No pasaran
Nazinger non va alla Sapienza. Quello che avrei da dire in proposito lo dice (meglio di me) Mrs. Inminoranza.
Un posto dove conto di buttar giu' qualche riflessione, soprattutto in relazione a discussioni avute su Usenet, sulla vita a Londra e qualche volta su Linux
Nazinger non va alla Sapienza. Quello che avrei da dire in proposito lo dice (meglio di me) Mrs. Inminoranza.
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Eugenio Mastroviti
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Tags: clericofascisti, Papa, teocrazia
Una cosa che non mi sarei mai aspettato di avere in comune con Mmax: una cotta preadolescenziale per Wanda Ribeiro de Vasconcelos, più famosa (almeno per la mia generazione) come Lio.
Poco è stato esportato della musica pop in francese, ma quel poco sembra aver scandito alcune fasi della mia vita. Per motivi che adesso è un po' complicato spiegare, non riesco a pensare all'elettrodinamica dei mezzi continui senza risentire Caroline Loeb:
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Eugenio Mastroviti
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C'è un motivo molto preciso per cui questo blog si chiama "in minoranza", e non è strettamente un richiamo a Nanni Moretti e al suo bellissimo monologo sul sentirsi a disagio quando si è in accordo con la maggioranza, o almeno, estende quel senso di disagio con delle ragioni.
Il motivo principale per cui questo blog si chiama così è la mia personale, intima e incrollabile convinzione che la maggioranza degli esseri umani siano, in fin dei conti, dei perfetti imbecilli, e la mia altrettanto intima e immodesta convinzione di non far parte di quella maggioranza.
Sono certo, per esempio, che il QI medio degli esseri umani non sia affatto 100, ma intorno a 75. Se pure. Astenersi commentatori pignoli, lo so che è un paradosso. Non sono mica imbecille (appunto).
Certo, anch'io ammetto forme di imbecillità nella mia vita: ho fumato per vent'anni, al supermercato sono un assiduo frequentatore del banco dei prodotti biologici e di quello equo e solidale, riciclo la plastica pur sapendo che costa energeticamente di più che smaltirla normalmente e produrne di nuova, voto regolarmente scegliendo fra gli esponenti di due/tre partiti che di diverso hanno giusto il simbolo e occasionalmente l'accento regionale; ma c'è di peggio.
Ho detto in passato come non esiste stronzata, al mondo, che non possa trovare una mezza dozzina o più di seguaci. Non esiste paranoia, ipotesi di complotto, leggenda metropolitana, che non galvanizzi l'attenzione di qualche manipolo, e spesso di legioni, di imbecilli, e ultimamente il fenomeno, grazie anche (ma non solo) all'accesso universale a Internet si è trasformato da endemico a epidemico. Gli imbecilli si riuniscono, formano club e associazioni, scrivono su Comment is Free, riescono a istigare discussioni parlamentari.
Quando un medico/ciarlatano riesce a pubblicare un articolo che insinua, in base ad un'estrapolazione a partire da sette casi senza campione di controllo, che le vaccinazioni causano l'autismo, vaste fette (maggioranza, appunto) della popolazione inglese fanno il possibile per non vaccinare i figli, col sostegno dei maggiori organi di stampa, e col risultato che adesso a Londra abbiamo la seconda epidemia di morbillo in due anni - epidemia che ha già fatto i primi due morti. Tanto per chiarire che l'imbecillità non è un fattore che si accompagna alla latitudine di nascita, al colore della pelle o alla religione, un imam nigeriano, qualche anno fa, ha lanciato l'allarme sulle vaccinazioni antipolio, sostenendo che erano parte di un diabolico piano dell'OMS per sterilizzare i neri africani e farli estinguere; risultato, epidemie di polio a raffica in Nigeria.
