Psicoreato
Ho la fortuna di non aver mai, in cinque o sei anni, visto una sola puntata di Big Brother - nè del Grande Fratello quanto tornavo in Italia. Sono riuscito ad evitare anche la versione Celebrity, che credo non abbia un corrispettivo italiano. Ho subito i commenti davanti alla macchina del caffè, e conosco alcuni dei nomi, ma ho evitato i pianti di Jade Goody, il pestaggio di Nasty Nick, George Galloway che faceva il numero del gatto per guadagnar punti, sono uno dei tre maschi adulti residenti in Gran Bretagna che non solo non hanno visto Kinga Sarcazzo masturbarsi con una bottiglia, ma manco sanno che faccia ha. Tutto questo adesso è cambiato con l'ultima edizione di Celebrity Big Brother.
Ospiti erano, fra gli altri, la summenzionata Jade Goody da Bermondsey, assurta al rango di celebrità grazie, um, al fatto di non aver vinto una precedente puntata di Big Brother e di essersi fatta dei gran pianti in diretta perchè gli altri la prendevano per il culo in quanto coatta semianalfabeta e orgogliosa di esserlo; poi c'erano anche un paio di starlet da due soldi, una ex-componente di una band tipo Spice Girls ma ancora più dimenticabile, ed una stella di Bollywood, tale Shilpa Shetty. E apriti cielo. Perchè le tre coatte inglesi, la cantante, la coatta-coatta e l'attricetta, hanno fatto fronte comune contro l'indiana, colpevole di essere bella, ricca e con una puzza sotto il naso di proporzioni monumentali. Hanno cominciato, a quanto pare, a chiamarla con nomignoli odiosi (uno fra tutti, "Shilpa Poppadum" - dal nome del tipico antipasto dei ristoranti indiani), a isolarla, insolentirla, e, si teme, ad un certo punto una delle coatte l'ha addirittura chiamata "Paki".
Catastrofe.
Interrogazioni parlamentari, sospensione di Big Brother, due distinte investigazioni della polizia, le tre tipe tirate fuori dalla casa del Grande Fratello e messe sotto investigazione da Scotland Yard per istigazione all'odio razziale, cancellati metà dei programmi in preparazione da Channel 4 in attesa di un riesame da parte della commissione censura per controllare che non si verifichi la possibilità di esporre il pubblico ad episodi di razzismo, ipotesi di reato ventilate anche per il consiglio di amministrazione della rete televisiva, per i produttori di Big Brother e finanche per gli ideatori del format del programma in Olanda.
La reazione isterica di fronte ad un episodio del più becero razzismo figlio dell'ignoranza mi sembra folle: l'episodio andrebbe fatto vedere ai ragazzini a scuola, dovrebbe far parte del curriculum nazionale, dovrebbe essere accompagnato dalla solenne spiegazione che ecco, guardate un po', ragazzini, continuate a non studiare una sega e vi ridurrete come queste tre fallite; e d'altra parte, rendetevi conto di che razza di imbarazzo per la collettività, che collezione di pregiudizi, ignoranza e solenne stupidità è il razzista medio.
Al contrario, la reazione, oltre che scomposta, ha dei risvolti allarmanti: oggetto dell'indagine non è l'aggressione verbale nei confronti dell'attrice indiana (che sarebbe anche comprensibile, sebbene la stessa Shetty abbia minimizzato l'accaduto) ma in generale il razzismo delle tre coatte. In altre parole, non sono sotto indagine per quello che hanno fatto, ma per quello che pensano, al punto che la polizia sta cercando di ottenere un'ingiunzione del tribunale per accedere a registrazioni non mandate in onda, in cui le tre parlerebbero di Shetty chiamandola, appunto, "paki". È il caso di dirlo esplicitamente, di soffermarsi sui dettagli: il reato contestato alle tre coatte non è un'aggressione razzista, ma il fatto stesso di essere razziste; rischiano la galera non per ciò che fanno, ma per ciò che sono, ciò che (probabilmente) pensano. Che il tutto avvenga nel contesto di una trasmissione chiamata "Grande Fratello", poi, rende la cosa ancora più surreale.
Eppure, a guardarmi intorno, trovo che non siamo in molti ad essere terrorizzati all'idea di un codice morale imposto per legge e fatto rispettare dai tribunali, e occasionalmente mi viene da chiedermi se non sono io ad aver capito male qualcosa.
