05 giugno 2006

Binario 1


Grazie ad una incomprensione (causata probabilmente dalla birra), sono riuscito a non annunciare che John Lloyd sarebbe stato a Roma il 31 maggio, 5 giorni fa, per presentare l'Euston Manifesto in una conferenza a cui partecipavano fra gli altri Piero Fassino, Christian Rocca e (sigh) Giuliano Ferrara; conferenza organizzata congiuntamente dalla Einaudi e dal Foglio (commento di John Lloyd: "nobody beats the Italians for cross-dressing"). Un suo breve resoconto della conferenza e' pubblicato qui sul blog di Norman Geras

Per farmi perdonare del mancato annuncio, ho deciso di tradurre la serie di documenti accessori sull'Euston Manifesto pubblicati sempre sul blog di Geras. I link ai documento in inglese sono raccolti nella cosiddetta Gare du Norm.

Qualche parola di spiegazione per i non-anglofoni. In inglese, "platform" significa sia binario che piattaforma (anche politica). Dal momento che il Manifesto ha preso il nome di una stazione, una serie di articoli di commento, di confutazione delle critiche, di correzione, sono stati raccolti come "Euston platforms"; e verranno ripubblicati su questo blog come binari.

Il Binario 1 e' di Norman Geras:

Pubblicato meno di una settimana fa, il Manifesto di Euston ha stimolato un enorme volume di commenti; ne ho letti molti e ne ho scorsi ancora di piu'. Anche con tutta la buona volontà del mondo, sarebbe impossible occuparsi di tutte le argomentazioni della critica, ma vorrei fare la mia parte rispondendo ad alcune delle piu` comuni. Iniziero' partendo dal basso.

Gran parte dei commenti sul Manifesto sono stati, a voler essere generosi, patetici, e, benche' questi non meritino veramente una risposta, vale la pena di prendere atto di quanti ce ne sono stati. Schematicamente: (1) 'Ha ha, si sono incontrati in un pub.' (2) 'Tee hee, lo hanno chiamato come una stazione.' (3) qualche altra osservazione ?spiritosa? ma priva di contenuti. (4) 'questi non hanno nient'altro da fare' o (da alcune delle persone più tristi della blogosfera) una qualche versione di 'sono cattivi.'

Queste uscite non meritano una risposta, ma meritano che se ne prenda atto - come sintomo di quella che si potrebbe considerare un'anomalia: generalmente definito dai suoi critici un contenitore di banali generalizzazioni e buoni sentimenti politici, le critiche che muove ad una parte della sinistra accantonate in quanto applicabili a ben pochi al di fuori dell'SWP e di Respect, il Manifesto di Euston sembra comunque aver causato una certa agitazione, il che e' buffo: un documento cosi' privo di contenuti che fa tanto rumore. E' sempre possibile, suppongo, che il rumore derivi solo dal fatto che, sebbene il Manifesto non abbia alcuna importanza, ci sia un sacco di gente che non ha niente di meglio da fare con il proprio tempo che passarlo a dire queste cose. Anche cosi', il Manifesto li ha infastiditi abbastanza da spingerli a parlare. Poverini.

Facendo un passo indietro e allontanandoci da dove giocano i bambini (ma non troppo), diamo un'occhiata ad una o due argomentazioni critiche che hanno almeno l'aria di significare qualcosa.

D.D. Guttenplan inizia una lunga tirata contro il Manifesto con la frase: 'il vero problema del documento e' che ogni parola in esso e' una bugia '. Che moderazione - solo ogni parola? Diamo un'occhiata alla qualità dell'argomentazione sottostante a questa modesta accusa. Guttenplan prende come segnale del nostro non essere 'realmente interessati alle questioni economiche' il fatto che 'lasciamo aperta, viste le differenze di punti di vista fra di noi, la questione del miglior assetto economico per garantire questa piu' diffusa uguaglianza '. Terribile. Potrebbe darsi che, poiche' il gruppo del Manifesto di Euston si compone di gente che, pur condividendo un certo numero di posizioni, ha anche opinioni differenti su alcune questioni e poiche' non riteniamo di avere in tasca la risposta ad ogni domanda difficile, non siamo interessati a rispondere a queste domande. Ma d'altra parte, potrebbe darsi che lo siamo, e che questo sia solo un breve manifesto che identifica le posizioni comuni e lascia altre questioni aperte ad una discussione. I commenti sono liberi, e lo sono anche le intepretazioni; è uno dei vantaggi della vita in una società liberale che non sia necessario leggere e rispondere a piu' critiche di questo tono di quel che si desideri.