Quando qualche paranoico - di quelli che si rifugiano nelle capanne di tronchi sulle Montagne Rocciose con il cappellino di stagnola in testa e 18 fucili d'assalto per proteggersi dalle truppe d'assalto dello ZOG - comincia a scrivere articoli su qualche sito web cospirazionista, denunciando il fatto che il malefico governo ha registrato il suo nome e cognome, ecco che fioriscono garanti della privacy in mezzo mondo: come osa il governo conservare le mie impronte digitali? Chi lo sa cosa potrebbe farne, un giorno? E i miei dati biometrici, parolone che sa tanto di fantascienza asimoviana! Il governo ha i miei dati biometrici! Panico, orrore e raccapriccio! Sanno di che colore ho gli occhi! E così veniamo investiti da un'esplosione di moduli di consenso, leggi, leggine, distinzioni bizantine fra dati sensibili, dati personali, dati riservati e dati di cui, diciamolo, non frega veramente un caxxo a nessuno, documenti programmatici di sicurezza da inviare alla Gazzetta Ufficiale in triplice copia prima di poter mandare un messaggio per email a mio cognato, leggo cospirazionisti italiani lanciare l'allarme perchè l'Inghilterra è all'anticamera dello Stato di polizia in quanto, orrore orrore, vuole introdurre le carte d'identità, famigerata misura dittatoriale.
Da ultimo, una persona che conosco - la civil partner di una collega, per la precisione - che lavora per il CID, l'equivalente inglese della DIGOS, all'incirca, mi racconta una storiella interessante a proposito di un dato francamente sconcertante, quello che dice che un numero consistente, la maggioranza per certe fasce di età e appartenenza sociale, delle donne violentate si rifiutano di sottoporsi a visita medica ed al prelievo di campioni. La questione era saltata fuori in una vecchia discussione su Secondoprotocollo, e quando questa conoscente ha menzionato lo stesso fenomeno ha solleticato la mia curiosità. Il 99% delle donne che si rifiutano di sottoporsi a visita medica vedono, com'è ovvio, il loro aggressore rimesso in libertà, quando pure si arriva ad una formalizzazione delle accuse; perchè, allora, un comportamento così autolesionista? La poliziotta mi ha spiegato che nella grande maggioranza dei casi di cui lei si è occupata personalmente, le donne - quasi sempre di estrazione medio-alto-borghese, colte, istruite - ponevano un problema di privacy. Non volevano sottoporsi a visita medica, e al prelievo di campioni di fluidi e DNA, perchè temevano che il loro DNA venisse archiviato dalla polizia, cosa che è, come vi spiegheranno tutti gli attivisti della privacy, Male. Queste donne sono state bombardate ogni giorno con il messaggio che la più grande minaccia alla loro incolumità, sicurezza, tranquillità, non sia lo stupratore che rimane a piede libero, ma la catalogazione, da parte della polizia, delle loro impronte digitali o del loro DNA - anche se non sarebbero in grado di spiegare perchè, a parte vaghi timori che la polizia rivenda queste informazioni a qualche compagnia di assicurazioni sanitarie che poi magari potrebbe rifiutar loro una polizza perchè il loro DNA mostra una predisposizione alle unghie incarnite - e anche questo timore viene espresso solo in alcuni casi. In generale, l'obiezione è un semplice "ma poi il governo avrà dei dati estremamente personali su di me!".
Il problema è che anche il conforto un po' snob che deriva dall'essere minoranza aiuta solo fino ad un certo punto. Certo, per le vaccinazioni la soluzione è semplice: rendiamole gratuite ma facoltative, e facciamone un metodo di selezione naturale: chi vuole, vaccina i figli; gli altri confidano nelle vibrazioni positive della verdura biodinamica per prevenire le malattie. Il gene egoista, alla fine, vince. Per il criminale che rimane a piede libero perchè la polizia dopo un po' deve distruggere le impronte digitali dei sospettati, invece, il problema è collettivo: lo stupratore a piede libero è un problema anche per mia figlia, anche se lei acconsente alla visita medica - se vogliamo, a quel punto è pure tardi per preoccuparsi.
