14 giugno 2006

Binario 5


Precisazioni di Alan Johnson sullo Euston Manifesto, la guerra, l'internazionalismo, il capitalismo.

Vorrei solo premettere che Alan Johnson e' insieme ad Eve Garrard il mio Eustonian preferito, e trovo che il suo intervento di presentazione sia stato il migliore in assoluto ed il piu' coinvolgente. Consiglio vivissimamente al mio lettore anglofono di dargli una scorsa (tradurro' anche quegli interventi, un giorno o l'altro).



Euston: mind the gap

'Mind the gap!', avverte la voce registrata, per impedire che il passeggero che scende dalla metropolitana caschi nello spazio vuoto fra il vagone ed il marciapiede. Il gruppo dell'Euston Manifesto puo' avere bisogno di qualcosa di simile. Il nostro manifesto ha attratto commenti da sinistra (Martin Kettle sul Guardian, Will Hutton sull'Observer) e da destra (il neocon William Kristol sul Weekly Standard), ma e' diventato evidente un gap, un divario fra alcune opinioni diffuse (che siamo 'pro-guerra', 'un gruppo di anziani giornalisti' e, stranamente, sia 'socialisti vecchio stile' che 'Blairiani') e una realta' molto piu' interessante.

In primo luogo, Euston non e' 'un manifesto pro-guerra' come il New Statesman del 17 aprile, in maniera fuorviante e forse maliziosa, ha sostenuto. Molti degli autori del manifesto, compreso me, e molti firmatari (per esempio Michael Walzer), si sono opposti alla guerra. Ho partecipato e tenuto discorsi in occasione di scioperi di studenti e insegnanti, davanti a blocchi stradali e ferroviari, abbiamo chiesto piu' ispettori, una politica di contenimento militare e solidarieta' con i democratici iracheni. I cartelli che portavamo dicevano 'no alla guerra, no a Saddam' e 'cambio di regime dal basso'. Sfilavamo sotto a quei cartelli fin dagli anni '80, quando ci scontravamo davanti all'ambasciata irachena con i picchiatori di Saddam.

La correttezza della nostra posizione pacifista puo' essere discussa. Personalmente, e nel complesso, penso ancora di aver avuto ragione su quella guerra, in quel momento, con quella coalizione. Chi vivra' vedra'. Quello che non mi spiego e' come chiunque possa semplicemente irridere, senza discussione o riflessione, alla posizione della sinistra favorevole alla guerra ed esigere da essa scuse e autocritiche, dopo la rimozione di Saddam e del Ba'ath, il ritorno dei profughi, il recupero delle aree paludose, la scoperta delle fosse comuni, la nascita e lo sviluppo della stampa libera, la gioia della gente con le dita tinte di viola, la nuova costituzione, lo sviluppo di un sindacato libero. La rabbia feroce che molti di noi che si erano opposti alla guerra hanno provato allo spettacolo di quella parte della sinistra pacifista non e' in discussione. Ragazzi, se c'era. La vergogna. L'incoraggiamento ai fascisti, il descrivere Bush come 'il vero terrorista', l'indifferenza per la democrazia che nasceva in Iraq, il disprezzo per i sindacalisti iracheni torturati ed assassinati, le alleanze con gli islamisti radicali, l'ascesa di George Galloway al ruolo di leader, la simpatia per le teorie complottiste del 9/11, l'incancrenirsi dell'antiamericanismo.

A partire dalla rabbia comune per questa vergogna - e dal nostro impegno comune e forte per i valori democratici, egalitari e liberali - abbiamo formato un'alleanza con la sinistra favorevole alla guerra, di cui Norman Geras era per molti l'esponente piu' eloquente e autorevole. L'alleanza immediata e' stata per il nuovo Iraq, mentre per un anno esploravamo l'idea di un rinnovamento dei progressisti a sinistra. La reazione allo Euston Manifesto - 200.000 risultati su Google entro i primi giorni, segnala Will Hutton - suggerisce che abbiamo trovato una nicchia di mercato: una buona meta' della sinistra liberale.

In secondo luogo, come dovrebbe essere ormai chiaro, lo Euston Manifesto non e' semplicemente frutto del lavoro di un gruppo di giornalisti seduti in un pub. Quei giornalisti fanno parte di una rete politica che si e' formata attorno, fra gli altri, ad Harry's Place, Normblog, Labour Friends of Iraq, Engage, Unite Against Terror, Democratiya. Questa rete puo' ed intende affrontare la sinistra reazionaria, nichilista ed 'anti-imperialista' come il Labour e la sinistra in generale non hanno mai voluto, o hanno avuto paura di fare.

