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13 settembre 2008

Femminista?


Non riuscirò mai, temo, a capire il motivo di un certo innamoramento di alcuni progressisti e di altre persone per altri versi razionali per Sarah Palin, una fondamentalista religiosa che fa sembrare Nazinger tollerante, La Russa progressista e la Carfagna colta e intelligente, ma tant'è, la gente è strana.

Tocca però lanciare un appello: almeno risparmiatemi le sbrodolate sul presunto "femminismo" della Palin e dei repubblicani. Mica per altro, a sentire il mio medico esiste una dose giornaliera massima consigliata di antiemetici.

Per la brava signora Palin, a quanto pare, quando una donna viene violentata (e il suo Stato ha il record di violenze sessuali negli USA) deve pagarsi da sè il "rape kit", le medicazioni e gli strumenti forensi per raccogliere prove e tracce - un costo variabile fra i 500 e i 1200 dollari.

La Palin nega di aver avuto parte nella faccenda, ma a quanto pare i dati di bilancio del comune di cui era sindaco la smentiscono.

Ma perchè? Forse perchè il kit contiene una pillola del giorno dopo - che non induce l'aborto ma impedisce il concepimento, quindi se la Palin non fosse troppo stupida/ignorante per capire la differenza, non dovrebbe avere neanche niente in contrario - ma la Palin, mi sa, aveva un QI troppo basso persino per passare il provino da velina, il che spiega come mai come sbocco lavorativo le sia rimasto solo fare la token female cutout shape nel partito repubblicano.

Quindi, fate la cortesia: dite che vi piace la Palin perchè rappresenta, a differenza della Clinton, esattamente ciò che una donna dovrebbe essere - graziosa, obbediente, orgogliosa della propria sottomissione e incommensurabilmente stupida; dite che una donna non si tocca neanche con un fiore e quindi McCain deve vincere perchè sennò, poverina, lei piange; ma non venite a parlare di "successo delle donne" o di femminismo, che fate ridere, questa può piacere al massimo al pensionato fascista che continua a cercare di infestare i commenti - e solo perchè è praticamente l'unica figura pubblica di sesso femminile che non lo fa sentire intellettualmente inferiore.

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I'll never be able to understand the infatuation of so many progressive commentators and otherwise rational people for Sarah Palin, a fundamentalist nutter who makes Ratzinger look tolerant, Ignazio "fascism wasn't that bad" La Russa progressive and Mara "blowjob" Carfagna intelligent - but never mind.

I'd like to use this blog for a simple appeal: please, i beg you, spare me the gushing praise for Palin's "feminism". There's a limit, my doctor says, to the anti-emetic pills I can pop in a day.

According to Ms. Palin, it appears, when a woman is raped (and her state holds the current US record for sexual assault on women) she, or if she's not in the poorer 20% of the population, her medical insurance, should be charged the full price of the rape kit, between $500 and $1200.

Palin denies any role in the issuing of the new rules, but apparently the budget papers of the town where she mas mayor say otherwise.

Why charge the victims? Perhaps because the kit contains a morning-after pill - which does not induce an abortion but simply prevents conception, so if she werent too stupid/ignorant to understand the difference she would probably have nothing against it; but it looks like Palin's IQ was too low even for a professional beauty queen, which explains why she ended up working as token cutout female shape in the Republican Party.

So, do me a favour: say that you like Palin because, unlike Hillary Clinton she's exactly what a woman should be, cute, obedient, proud of her submission, unbearably stupid; say that women should be protected so let's vote for McCain, otherwise we'd make her cry, the poor thing; but don't give me any more bullshit about "women's triumph" and feminism, it's getting more and more ridiculous.

16 gennaio 2008

Essere, dire, fare, baciare


Nei commenti di alcuni fra gli ultimi post è venuta fuori una micro-discussione a proposito dei candidati alla presidenza USA. Lasciando da parte Ron Paul per un minuto - non sono un libertarian, non credo nelle soluzioni libertarian, non amo soprattutto le correzioni religiose all'ideologia libertarian che influenzano la politica di Ron Paul, e non gli perdono di essere diventato il portavoce dell'equivalente americano dei signoraggisti - l'obiezione che fa Uriel alla diatriba Obama/Clinton è forte.

Sembra in effetti che molti sostenitori di Hillary Clinton e di Barack Obama sostengano uno/a dei due non per le politiche che propugna, non per le soluzioni che propone ai problemi americani, ma per la quantità di melanina di uno dei due candidati, o per le ovaie dell'altra.