L'imbecillità è, mi sto convincendo, un'Idra: tagli la testa che blatera del buco del Pentagono l'11 settembre e ne spuntano due, una che straparla di vaccinazioni assassine e l'altra di medicina olistica; mozzi quella che accusa gli zingari di rapire i bambini ed ecco che vengono fuori gli Skulls & Bones e il complotto di John Kerry per perdere le elezioni presidenziali; tagli la regina Elisabetta discendente dei rettiliani, vengono su l'omeopatia e gli psicanalisti per animali da compagnia. E se non ho il timore che abbiano ragione loro (come dicevo sopra, non sono imbecille), ho il timore, ogni giorno più fondato, che questa maggioranza, prima o poi, cominci a darsi ragione per legge, come stanno cercando di fare in USA per l'insegnamento delle scienze o la ricerca sulle staminali, o in Italia con la legge sulla fecondazione asssitita. Certo non potrebbe per forza di cose durare molto, due, tre generazioni al massimo, ma mi infastidisce non poco l'idea di essere coinvolto mio malgrado, io o i miei discendenti, nel collasso degli imbecilli. Voglio dire, se i Vulcaniani arrivano e ci trovano impegnati a ricostruire la società dopo la guerra e a creare il primo motore a curvatura, magari si fermano e ci danno una mano; ma se ci trovano moribondi di fame e malattie perchè siamo imbecilli, e per giunta abbiamo messo in galera Zefram Cochrane perchè si rifiutava di credere alla teoria dell'Orgone, quelli al più si fanno una risata e ci danno l'equivalente interstellare di un calcio in culo prima di ripartire per sempre...
Update: per qualche motivo l'editor aveva cancellato tutti i link durante la pubblicazione. Vediamo se stavolta compaiono.
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Eugenio Mastroviti
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Tags: imbecilli
Nel podcast di Democracy Now di venerdì scorso (11 gennaio) c'è un estratto delle testimonianze di torture inflitte dagli interrogatori militari ai detenuti della base di Guantanamo. La prima testimonianza narra di come una interrogatrice si sia aperta un bottone della camicetta per far vedere al detenuto una scollatura un po' più generosa, farlo arrapare e farlo dunque sentire impuro e ipocrita, mettendolo psicologicamente a disagio. La seconda, di come un interrogatore abbia detto ad un detenuto di aver buttato a terra una copia del Corano e di avergli dato un calcio.
Queste due accuse sono state ripetute spesso, anche dagli avvocati dei detenuti (la prima denuncia di questi due episodi specifici risale alla scorsa primavera), come prove delle inumane torture operate sui prigionieri di Guantanamo. Ora, che a Guantanamo si compiano massicce violazioni dei diritti dei prigionieri è noto ed acquisito, lo dice anche la Croce Rossa Internazionale che in generale ci va con i piedi di piombo prima di lanciare accuse; ma fra tutti gli esempi che si potevano tirar fuori, perchè insistere tanto su queste due stronzate?
Poi dice, con amici come questi...
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Eugenio Mastroviti
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Tags: Guantanamo
Il fatto che alcuni genî siano stati oggetto di ridicolo non implica che tutti quelli di cui si ride siano genî. Hanno riso di Colombo, hanno riso di Fulton, hanno riso dei fratelli Wright. Ma hanno anche riso di Bozo il Clown.
(Carl Sagan)
Una di quelle frasi che andrebbero marchiate a fuoco sulla fronte di tutti gli scienziati incompresi usenettiani, quelli della propulsione non newtoniana, dei vaccini che fanno venire l'autismo, delle stimmate aliene, del cancro curato col bicarbonato, delle macchine per l'energia di Tesla.
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Eugenio Mastroviti
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Tags: citazioni
Si è spento ad Auckland a 88 anni Sir Edmund Hillary, uno dei due uomini (l'altro, Tentzin Norgay Sherpa, è morto nel 1986) che nel 1953 per primi raggiunsero la vetta dell'Everest.