C'è stata anche l'obiezione che, dal momento che fra gli Eustonians e i primi firmatari vi sono giornalisti ben noti come Nick Cohen, John Lloyd e Francis Wheen, l'affermazione che il nostro punto di vista sia sotto-rappresentato nei media liberali sia sciocca. Per farla semplice, serve solo una singola cellula cerebrale semiaddormentata per occuparsi di questo punto. La questione della sotto-rappresentazione e' posta in generale, con riguardo al tempo e allo spazio dedicati dai media rilevanti ad alcuni punti di divisione politica all'interno dell'opinione pubblica liberale e di sinistra negli ultimi tempi. In quanto tale, e' un'affermazione empirica, e citare due o tre nomi non comincia neanche a risolvere la questione. Puo', naturalmente, essere falsa, ma per provarlo c'e' bisogno di materiale, di stabilire proporzioni. Prendiamo ad esempio una 'regione' evidente degli spazi mediatici di cui stiamo parlando: su molti dei blog che erano dietro al Manifesto è stato discusso - estesamente, nei dettagli ed alcuni senza dubbio direbbero ad nauseam ? il fatto che le pagine di opinione e di osservazioni del principale giornale liberale di questo Paese sono state egemonizzate da gente che sostiene il genere di punti di vista che il Manifesto critica. Se questa valutazione e' errata, la si puo' confutare - dettagliatamente e con prove. Non mi pare che lo si sia mai fatto. In ogni caso, questa non e' una questione di tutto o niente; e' una questione di piu' e meno. Se se ne deve discutere, lo si puo' fare seriamente ? non cantilenando 'Nyah, nyah: Nick Cohen, John Lloyd' eccetera.

Passando ad una questione piu' seria, anzi una delle piu' serie, perché si tratta di una vera e propria mistificazione degli scopi ed obiettivi del manifesto e del gruppo che lo sostiene, c'e' il suggerimento da parte di molti che questo sia un documento pro-guerra. Cosi' e' stato descritto nella copertina del New Statesman, anche se il direttore ha notato esplicitamente che diverse persone legate al Manifesto si sono opposte alla guerra in Iraq. Questa insinuazione tende a mettere in cattiva luce o l'integrita' o l'intelligenza di alcuni dei firmatari: come se Michael Walzer, Alan Johnson e Shalom Lappin - questi ultimi due entrambi fra i primi quattro nomi sul documento - non fossero in grado di capire cosa essi stessi pensavano della guerra, o avessero attribuito un'eccessiva e inappropriata importanza al paragrafo del Manifesto che comincia cosi':

Gli estensori di questo documento hanno preso posizioni diverse sull'intervento in Iraq, alcuni a favore, alcuni contro. Riconosciamo che era possibile dissentire sulle giustificazioni per l'intervento, sulla maniera in cui e` stato eseguito, sulla pianificazione (o l'assenza di pianificazione) della fase di ricostruzione, e sulle prospettive per la creazione di un sistema democratico

E' una dichiarazione chiara e definisce esattamente la natura del gruppo che ha firmato il documento che la contiene. Questo gruppo si compone sia di gente che ha sostenuto la guerra che di gente che vi si e' opposta - e che (entrambi i gruppi) riconosce che vi erano notevoli buone ragioni dietro ad entrambe le posizioni, forti motivi per schierarsi a favore o contro la guerra.

E' difficile spiegare il tentativo, da parte di chiunque, di offuscare questo semplice fatto sulla composizione del gruppo del Manifesto di Euston, ma azzardo un'ipotesi. L'idea che il gruppo ed il relativo manifesto siano essenzialmente pro-guerra si armonizza con l'accusa che le critiche che espone non abbiano alcuna applicazione al di la' di un segmento molto ristretto della sinistra (i "pacifisti senza se e senza ma"). Sarebbe allora semplice inquadrarci: siamo per la guerra, e descriviamo il resto della sinistra come apologeti della dittatura e pacifisti ad ogni costo. Quest'inquadramento e' abbastanza meno plausibile se si prende atto del fatto che alcuni fra noi si sono opposti alla guerra e ciononostante condividono molte posizioni con quelli di noi che l'hanno sostenuta. Potrebbe darsi, in questo caso, che la nostra critica sia ad alcune modalita' di opposizione alla guerra, a determinate discussioni e priorita' politiche e non alla critica e discussione pacifista in quanto tale. Potrebbe darsi... perché in effetti e' cosi'. Parlero' qui solo per il mio blog e non per tutti gli altri che sostengono il Manifesto, ma sto discutendo di questi argomenti dalla fine di luglio del 2003 e posso documentare di aver ripetutamente detto che vi erano forme moralmente lodevoli di opposizione alla guerra di Iraq, cosi' come alcune abbastanza meno lodevoli.

Per il resto, l'idea che le critiche che facciamo alla sinistra pacifista non abbiano applicazione oltre l'SWP e Respect e' ridicola. Per più di tre anni, settimana dopo settimana, la stampa liberale di questo Paese ha pubblicato in quantità articoli di giornalisti, scrittori, accademici, attori e altri intellettuali di ogni genere che esprimevano praticamente tutte le argomentazioni che il Manifesto identifica e denuncia: la cosa e' facilmente e pubblicamente verificabile. E' stata documentata - estesamente e in dettaglio - su molti dei blog così come nella stampa stessa. Naturalmente, chiunque e' libero di negare che quel corpus di opinioni sia effettivamente rappresentativo della maggioranza della sinistra liberale. La smentita avrebbe pero' peso se fosse possibile sostenerla con una confutazione, con una mole di prove dettagliate comparabile con la mole di dati che alcuni di noi hanno raccolto, a riprova che questo corpus di opinioni ha effettivamente un'estensione vasta ed allarmante.

Conto di discutere altre obiezioni al Manifesto di Euston nei prossimi post.

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1 commento:

ipazia ha detto...

non ho parole... e per fortuna che te l'avevo chiesto!
bene, sabato offri l'aperitivo (almeno!)