La rete che sta emergendo e' globale: la dichiarazione on-line 'Unite Against Terror' e' stata tradotta in 13 lingue ed è stata firmata da persone di oltre 40 Paesi; i democratici di sinistra di tutto il mondo continuano a mettersi in contatto; il settanta per cento dei lettori online di Democratiya vivono al di fuori del Regno Unito.

Inoltre - ancora, mind the gap! - questa rete non sta semplicemente sopravvivendo come uno spettro nello spazio virtuale. Sta sconfiggendo l'intifada accademica nell'AUT in meno tempo di quanto ci voglia a dire 'argomenti migliori, organizzatori migliori'. Sta vincendo la battaglia per offrire solidarieta' ed appoggio pratico ai sindacalisti iracheni minacciati dai fascisti della cosiddetta 'resistenza'. Sta instaurando un dialogo in tutto il Paese con esponenti Labour che cercano disperatamente di ravvivare una reale discussione politica con la base. Sta dando vita a nuove pubblicazioni che collegano fra di loro gli intellettuali democratici di sinistra in tutto il globo.

Paul Berman, esponente della sinistra americana, giornalista di Dissent, autore di Terror and Liberalism e firmatario di Euston, ha chiamato la rivista online Democratiya 'una voce dal continente perduto della politica moderna - l'antitotalitarismo e l'internazionalismo di sinistra' ed affermato che 'il mondo ha un acuto bisogno di questo giornale'.

Ridurre questo momento politico - forse un giorno guarderemo indietro e diremo che e' il momento in cui la nuova forma della sinistra democratica post-Blair è venuta alla luce - ad alcuni nomi familiari della parte pro-guerra della stampa britannica e' irragionevole, anche se conveniente per coloro che hanno deciso di fare vela con Galloway, Pilger, Gott e i loro discorsi sulle 'bombe di Blair'.

Il terzo malinteso sullo Euston Manifesto e' di carattere differente e riguarda la nostra posizione nei confronti del capitalismo globale. Martin Kettle, in una valutazione in gran parte equa e ragionata, sostiene che Euston e' anti-capitalista e pertanto vive nel passato, con il solo obiettivo di salvare il dodo del socialismo. Altri hanno bollato il manifesto come 'Blairiano' e come un tradimento della sinistra. Ancora, si sta ignorando una nuova realta', si sta forzando lo Euston Manifesto nel letto di Procuste di vecchie categorie, fino a distorcerne il significato.

Martin Kettle asserice che ci concentriamo 'esclusivamente sulla minaccia che viene dalle multinazionali, ignorando gli enormi benefici che la globalizzazione ha portato nel corso della nostra vita alle masse dell'Asia, impoverite dal fallimento del socialismo di Stato'. Questo non e' vero. Il manifesto dice:

Prendiamo posizione per lo sviluppo economico globale come condizione per la liberta' e contro l'oppressione economica strutturale e la degradazione ambientale. Non si puo' permettere all'espansione corrente dei mercati globali e del libero scambio di servire gli interessi ristretti di una piccola elite corporativa nel mondo sviluppato e dei loro clienti nei Paesi in via di sviluppo. I benefici dello sviluppo su vasta scala attraverso l'espansione del commercio globale devono essere distribuiti quanto piu' ampiamente possibile per servire gli interessi sociali ed economici degli operai, degli agricoltori e dei consumatori in tutti i paesi. Dalla globalizzazione deve conseguire l'integrazione sociale globale ed un impegno per la giustizia sociale. Sosteniamo la riforma radicale delle principali istituzioni di controllo economico globale (Organizzazione Mondiale per il Commercio, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) per realizzare questi obiettivi e sosteniamo il commercio equo e solidale, un incremento della cooperazione allo sviluppo, la cancellazione del debito e la campagna per cancellare la poverta' (Make Poverty History). Lo sviluppo puo' portare ad un incremento nell'aspettativa di vita e nella qualita' stessa della vita, rendendo meno pesante il lavoro e accorciando le giornate lavorative. Può donare liberta' ai giovani, possibilità di sperimentare cambiamenti agli adulti e sicurezza agli anziani, espandere gli orizzonti e le opportunita' di viaggiare ed aiutare a 'trasformare gli sconosciuti in amici'. Lo sviluppo globale deve essere sempre perseguito in maniera compatibile con i principi della crescita sostenibile.

Come ha potuto Kettle non notare il nostro riconoscimento dei 'benefici dello sviluppo su vasta scala attraverso l'espansione del commercio globale'? Come si puo' confondere la nostra richiesta per una globalizzazione alternativa - 'integrazione sociale globale ed un impegno per la giustizia sociale' - con l'anti-globalizzazione?