È stato alpinista, diplomatico, esploratore, filantropo, e uno dei miti della mia infanzia e adolescenza. RIP.
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Eugenio Mastroviti
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Tags: eroi
Spett. Sig. 217.202.62.64
Ho ricevuto e letto con interesse la sua mail, quella che sosteneva di venire da ebay.it e che mi chiedeva di cliccare sul link per confermare a ebay che l'indirizzo di posta elettronica che avevo registrato con loro era corretto. Sono rimasto assolutamente ammirato delle sue capacità, soprattutto per via del fatto che io un account con ebay.it non ce l'ho, ma ho pensato, vuoi vedere che quei geniacci di ebay.co.uk hanno visto che ho un nome italiano e mi hanno aperto un account su ebay.it?
Insomma ho seguito il link, che, probabilmente per ragioni di sicurezza, non risultava essere di ebay.it (meglio mantenersi in incognito, dopotutto, con tutti i malintenzionati che ci sono oggidì sull'Internet), ho messo i miei dati, soprattutto la password, che è un asterisco ripetuto 8 volte (sono furbo, eh?) e ho cliccato su "invia". Spero che a questo punto il mio indirizzo sia confermato, e che il mio account su ebay.it che non sapevo nemmeno di avere sia pronto per me.
Solo un appunto per il futuro, però: eviti, gentile dott. 217.202.62.64, di usare un webserver farlocco, tanto bacato che appena uno fa un telnet sulla porta 80 e manda un POST /%, quello se ne va in crash. Io lo dico per lei.
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Eugenio Mastroviti
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Tags: informatica, interweb, phished phisher
Cena di Natale/Capodanno/Compleanno/Santo Patrono/Anniversario della Rivoluzione (una qualsiasi): oca farcita alle prugne e castagne
Se questo fosse un blog irlandese, adesso dovrei esordire come nella vecchia barzelletta inglese: per prima cosa, rubate un'oca...
Essendo questo un blog capitalista e occidentale che incoraggia il consumismo sfrenato, consiglio invece di comprarla - da Moore & Sons, fra Whetstone e Barnet, se siete a Londra.
Assieme all'oca avete bisogno di:
Ripieno:
1/2 kg di prugne secche
2 bicchieri di porto
1 kg di castagne fresche
1 cipolla
1 spicchio d'aglio
150 grammi di cranberries (mirtilli rossi americani) (la ricetta le richiede secche; io le preferisco fresche)
3 gambi di sedano
prezzemolo a piacere
100 grammi di burro
Salsa:
le interiora dell'oca
1 cipolla
1 carota
1 manciata di ritagli di funghi
1 patata
1 gambo di sedano
1 pastinaca
150 grammi di burro
150 grammi di farina
La sera prima prendete le interiora e il collo e fatene un brodo molto semplice in 3-3.5 litri d'acqua, con l'aggiunta di un gambo di sedano, un po' di ritagli di funghi, una cipolla, una vecchia patata, una carota, e magari un parsnip, un ortaggio bianco avorio dall'aspetto di una carota e dal vago sapore di carciofo che in italiano credo si chiami pastinaca. Lasciate andare il brodo anche per tutta la notte se vi pare il caso (copritelo, ovviamente, quando andate a letto, per evitare di consumarlo), ma è importante che si sia ragionevolmente raffreddato qualche ora prima di servire l'oca. Quando il volume si sarà ridotto a meno di 2 litri toglietelo dal fuoco, filtratelo attraverso un colino e mettetelo a raffreddare.
Lessate a puntino le castagne e sbucciatele mentre sono bollenti - è più facile e offre infinite occasioni di ilarità al resto della famiglia mentre bestemmiate divinità di cui non sospettavate neanche l'esistenza e vi succhiate le dita ustionate. Mettete le prugne a bagno nel porto per un'ora o due. Preparate un battuto con aglio, cipolla e sedano e saltatelo nel burro. Aggiungete le castagne, le cranberry, le prugne e il porto in cui le avete fatte riprendere, fate insaporire il tutto fino a quando il liquido si sarà più che dimezzato.