Personalmente, non mi sento particolarmente toccato dall'accusa. Se sostengo Hillary Clinton è perchè credo che Bill Clinton (con tutti gli errori commessi) sia stato uno dei migliori presidenti americani. Ha fatto le sue cazzate, per carità - soprattutto il NAFTA; una discussione sui meriti e demeriti di Bill Clinton esula dagli scopi di quest'articolo: i miei tre lettori probabilmente dissentiranno dal mio giudizio, e non ho problemi ad ammettere che terreno per discutere ce n'è. Ciononostante, basta confrontare le condizioni degli USA sotto Bush padre, sotto Clinton e sotto Bush figlio per notare che qualche differenza c'è. Allo stesso modo, se non mi dispiace troppo Barack Obama, anzi, se il mio dream team è Hillary presidente e Barack vice, per prepararlo alla presidenza fra 8 anni con più esperienza di potere, è perchè un presidente si misura anche (e molto) dalla qualità dei consiglieri che si è scelto e che costituiranno il suo esecutivo, e quelli che lavorano per Barack Obama sono di primissima qualità, gente come Richard Clarke, Zbigniew Brzezinsky, Jeffrey Bader (lo si vede anche dalla quantità di inchiostro che i repubblicani stanno utilizzando per svariati esercizi di character assassination). Certo, avere un presidente competente e donna, un presidente competente e nero, avrebbe un notevole valore simbolico per gli USA, e la cosa mi fa piacere, ma non voterei per Hillary perchè è donna, o per Barack perchè è nero (così come, se Condoleezza Rice, donna nera, si fosse candidata, avrei tifato per quasi chiunque tranne che per lei).

La cosa interessante, però, è che in effetti c'è una corrente d'opinione che ritiene che sia più importante ciò che le persone sono che ciò che dicono o fanno. Il podcast di
Democracy Now di lunedì scorso (14/1/2008) aveva come ospiti una serie di studiose e scrittrici femministe e attiviste delle minoranze, che discutevano proprio di questo fatto. Il femminismo americano, purtroppo, ha seguito la strada del Fronte Popolare di Liberazione di Giudea, con bizantine distinzioni fra femminismo delle minoranze, third wave, fourth wave, femminismo mainstream e così via, e credo che abbia in questo momento più correnti che esponenti. Il dibattito era affascinante, più per le sue caratteristiche surreali che per le argomentazioni in sè delle partecipanti. L'unica cosa su cui concordavano era che nessuno dei candidati democratici era accettabile - l'unica forma di vita per cui avrebbero trovato concepibile votare era una donna nera, nubile e di recente immigrazione. Barack Obama non era accettabile in quanto maschio: i maschi neri contribuiscono ovviamente all'oppressione delle donne nere. Hillary Clinton era doppiamente inaccettabile, in primo luogo in quanto bianca (e quindi, sebbene oppressa dai maschi bianchi, partecipe dell'oppressione dei maschi neri e contemporaneamente complice di questi ultimi nell'oppressione delle donne nere) e in secondo luogo in quanto sposata, e dunque consapevolmente partecipe del meccanismo millenario di schiavitù riproduttiva delle donne. Cynthia McKinney, candidata verde, donna, nera e sufficientemente nutter da credere a tutte le stronzate complottiste venute fuori negli ultimi 20 anni, dal Memorandum 46 all'11 settembre, dagli ebrei che cospirano per lasciare i neri disoccupati all'uragano Katrina creato con HAARP per distruggere le case popolari di New Orleans, sembrerebbe a prima vista accettabile, ma il fatto stesso che sia stata parlamentare mostra che è integrata in una società maschilista e repressiva come quella americana, e quindi è comunque inaccettabile.

Ho ascoltato l'intero dibattito, durato una mezz'ora, e in quella mezz'ora non si è parlato una volta di quello che i candidati proponevano, di politica estera, di assistenza sanitaria, di politiche ambientali, della guerra. Non si è parlato di quello che i candidati dicono o fanno: solo di quello che sono. Personalmente ho trovato agghiacciante che si spacciasse per frontiera ultima del progressismo l'idea che i meriti, le capacità, le azioni di una persona non abbiano peso e che ne abbia invece solo la sua purezza, misurata in questo caso col metro dell'appartenenza etnica e di genere.

