Societé Generale
Ci sono volte che non puoi fare altro che leggere le notizie e darti gran pacche sulle spalle per non aver accettato un'offerta di lavoro.
Un posto dove conto di buttar giu' qualche riflessione, soprattutto in relazione a discussioni avute su Usenet, sulla vita a Londra e qualche volta su Linux
Ci sono volte che non puoi fare altro che leggere le notizie e darti gran pacche sulle spalle per non aver accettato un'offerta di lavoro.
Pubblicato da
Eugenio Mastroviti
alle
5:15 PM
1 commenti
Premessa e disclaimer: questo é un post pieno di bestemmie ed affermazioni contro la morale, quindi le persone impressionabili si astengano.
Quando sono venuto qui a Londra a fare questo lavoro, l’ho fatto perché si guadagnava bene e perché le soddisfazioni e le opportunità erano molte. A fronte di questo c’era un prezzo da pagare, ed era quello di accettare una forma forte di flessibilità sul lavoro. Certo è un gioco pericoloso, e ti tocca scommettere di essere abbastanza in gamba da poter trovare subito qualcos’altro se, come mi è appena capitato, la tua ditta decide di non avere più bisogno di te; nessuno ti obbliga a fare questa scommessa – c’è un milione di lavori più garantiti e sindacalizzati di questo. Meno pagati, certo, con minori opportunità di carriera, ma di gran lunga più sicuri. Se sei un operaio della Rover, comunque, la compagnia chiude solo dopo che per 10 anni si sono esplorate tutte le vie, e chiude solo in presenza, appunto, di forti ammortizzatori sociali e di un impegno pubblico forte a creare soluzioni alternative (non è un caso che oggi praticamente nessuno di quegli operai sia disoccupato, non solo, nessuno è un precario alla maniera italiana); se sei un informatico della City, nessuno muove un dito per te, ed è giusto così, perché guadagnare due o tre volte quel che guadagna l’operaio suddetto non può venire senza contropartite. Non solo: guadagni quel che guadagni anche grazie all’assenza di certe garanzie. Ancora, nessuno è obbligato ad accettare, non stiamo parlando di soggetti deboli e ricattabili.
La frase che fa da sottotitolo al post é ovviamente la traduzione latina (a braccio, e sono arrugginito: astenersi puristi) del modo di dire inglese (e americano) put your money where your mouth is, che ha sempre rappresentato per me un principio di fondamentale importanza. Non ho una grande opinione di chi tesse le lodi di un sistema solo finché a fare le spese delle conseguenze negative sono gli altri; l’esempio negativo classico, per me, sono i negozianti baresi che andavano a manifestare in piazza contro i supposti “privilegi” dei dipendenti pubblici, come ad esempio la pensione, e in nome del liberismo, tranne poi aspettarsi che l’intera città insorgesse in loro difesa quando Auchan e Oviesse e Carrefour cominciarono a fare loro “concorrenza sleale” (i.e. applicare ricarichi sotto il 150%). Se non altro per questo motivo, al di là di ogni altra considerazione, troverei immorale levare adesso alti lamenti contro i mali della flessibilità applicata al sottoscritto in questo contesto.
In fin della fiera, non sono mai stato un tifoso arrabbiato di un mercato del lavoro interamente flessibile: in Italia, per esempio, l’introduzione della flessibilità spinta in un mercato del lavoro malato ha creato un disastro, da un lato una generazione di servi della gleba senza possibilità di crescita, dall’altra imprenditori incapaci che hanno creduto di aver trovato il Santo Graal in una forza-lavoro a basso costo, intercambiabile, poco qualificata e poco remunerata, col risultato facilmente prevedibile di farsi surclassare da Cina e India. Quello che ho sempre pensato è che in un mercato del lavoro sano possano esistere ed esistano settori in cui si possa scegliere di essere flessibili con vantaggi reciproci per lavoratori e datori di lavoro; e questa realtà non cambia neanche se resto a casa a fare coccole al mio gatto e manutenzione straordinaria alla mountain bike e alla rete di casa per un paio di settimane. Per la precisione, questa realtà non cambia proprio perché resto a casa per non più di un paio di settimane.
P.S. Una nota a margine per Miguel Martinez, dovesse ripassare per questo blog. Nel tuo post definisci ironicamente Londra come "il migliore dei mondi"; c'é della meta-ironia in questo, perché tutto sommato ti avvicini molto a dire la verità. Londra é il migliore dei mondi per chi, come me, crede che il liberismo selvaggio sia un'aberrazione mostruosa; l'Italia, col suo precariato, con la disperazione della disoccupazione, con la lotta fra poveri per la difesa di pochi, miseri privilegi, é il migliore dei mondi per il capitalismo più beceramente sfruttatore. Un mondo in cui il precariato viene scelto, e compensato profumatamente, non é il paradiso degli sfruttatori; quello lo trovi dove il precariato viene imposto e sfruttato.