Estraete dalla cavità ventrale dell'oca tutto il grasso in eccesso e spalmatelo su petto e soprattutto cosce, forate la pelle, massaggiatela con pepe e sale grosso, farcitela e chiudete la cavità con filo da cucina, imbrigliatela e avvolgetela in carta stagnola. Adagiatela a petto in su in una casseruola molto capiente e dai bordi alti e mettetela in forno a 200 gradi circa, calcolando circa 3 ore e mezza per un'oca di 6 chili. Ogni ora circa aprite l'involucro e bagnatela col suo stesso grasso. Rimuovete anche il grasso in eccesso dal fondo della casseruola: un'oca da 6 Kg può produrre quasi un litro di grasso che si può conservare in frigo per una settimana ed è assolutamente insuperabile per arrostire le verdure. L'oca sarà cotta quando da un foro profondo praticato con uno spillo da cucina o uno spiedino di metallo usciranno fluidi chiari e trasparenti, senza più sangue. Se l'oca l'avete comprata da Moore and Sons, avete avuto in omaggio un termometro da carne a termocoppia e vi basta infilarlo nell'oca per vedere quando è pronta.
Mentre l'oca cuoce, preparate un roux con 150 grammi di burro e un'uguale quantità di farina. Scaldate il burro in un tegame antiaderente fino a quando diviene spumeggiante ed incorporate a pioggia la farina. Tenendo il tegame su fiamma medio-bassa, mescolate lentamente e costantemente, senza mai interrompere, per un tempo variabile fra i 10 e i 20 minuti, a seconda dei gusti. Per una salsa d'accompagnamento all'oca il roux si deve scurire un po' ma non diventare bruno - 15 minuti dovrebbero essere abbondantemente sufficienti. Quando il roux è pronto, aggiungete lentissimamente il brodo, mezzo mestolo per volta e versandolo quasi goccia-a-goccia, incorporandolo nel roux. La massa deve rimanere per tutto il tempo omogenea, senza mai formare grumi, trasformandosi lentamente da una pasta simile a quella del pane ad un ammasso colloso e poi sempre più cremoso. Lasciate sobbollire a fuoco lento fino a quando il suo volume si sarà dimezzato e tenete in caldo.
Tagliate l'oca e servite con il ripieno e la salsa a parte.
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Eugenio Mastroviti
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Tags: colesterolo, cucina
Massimo supporto per Barack Obama, potenziale primo presidente nero e tutto il resto, ma prometto una cosa: se usa di nuovo la parola "change" trenta volte nello stesso discorso, sarò costretto a considererare seriamente l'opportunità di rapire la figlia di Jack Bauer per farglielo assassinare la notte delle primarie in California. A tutto c'è un limite, Cristo.
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Eugenio Mastroviti
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9:25 AM
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Lo so che è solo una coincidenza, ma ti fa riflettere quando lo stesso giorno leggi le emerite stronzate di una forma di vita come la Binetti (centrosinistra) e poco dopo leggi questo sul blog di una persona decisamente di destra
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Eugenio Mastroviti
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10:34 PM
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Tags: destra e sinistra, teocon, teocrazia
Ho passato due anni felici schivando memi a destra e sinistra, ma era solo questione di tempo prima che un cecchino mi beccasse. Il discutibile onore è toccato a Falecius, che mi ha nominato come thinking blogger - una responsabilità mica da poco. Le regole sono, per fortuna, semplici. In primo luogo si linka chi ti ha nominato; poi si mette il banner dell'iniziativa:
e infine si elencano altri cinque blog che meritano a mio insindacabile giudizio il titolo.
Il primo è sicuramente quello della mia amica e panificatrice preferita, nonchè spacciatrice di telefilm che m'ha trascinato nei tunnel di House MD e West Wing (fra gli altri): Restodelmondo.