Il gruppo dello Euston Manifesto non ha concordato un programma economico dettagliato, ma come la prima frase (sviluppo per la liberta') chiarisce, molti di noi ritengono che il lavoro rivoluzionario del Nobel per l'economia Amartya Sen dovrebbe essere un importante punto fermo: supera gli sterili dibattiti pro e contro i mercati e, estendendo il lavoro di John Kay, esplora i modi in cui i mercati possono funzionare meglio e favorire la giustizia sociale se inseriti in contesti socioculturali giusti ed umani, contraddistinti dal rispetto per liberta' e democrazia.

Cio' che il manifesto aggiunge a queste analisi, io penso, e' una riaffermazione dell'idea che la classe operaia, organizzata in sindacati democratici transnazionali, rimane il contesto più importante. Sen sostiene che 'il processo di espansione della libertà reale di cui le persone godono... richiede la rimozione delle principali cause di mancanza di liberta': la povertà così come la tirannia, le scarse opportunita' economiche così come la deprivazione sistematica di intere categorie sociali, la negligenza delle strutture pubbliche così come l'intolleranza o l'ingerenza continua dei governi repressivi'. In termini simili Gordon Brown ha sostenuto che dobbiamo 'affrontare le ingiustizie che generano rancore, [e] attraverso il potenziamento delle economie dei Paesi poveri seguendo le strade della cancellazione del debito, degli aiuti economici e dello sviluppo di un sistema sanitario ed educativo pubblico, e lo sviluppo economico mostrare che la globalizzazione puo' essere vista non come una fonte di ingiustizia e di poverta' ma come una forza per la giustizia sociale su scala globale.' Senza sindacati liberi e forti organizzati dal basso questi obiettivi non saranno raggiunti.

Si', il capitalismo globale non ha generato un mondo in cui gli operai non avessero 'niente perdere se non le loro catene', ma il nostro mondo rimane inumano. Max Shachtman ha espresso verso la fine degli anni '50 l'idea che 'il capitalismo e'... sempre più incapace di far fronte ai problemi di base della società, di mantenere l'ordine economico e politico'. Assieme alla produzione crescente e alla costante innovazione - la crescita di ricchezza, reddito e aspettativa di vita e' incontestabile - un sistema economico incontrollabile e famelico minaccia di consumare le risorse del pianeta, di stravolgere le comunità, di escludere tutto cio' che considera superfluo, di corrodere le istituzioni sociali e di sopraffare la democrazia rappresentativa. Molti temono che tutto cio' che tocca - e tocca tutto - si trasformi in un prodotto da comprare e vendere, arricchito da un valore monetario ma privato di qualsiasi valore umano. Ci sentiamo svalutati noi stessi da questo processo, e ci sentiamo insicuri e assediati - alla merce' delle forze che abbiamo generato.

In molte parti del mondo i bisogni umani di base rimangono insoddisfatti su una scala terribile: Sen ci ricorda che malgrado 'gli aumenti senza precedenti nella ricchezza generale', il mondo 'nega le liberta' elementari a grandi masse di popolazione - forse persino alla maggioranza degli esseri umani'.

La sinistra democratica deve offrire risposte migliori che un semplicistico allineamento alle logiche del mercato globale e alla sfacciata noncuranza per le terribili disparita' che genera. Rendere piu' umano un mondo instabile, asservendo l'economia globale allo sviluppo e lo sviluppo alla liberta' ed alla giustizia sociale, ridurra' l'attrattiva di quello che Albert Camus chiamava ' primitivistico abbaiare alla luna' che ai giorni nostri assume la forma totalitaria dell'Islam politico.

In conclusione, come il passeggero della metropolitana che supera con un salto lo spazio vuoto fra il vagone e il marciapiede, per meglio esplorare la città eccitante che lo attende, sarebbe bene che chi discute dello Euston Manifesto fosse piu' agile. Provate a saltare. C'e' il continente perduto della sinistra dall'altra parte.
(Alan Johnson)

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1 commento:

emanuele ha detto...

Si cita, credo per la prima volta, un "economista di riferimento", ed è coerente che sia Amartya Sen col suo lavoro pionieristico su una nozione di "benessere" che non comprenda solo reddito e ricchezza, ma anche le opportunità, i diritti e le libertà garantiti da un Paese ai suoi cittadini.
Interessante anche l'intervento di Johnson, che a parte i riferimenti, per me più o meno oscuri, ai protagonisti del dibattito sulla sinistra inglese (comunque Democratiya sembra bella), si richiama ai fratelli Rosselli :) Efficacissimo il finale.