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29 luglio 2007

La flessibilità (reprise). Ovvero: Mitte pecuniam tuam ubi bucca est

Premessa e disclaimer: questo é un post pieno di bestemmie ed affermazioni contro la morale, quindi le persone impressionabili si astengano.

Premessa numero due: la frase a sottotitolo di questo post é quella che un giorno, quando mi faranno nobile, apparirà sullo stemma del mio casato (un monitor con un pinguino, un Barrett M82 e la testa di un utonto, su campo di BSOD). Spero di spiegare il perché nel corso di questo post.

Il post che ho scritto sulla flessibilità, la mia in particolare, credo abbia dato luogo a qualche fraintendimento. Intanto l’incipit, ci tengo a dirlo subito, era ironico: non è che fino a quando sentivo parlare di downsizing e flessibilità al telegiornale mi stava bene e quando poi è toccato a me ho avuto la conversione sulla via di Damasco. Le cose sono un po’ più complicate di così. Intanto non credo che la flessibilità vada bene per tutti; va bene per me, perché ho scelto così e perché sul lungo termine mi conviene; non va bene se sei un operaio della Rover e ti ritrovi in mezzo a una strada perché il governo inglese non vuole cacciare una cifra per salvare l’azienda pari al costo di un giorno di guerra in Iraq; va ancora meno bene in Italia, dove il concetto di ammortizzatore sociale è la stanza da letto degli ospiti di papà e mamma.

Quando sono venuto qui a Londra a fare questo lavoro, l’ho fatto perché si guadagnava bene e perché le soddisfazioni e le opportunità erano molte. A fronte di questo c’era un prezzo da pagare, ed era quello di accettare una forma forte di flessibilità sul lavoro. Certo è un gioco pericoloso, e ti tocca scommettere di essere abbastanza in gamba da poter trovare subito qualcos’altro se, come mi è appena capitato, la tua ditta decide di non avere più bisogno di te; nessuno ti obbliga a fare questa scommessa – c’è un milione di lavori più garantiti e sindacalizzati di questo. Meno pagati, certo, con minori opportunità di carriera, ma di gran lunga più sicuri. Se sei un operaio della Rover, comunque, la compagnia chiude solo dopo che per 10 anni si sono esplorate tutte le vie, e chiude solo in presenza, appunto, di forti ammortizzatori sociali e di un impegno pubblico forte a creare soluzioni alternative (non è un caso che oggi praticamente nessuno di quegli operai sia disoccupato, non solo, nessuno è un precario alla maniera italiana); se sei un informatico della City, nessuno muove un dito per te, ed è giusto così, perché guadagnare due o tre volte quel che guadagna l’operaio suddetto non può venire senza contropartite. Non solo: guadagni quel che guadagni anche grazie all’assenza di certe garanzie. Ancora, nessuno è obbligato ad accettare, non stiamo parlando di soggetti deboli e ricattabili.

La frase che fa da sottotitolo al post é ovviamente la traduzione latina (a braccio, e sono arrugginito: astenersi puristi) del modo di dire inglese (e americano) put your money where your mouth is, che ha sempre rappresentato per me un principio di fondamentale importanza. Non ho una grande opinione di chi tesse le lodi di un sistema solo finché a fare le spese delle conseguenze negative sono gli altri; l’esempio negativo classico, per me, sono i negozianti baresi che andavano a manifestare in piazza contro i supposti “privilegi” dei dipendenti pubblici, come ad esempio la pensione, e in nome del liberismo, tranne poi aspettarsi che l’intera città insorgesse in loro difesa quando Auchan e Oviesse e Carrefour cominciarono a fare loro “concorrenza sleale” (i.e. applicare ricarichi sotto il 150%). Se non altro per questo motivo, al di là di ogni altra considerazione, troverei immorale levare adesso alti lamenti contro i mali della flessibilità applicata al sottoscritto in questo contesto.

In fin della fiera, non sono mai stato un tifoso arrabbiato di un mercato del lavoro interamente flessibile: in Italia, per esempio, l’introduzione della flessibilità spinta in un mercato del lavoro malato ha creato un disastro, da un lato una generazione di servi della gleba senza possibilità di crescita, dall’altra imprenditori incapaci che hanno creduto di aver trovato il Santo Graal in una forza-lavoro a basso costo, intercambiabile, poco qualificata e poco remunerata, col risultato facilmente prevedibile di farsi surclassare da Cina e India. Quello che ho sempre pensato è che in un mercato del lavoro sano possano esistere ed esistano settori in cui si possa scegliere di essere flessibili con vantaggi reciproci per lavoratori e datori di lavoro; e questa realtà non cambia neanche se resto a casa a fare coccole al mio gatto e manutenzione straordinaria alla mountain bike e alla rete di casa per un paio di settimane. Per la precisione, questa realtà non cambia proprio perché resto a casa per non più di un paio di settimane.