Il secondo è quello dell'anziano papà del mio amico Mmatteo. Mmax ha una certa età, e da perfetto vecchio porco insidia regolarmente donne enormemente più giovani di lui come Mrs. Inminoranza, ma ciononostante ogni tanto (probabilmente su consiglio di Mmatteo) scrive cose interessanti, non lo si può negare.
Il terzo è quello di Dacia, che pensare pensa, e molto, anche se sono al 99% cose con cui non sono d'accordo. Però pensa e mi fa pensare, almeno a come ribattere.
Il quarto è quello di Palmiro, con cui fra l'altro condivido la passione per certi libri e certi aerei, oltre che per certe birre; anche se continua a offendermi dandomi del borghese liberalconservatore.
Il quinto sono due blog, però, quelli delle due madrine dei Saiyeret Falafeli, e non so se vale, ma meritano entrambe una menzione e questo è il mio blog e quindi le regole le faccio io: Rosa & Ipazia. Oh.
Ci doveva stare anche Mrs. Inminoranza, qui, ma Lisa di Paniscus mi ha battuto sul tempo...
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Eugenio Mastroviti
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1:25 PM
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Qualche segnalazione rapida di articoli interessanti che mi son capitati davanti negli ultimi giorni.
Per primo, 7yearwinter. Non sono sempre e necessariamente d'accordo con quel che scrive, ma questa conversazione è impagabile. Soprattutto la parte dove spiega quali skill sono essenziali per fare l'annunciatrice RAI.
Poi un blog che entrerà probabilmente nel blogroll qui a sinistra (per voi che guardate) appena ho 5 minuti per aggiornarlo, che sarebbe anche ora. Segnalo in particolare questo post qui, e questi consigli librari che faccio miei.
Infine una new entry, un altro italiano a Londra che commenta qui occasionalmente e che s'è finalmente fatto il suo blog ('sti immigrati che arrivano qui e scroccano lo spazio sugli altrui blog, io li deporterei tutti). Pure lui nel blogroll appena possibile.
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Eugenio Mastroviti
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5:35 PM
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Tags: altri blogger
A ragionarci a mente fredda, sono assolutamente esterrefatto, ammirato, basito (inserire altri verbi esprimenti stupefatta ammirazione) dell'istituzione americana dei caucus - non che ne caldeggi l'adozione da qualche altra parte, beninteso, visto che esportati quasi in qualunque Paese europeo produrrebbero solo disastri, brogli e probabilmente tumulti di piazza; ma dove sono, per così dire, incistati nella tradizione democratica sono un fenomeno assolutamente stupefacente.
I caucus sono, fondamentalmente, riunioni più o meno informali di sostenitori e attivisti di un partito, indette per il giorno della selezione del candidato presidenziale o congressuale del partito. La riunione deve iniziare per regolamento un'ora prima del momento in cui effettivamente i voti vengono contati: un'ora durante la quale attivisti e rappresentanti dei vari candidati cercano di convincere i convenuti a votare per questo o quel candidato. La discussione è aperta ed accesa, il voto è palese e vincolante (democratici) o segreto e consultivo (repubblicani, anche se raramente il partito osa ignorare il risultato), e i risultati sono spesso, rispetto alle elezioni tradizionali, molto sorprendenti.