Se dovessi fare un'ipotesi cattiva, direi che questa degenerazione del pensiero progressista viene dal bisogno di giustificare preventivamente errori e fallimenti sottraendoli alla prova dei fatti e misurando le politiche solo in base alla purezza ideologica di chi le propone: dalla vecchia idea che la purezza ideologica è l'unico parametro di giudizio accettabile; crollata quella fissazione, la forma mentis rimane, ed ecco saltar fuori, paradossalmente, la purezza etnica e/o di genere come sostituto, con la sola accortezza di invertire i fattori di merito rispetto a quelli che avrebbe potuto dare un patriarca afrikaans del secolo scorso.

Non so, sarò strano io, ma a me l'idea che fra i progressisti ci siano correnti che pretendono di giudicare una persona esclusivamente in base al sesso e al colore della pelle un po' di brividi li mette.

24 ottobre 2006

L'altra metà della mezzaluna


Un bellissimo post di Dacia Valent sulla condizione delle donne musulmane. Condivido al 99%, con l'unica obiezione che sì, molti di quelli che discutono sul velo oggi lo fanno strumentalmente, ma questo è vero da entrambe le parti.

Certo, non è neanche lontanamente pensabile dare una soluzione legislativa a queste questioni - così come le grandi battaglie femministe del nostro passato non sarebbero state aiutate da leggi che imponessero alle donne di lasciare culle e fornelli e andare a lavorare; ma non si può chiedere neanche il silenzio "perchè è un problema interno alla comunità musulmana". È anche un problema interno alla comunità italiana, o europea, e se imporre una soluzione legislativa (in un senso o nell'altro) sarebbe un atto di ingiustizia, guardare dall'altra parte e fare finta che la questione non esista non credo sia una mossa molto più intelligente - esattamente come per tutte le altre battaglie femministe, magari anche a costo di raccattare per strada avanzi di solidarietà pelosa e strumentale.

19 ottobre 2006

Ancora sul velo


Un bell'articolo di Polly Tonybee sul blog del Guardian, Comment is Free, che si rifà ad un'intervista ad Harriet Harman comparsa nei giorni scorsi sul New Statesman.

Vale la pena leggere l'intero articolo, ma in particolare questo:

Jack Straw questioned the veil when he found it was not fading out, but increasing in his constituency. No one would ban it in the street: where would fashion dictatorship end? But between teachers and pupils, or public officials and their clients, the state should not allow the hiding of women. No citizen's face can be indecent because of gender.
Prescott, Hewitt, Kelly, Hain and others failed the test, saying it was women's "choice": can they really believe that's the whole story? Here is an uneasy blend of nervousness about racism and fear of already angry Muslims. It was left to Harriet Harman to make the unequivocal case for women's rights: "If you want equality, you have to be in society, not hidden away from it," she said. "The veil is an obstacle to women's participation on equal terms in society." No nonsense about choice. It took feminist leaders like her to fight for women's rights, often against a majority of oppressed women who at first "chose" to think them outlandish and unfeminine.
(traduzione mia)
Jack Straw ha messo in discussione il velo quando si è reso conto che invece di scomparire si stava diffondendo nel suo distretto elettorale. Nessuno vuole vietarlo per strada: dove andrebbe a finire questa specie di dittatura della moda? Ma fra insegnanti e alunni, fra pubblici ufficiali e chi si rivolge loro, lo stato non dovrebbe permettere che le donne debbano nascondersi. Non si può accettare che il viso anche di un solo cittadino o una sola cittadina arrivi ad essere considerato indecente per via del suo genere.
Prescott, Hewitt, Kelly, Hain, non hanno superato la prova, affermando che era una "scelta" delle donne: credono veramente che la questione stia tutta lì? Tutto quello che hanno mostrato è una poco rassicurante mescolanza di paura di mostrarsi razzisti e timore di alimentare ancora la rabbia di alcuni musulmani. C'è voluta Harriet Harman per difendere senza equivoci i diritti delle donne: "Se si vuole uguaglianza, si deve diventare parte della società, non nascondersi separandosene" dice "Il velo è un ostacolo alla partecipazione paritaria delle donne alla vita sociale". Nel suo discorso, nessuna delle solite assurdità sulla libertà di scelta: leader femministe come lei hanno già fatto l'esperienza di lottare per i diritti delle donne, e spesso contro una maggioranza di donne oppresse che "sceglievano" di bollarle come matte e dimentiche della propria femminilità.
La conclusione è nel titolo stesso dell'articolo: solo uno Stato completamente laico può garantire appieno i diritti delle donne.