P.S. Una nota a margine per Miguel Martinez, dovesse ripassare per questo blog. Nel tuo post definisci ironicamente Londra come "il migliore dei mondi"; c'é della meta-ironia in questo, perché tutto sommato ti avvicini molto a dire la verità. Londra é il migliore dei mondi per chi, come me, crede che il liberismo selvaggio sia un'aberrazione mostruosa; l'Italia, col suo precariato, con la disperazione della disoccupazione, con la lotta fra poveri per la difesa di pochi, miseri privilegi, é il migliore dei mondi per il capitalismo più beceramente sfruttatore. Un mondo in cui il precariato viene scelto, e compensato profumatamente, non é il paradiso degli sfruttatori; quello lo trovi dove il precariato viene imposto e sfruttato.

P.P.S. Grazie comunque del complimento. Superciuk da una parte e Bob Rock dall'altra sono sempre stati i miei eroi.

24 luglio 2007

La flessibilità


Devo dire che la flessibilità è un concetto molto più condivisibile quando lo incontri al telegiornale che in sala riunioni.

Un mesetto fa mi chiamano in sala riunioni incimaincimaincima al palazzone. Un tipo con un accento che sembrava il cugino vaccaro di George Bush mi tiene lì per mezz'ora a spiegarmi che si sta riorganizzando tutto il settore IT, che vuole che lasci la mia business unit dove comunque, dopo il trasferimento e tre-quattro cambi di management, non è che succeda molto, e che lavori con un team europeo che si occuperà dei progetti IT, appunto, in tutte le sedi europee della compagnia. L'idea sembra interessante: la compagnia è quasi interamente Microsoft e ha pochi linuxari, epperò per un motivo o per l'altro ci sono qualcosa come 3-400 macchine Linux sparse in tutta Europa con pochissima gente che sappia esattamente come, quando e perchè siano state messe su e cosa facciano. C'è bisogno di qualcuno che razionalizzi l'infrastruttura Linux con un progetto organico, recluti due-tre persone e sistemi le cose entro un annetto al massimo. Interessa il lavoro?

Insomma, che dovevo dire? Gli ultimi mesi erano stati decisamente noiosi, e anche se avevo rinunciato (più che altro per pigrizia) all'idea di andare a lavorare per qualche grossa banca, di recente avevo nuovamente passato il CV ad un paio di reclutatori per vedere se trovavo qualcosa di più interessante. Accetto, ovviamente, il tipo mi dice che passerà le carte a quelli delle risorse umane ed entro una settimana o due passo al nuovo lavoro. Telefono ai reclutatori e gli dico di soprassedere perchè qui le cose hanno preso una piega più interessante.

Attesa.

Dieci giorni fa J., il mio manager mi chiama per un meeting. Nella saletta, assieme a lui, c'è una tipa delle risorse umane, che raramente è un buon segno. Passo qualche secondo a chiedermi quando posso aver detto "tette" ad alta voce o dichiarato di essere ateo offendendo gli appartenenti a tutte le religioni. Non mi viene in mente niente.

J. mi fa il classico sorriso falso da manager che riserva di solito alle volte che devo passare la notte in qualche sala server dall'altro capo di Londra e mi fa "Eugenio, sono molto spiacente di comunicarti che è stata presa una decisione strategica su Linux, di ridurne la presenza fino ad eliminarlo, e questo purtroppo non giustifica la presenza di un sistemista a tempo pieno in questa business unit, pertanto a partire da questo momento devo metterti in redundancy warning"

Due parole di spiegazione - il redundancy warning è un fenomeno legato alla flessibilità sul lavoro. Sei licenziabile, ma hai una lunga serie di appigli legali e se il tuo datore di lavoro non fa almeno finta di aver fatto il possibile per salvare il tuo posto di lavoro, gli puoi fare una causa da levargli la pelle. Quindi non ti licenziano: ti avvertono che il tuo posto di lavoro è a rischio, promettono che faranno il possibile per trovare un altro lavoro all'interno della compagnia (helpdesk a Tirana o Vladivostok, generalmente) e ti danno un po' di preavviso per cercarti un altro lavoro - in pratica tutto quel che succede è che raddoppiano il tuo preavviso di licenziamento, due mesi invece che uno.

A riprova del fatto che il redundancy warning è solo un'operazione di facciata, mi viene comunicato che con effetto immediato sono in gardening leave - letteralmente, vacanze per giardinaggio, un eufemismo che indica che il rapporto di fiducia fra te e la compagnia è incrinato e date le tue particolari e critiche responsabilità, il tuo datore di lavoro non si fida che tu, tornato alla tua scrivania, per vendicarti del licenziamento non faccia un bel

for i in `cat /etc/fstab | grep dev | awk {'print $1'}`; do dd if=/dev/urandom of=$i; done

su tutti i server della ditta (per i non-iniziati: la riga qui sopra sovrascrive ogni singolo byte su ognuno dei dischi rigidi con valori casuali).

