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02 febbraio 2009

Tratta degli schiavi


Siccome in Italia se ne parla, e mi par di capire che se ne parli nei termini di "ci sono le ronde inglesi che vanno in giro a bastonare gli italiani" (sottinteso: avete visto che dopotutto le nostre ronde padane non sono nè uniche nè poi tanto male?) sarà il caso di fare un minimo di chiarezza. La questione della raffineria in Lincolnshire è una delle prime conseguenze della direttiva Bolkestein, un escamotage inventato dalla Commissione Europea per rendere, in pratica, di nuovo legale la tratta degli schiavi. Sono certo che tutti e tre i miei lettori sanno di cosa si tratta, ma sarà il caso di ricordare a grandi linee che è una direttiva che permette ai datori di lavoro di assumere o affittare lavoratori temporanei per usarli nel proprio Paese ma aggirando la locale legislazione sul lavoro e sottoponendo invece il loro trattamento (salariale e non) alle condizioni vigenti nel Paese in cui sono stati assunti.

Per esempio, permette di portare qui lavoratori siciliani pagati meno di due terzi di quel che viene pagato un lavoratore inglese, senza assistenza sanitaria (rimangono comunque a carico del SSN italiano, eccetto che per le emergenze mediche) e così via: e i lavoratori del Lincolnshire si trovano in mezzo a una strada perchè gli appaltatori, molto semplicemente, non possono competere se vogliono continuare a pagare stipendi che qui vengano considerati decenti: se vogliamo, una corsa dei disperati su scala europea. Naturalmente, soprattutto grazie all'infelice slogan del Grande Timoniere Mao-Tze-Brown, l'estrema destra e il Daily Heil non hanno perso tempo a infiltrare la protesta e a cercare di riorientarla in senso xenofobo, e proprio di recente i sindacati inglesi hanno preso posizione. Lascio la parola all'ottima HakMao:


Il segretario generale della TUC [la più importante confederazione sindacale britannica, NdT], Brendan Barber, si è sentito in dovere di prendere posizione contro il BNP e il resto della feccia di estrema destra - inclusi i sempre più razzisti tabloid - che cerca di sollevare un polverone xenofobo e anti-immigrazione a partire dalla disputa sulla raffineria Lindsey in Lincolnshire, dopo che lo stupido e ridicolo slogan "Posti di lavoro britannici per i lavoratori britannici" (di per sè una sintesi fraintesa di un comunicato egualmente stupido e ridicolo del governo Brown) è stato adottato dagli operai rimasti senza lavoro a causa di un contratto di subappalto fra la Total, proprietaria della raffineria, la compagnia americana Jacobs, che ha vinto l'appalto per i lavori, e la società italiana di costruzioni IREM.

I leader sindacali ribadiscono che lo sciopero non è diretto contro i lavoratori stranieri ma contro il management e il loro evidente tentativo di costringere i lavoratori ad accettare un peggioramento delle condizioni salariali, lavorative e di rappresentazione sindacale. Se sono sinceri in questo, dovrebbero immediatamente dissociarsi dallo slogan "Posti di lavoro britannici per i lavoratori britannici" e da affermazioni dettate da intolleranza e nazionalismo come

"Io sono una vittima, voi siete vittime, migliaia di persone in questo Paese sono vittime di questa discriminazione, di questa vittimizzazione dei lavoratori britannici"

che non fanno che dividere i lavoratori per nazionalità - come se la lotta fosse fra lavoratori inglesi e stranieri e non fra lavoratori e padronato. La legislazione europea sul lavoro permette agli appaltatori di aggirare la legislazione britannica e importare forza lavoro economica e non sindacalizzata in una pratica nota come "social dumping" - spingendo al ribasso salari e condizioni di lavoro mettendo i lavoratori in competizione gli uni con gli altri. L'unica risposta appropriata a questa strategia transnazionale di sfruttamento è una lotta per la piena sindacalizzazione e per uguali condizioni salariali e lavorative per tutti.

05 novembre 2006

Siamo alle solite


Glastonbury è una deliziosa cittadina del Somerset al centro delle tradizioni druidiche, paleocristiane ed arturiane di questo Paese. Si vuole che in epoca romana il Glastonbury Tor, il colle circondato dalle paludi, fosse quanto di più vicino i druidi avessero ad un Vaticano; si vuole che all'età di nove anni Gesù sia venuto ad apprendere la sapienza dei suddetti druidi; che Giuseppe di Arimatea vi abbia temporaneamente lasciato il Graal; che, fra gli altri, Artù vi sia stato educato.

Oggi Glastonbury è un grazioso borgo che vive della sua fama newage, di decine e decine di negozi di bacchette magiche, oli mistici, incenso, tarocchi, statuette di Gandalf, Artù e Iñigo Montoya (q.v.) e ovviamente di sfere di cristallo; ci ho festeggiato il mio primo anniversario di matrimonio e devo dire che nonostante, o forse proprio a causa della mia totale avversione per newage e fuffa in genere, l'ho trovata adorabile.

Questo weekend, disgraziatamente, un branco di fondamentalisti religiosi è disceso sulla città, marciando per le vie del centro, urlando slogan, insultando i turisti, aggredendo anche fisicamente i proprietari dei negozi e coloro che uscivano da ritrovi evidentemente pagani, ed attaccando un negozio un po' più isolato. Lo scopo dichiarato era quello di fare pulizia dei pagani e dei miscredenti, concentratisi nella città per il festival di Halloween e poi fermatisi per il weekend.

Come al solito, la polizia ha pensato bene di lasciar fare per evitare di inasprire lo scontro; pare che ogni volta che dei fanatici religiosi scendono in strada a intimidire chi si fa gli affari propri, la polizia scopra che i diritti dei bulli sono assolutamente inviolabili (update: pare che almeno uno sarà perseguito per incitamento all'odio religioso).

Chi mi conosce sa che non sono una persona particolarmente intollerante, anzi: ma a tutto c'è un limite, e credo sinceramente che si debba tracciare una linea di demarcazione, si debbano porre dei paletti, stabilire delle regole, e dire chiaramente, e con forza, che chi le regole non vuole o non è capace di rispettarle può fare i bagagli e lasciare la Gran Bretagna. La misura, come si suol dire, è colma: o i cattolici si impegnano a rispettare la libertà assoluta di religione, o se ne possono anche andare.