P.P.S. Grazie comunque del complimento. Superciuk da una parte e Bob Rock dall'altra sono sempre stati i miei eroi.
Pubblicato da
Eugenio Mastroviti
alle
10:03 PM
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Tags: City, flessibilità, lavoro, Londra
Essere sposato e monogamo nella City offre l'innegabile privilegio di poter osservare in maniera disinteressata il comportamento di un paio di milioni di persone non prese a caso, ma selezionate in base a caratteristiche personali (competitività, ambizione e arroganza sono in cima alla lista), in un ambiente completamente artificiale disegnato per tenerle sotto pressione 24 ore su 24.
Prima osservazione: i single
Single, nella City, è un termine relativo. Oltre a significare, come nel resto del mondo, che uno/a non è sposato/a nè fidanzato/a, può significare che è sposato/a/fidanzato/a ma in questo momento preferisce ignorare la questione. Fedi nuziali e foto coniugali nel portafogli appaiono e scompaiono repentine come una proposta di legge sul conflitto di interessi, e mi aspetto un giorno o l'altro di assistere allo spettacolo, magari nella saletta sotterranea del White Hart, di due persone che si rimorchiano a vicenda nella penombra solo per scoprire, una volta alla luce dei lampioni all'esterno, che sono marito e moglie.
Il caso estremo è quello del multi-single - un uomo sposato che torna single per il rimorchio e, una volta trovata un'amante fissa, inventa scuse anche con lei per poter continuare il gioco del rimorchio nei locali della City (uso solo il maschile perchè conosco un solo caso del genere, ed è un uomo)
Seconda osservazione: ricordati di santificare le feste
Un ingenuo visitatore ignaro delle consuetudini della City si aspetterebbe, entrando in un pub il venerdì sera, di assistere ad un'orgia da far impallidire Messalina; si troverebbe davanti, invece, executive preoccupati, informatici (che notoriamente non hanno una vita sociale), qualche segretaria, gruppi di amici che non lavorano nella City ma hanno deciso di provare a verificare questa leggenda delle torme di segretarie ubriache e arrapate che popolerebbero, appunto, i pub dello Square Mile. Torneranno a casa delusi e ubriachi.
Il venerdì sera i pub della City fanno affari, ma non certo il pienone, e una ragione c'è: quella del venerdì è tradizionalmente la serata dedicata al pub con gli amici/con le amiche, a giocare a freccette, a far tardi cantando (stonati) l'inno della squadra del cuore o "Notti magiche" con un accento ed una pronuncia tali da far morire sul colpo qualunque italiano; ora, nei lavori normali l'intersezione fra l'insieme degli amici e quello dei colleghi raramente è vuota: almeno qualche elemento che sia un collega-amico si trova, e finisce che gli amici si invitano al pub vicino al lavoro, così gli fai conoscere questo collega simpaticissimo anche se tifa per il Chelsea. Nella City, no. L'intersezione fra colleghi ed amici, quasi immancabilmente, è un insieme vuoto, e praticamente nessuno vuole passare il venerdì sera con un branco di bastardi infidi (zoccole senza ritegno) che disprezza profondamente e che sono lì con l'unico scopo di fargli/farle le scarpe. I pub della City sono pieni da scoppiare il giovedì. E sì, ci sono davvero torme di segretarie ubriache.
Terza osservazione: speranza ed esperienza
Il giovedì sera, dunque, orde di executive, manager, segretarie, agenti di borsa, analisti di mercato, uomini, donne, transgender, genderfuck, di ogni orientamento sessuale immaginabile, discendono sui pub dello Square Mile alla ricerca di una o più anime gemelle. A guidarli è la consapevolezza che, mentre nel loro ufficio le donne hanno il sex-appeal di una macchina agricola, o gli uomini di una forchettata di spaghetti scotti, in tutti gli altri uffici della City gli uomini sono evidentemente belli, affascinanti, spiritosi, hanno un personal shopper che va in Italia una volta al mese a comprargli gli abiti e sono maestri dell'arte segreta di trovare, durante la pausa pranzo, un barbiere che sappia effettivamente tenere un paio di forbici in mano senza amputarsi un dito; e le donne sono tutte snelle, sexy, allegre, intellettualmente stimolanti ma non troppo complicate e tifose di calcio.
Ogni giovedì sera nella City è possibile assistere al disarmante spettacolo del trionfo della speranza sull'esperienza; e per chi ha la fortuna di potersi chiamare fuori dal gioco, il rituale è affascinante quanto un documentario di Attenborough.
La prossima volta, magari, parliamo dello speed-dating...