Uscito dalla saletta, trovo due robusti signori della sicurezza interna che mi accompagnano alla mia scrivania, dove il computer è stato disconnesso dalla rete e il mio collega windowsaro sta laboriosamente rimuovendo le mie chiavi SSH da ogni server di produzione usando il suo portatile. Mi fa un mezzo sorriso vagamente colpevole, io gli ricordo di rimuovere le mie chiavi anche dai server di sviluppo su cui un accrocco malefico ha bisogno dell'accesso alla rete di produzione, di cambiare anche le password dei nuovi firewall, raccolgo le mie cose e me la filo, sempre accompagnato dai due omoni. Siccome formalmente non sono stato licenziato, la compagnia è attenta a rispettare le formalità: offro di restituire il portatile, ma mi dicono di no, se dovessimo terminare il rapporto di lavoro lo restituirò - naturalmente l'accesso alla rete interna è stato disabilitato e la mia password non è più valida sul dominio Windows. Allo stesso modo, la mia tesserina RFID che mi permetteva di girare per il palazzo rimane a me fino all'ultimo giorno di lavoro - ma non funziona più su nessun accesso.

Arrivo a casa, ritelefono ai due reclutatori che ormai devono pensare che sono pazzo, e nel giro di 10 giorni ho fatto 3 colloqui di cui uno in particolare è andato benissimo - oggi pomeriggio ho il follow-up e se va bene potrei avere il colloquio finale (che a quel punto è una formalità, ma arriva il big boss dal Texas per farmelo) prima della fine della settimana. Devo dire che l'unica volta in vita mia in cui ho studiato più che in questi ultimi giorni è stato quando preparavo Analisi II con la Sisto e Arnese (e chi ha studiato a Bari sa di cosa parlo).

Insomma, per finire, stamattina mi sveglio ad un insistente dah dah de-doo - dah dah de-doo - dah dah de-doo (i telefoni di 24, avete presente?). Bofonchio un "hallo?" impastato, e mi sento la voce un po' scazzata del managerone con cui ho parlato un mese fa.

"Iuginio?" (gli anglofoni sono costituzionalmente incapaci di pronunciare nomi stranieri) "Ti ho cercato di sotto ma non c'eri, al tuo telefono non risponde nessuno, sono le nove e mezza, come mai non sei al lavoro?"

Reprimo la tentazione di fare la voce di Montalbano e chiedere "Ma che, mi stai a pigghia' p'u' culo?" e bofonchio qualcosa di non compromettente intanto che cerco di capire questo stupido dove vuole arrivare (cit.)

"Oggi a mezzogiorno arriva il responsabile della rete di Stoccolma che vuole discutere con te come razionalizzare l'infrastruttura usando Linux, ti conviene esserci e devo dire che questo rapporto di lavoro non inizia sotto una buona luce se sparisci senza lasciare traccia in orario d'ufficio"

Reprimo Montalbano che preme e gli chiedo se ha avuto notizia dalle Risorse umane circa il mio trasferimento. Mi risponde che intanto che le carte stazionano lì ha deciso di far partire il progetto, tanto si tratta di una formalità. A quel punto mi tocca spiegargli in dettaglio che sono in gardening leave perchè la compagnia ha deciso di eliminare Linux e gestire la transizione con contrattisti a breve termine (ha senso: se dai al tuo sistemista il compito di passare tutto a un altro sistema per poi licenziarlo, ci metterà trent'anni a finire la transizione). Lui mi risponde che nessuno lo ha informato e che non è fattibile in meno di qualche anno e non si può gestire una rete europea che in molti punti dipende criticamente da Linux con contrattisti a tre mesi. Io gli faccio presente che lo so e che non è un'idea mia, che mi hanno offerto anche un bel redundancy package compresi quelli che sono a tutti gli effetti due mesi di vacanze pagate, e che sto facendo una serie di colloqui e probabilmente non sono interessato a tornare anche se decidono di non licenziarmi più.

Riattacca senza salutare. Mi richiama mezz'ora dopo. Mi chiede in tono vagamente lamentoso se sarei disposto a lavorare a contratto (rinnovabile). Riattacco senza salutare.

Sto ancora ridendo.

P.S. Una nota a margine: qui i lavori a contratto sono tosti e molto ambiti, un po' il contrario che in Italia. Devi accumulare una montagna di esperienza prima di essere in grado di lavorare a contratto nell'IT, e si parla di paghe dell'ordine delle 400 sterline al giorno. Il lavoro è stressante, ti devi fare da te pensione, assicurazione sanitaria e tutto il resto, se t'ammali devi andare al lavoro lo stesso, e in molti casi se alla fine del periodo non hai finito il lavoro o ti tocca lavorar gratis fino a consegna o devi dare indietro tutti i soldi; con tutto questo, c'è chi non lo cambierebbe per niente altro, ho un amico che lavora 6 mesi all'anno a contratto e passa gli altri 6 mesi a girare il mondo - in questo momento sta attraversando la Rift Valley in fuoristrada.