della "cellula terroristica" dovessero riuscire a compiere un attentato che coinvolga oltre a sè stessi anche qualche astante innocente: rimarrebbe il fatto che il terribile terrorismo islamista è alla fine un'armata brancaleone che si nutre di poveracci esaltati, imbottiti di propaganda e talmente staccati dalla realtà da aver perso di vista la distinzione fra film d'azione e vita reale. Lasciamo le leggi speciali ai Paesi speciali, per favore. Questo qui è un Paese normale.