Il caucus esprime il voto degli elettori più motivati, lo zoccolo duro di un partito, disposti ad andare nella sala della parrocchia, o nella biblioteca pubblica, e a passarci un'ora ascoltando e spesso partecipando a discussioni; un impegno molto maggiore che fermarsi al seggio elettorale tornando dal lavoro; così, un'elezione tradizionale di solito va a chi ha investito di più in propaganda, in spot accattivanti, in manifesti sulla strada che porta al seggio, mentre la vittoria nei caucus va al candidato che riesce ad essere (o a mostrarsi) più vicino a quelli che dovrebbero essere gli ideali fondativi del partito: e così Mike Huckabee, fondamentalista cristiano, praticamente un Bush onesto - e pertanto ancora più pericoloso, come i fanatici sono sempre più pericolosi dei corrotti - vince la nomination in Iowa contro Mitt Romney, telegenico e straricco, che aveva speso venti volte più di lui, e contro Giuliani, repubblicano liberal e pro-choice, e Barack Obama (che, Uriel, non è esattamente un imbecille - almeno non più di quanto lo siano gli altri candidati, e per lo meno, a differenza di Ron Paul, non vuole mettere fuorilegge l'aborto e l'omosessualità, non prende soldi dai nazisti e non considera il Far West l'età dell'oro degli USA) vince contro l'invincibile Hillary Clinton contrapponendo un messaggio kennediano al centrismo esasperato di Hillary che data per scontata l'eredità del marito, che avrebbe dovuto consegnarle senza sforzo lo zoccolo duro del partito democratico, si è gettata alla caccia del corrispettivo USA del voto mastelliano.
Ai caucus, insomma, sembra vincere il candidato più vicino, nel bene e nel male, all'anima di un partito piuttosto che a quella dei finanziatori.
Peccato che i caucus si tengano solo, mi pare, in due o tre Stati. In altre parole, prepariamoci ad un'elezione Clinton contro Romney.
P.S. L'ho detto, il giorno che importano i caucus in Europa io me ne vado a vivere in Mongolia. Il voto palese, per alzata di mano, in duemila chiesette e biblioteche e scuole elementari sparse per tutto lo Stato può andare dove la tradizione di rispetto della democraticità di quest'atto ha un valore più forte di quello di una legge, un valore conferitole da duecento anni di storia. Tremo al solo pensiero di cosa sarebbe un caucus del piddì italiano a Foggia o a Busto Arstizio: truppe cammellate mastelliane, imbecilli dei centri sociali, candidati senza volto, rifiuto di votare finchè non si risolve il problema della Palestina o degli uscieri alla Regione (a seconda di chi si rifiuta), cazzotti, risse, matrimoni falliti perchè quella stronza mi aveva promesso che votava per mio cognato e poi ha alzato la mano quando hanno detto il nome del cugino del lattaio... perlamordiddio. Tanto vale decidere i candidati direttamente a Porta a Porta.
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Eugenio Mastroviti
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11:47 AM
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Given enough eyeballs, all bugs are shallow
(Linus Torvalds, citato in The Cathedral and the Bazaar, Eric S. Raymond)
Premetto che non sono sicuro del motivo per cui lo sto scrivendo io, questo post. A rigore, toccherebbe a Mrs. Inminoranza; ancora più a rigore, se Danilo, il suo amico che occasionalmente commenta qui avesse un blog, l'onere spetterebbe a lui, visto che l'idea è in partenza sua.
Nonostante i miei tre lettori già lo sappiano, giova ripetere che il sistema della peer review è quel sistema che permette, in principio, di valutare la bontà di un articolo che va in pubblicazione su una rivista scientifica o accademica; ogni articolo deve essere valutato e giudicato da un certo numero di accademici di provata competenza e viene pubblicato solo in caso di giudizio positivo della maggioranza.
Il sistema garantisce che in generale articoli sugli unicorni, sul moto perpetuo e sui rapimenti alieni non vengano pubblicati su riviste accademiche che, come si dice, fanno scienza, anche se ogni tanto gli interessi del big business fanno breccia e su Nature arriva un articolo sulla memoria dell'acqua sponsorizzato da aziende che con l'omeopatia ci fanno un pacco di soldi; il sistema presenta ovviamente delle falle che si prestano bene, ad esempio, ad essere sfruttate da quel che viene chiamato il deplorevole umorismo dei fisici, che occasionalmente riescono a combinare burle degne di rilievo - famosa quella di quand'ero studente, in cui un gruppetto di ignoti riuscì a farsi pubblicare due articoli di fisica della materia su una rivista americana, a firma del Prof. Stronzo Bestiale, dell'inesistente Istituto di Fisica della Materia di Palermo, e non sono rare le scelte ad hoc di variabili e indici nelle formule, per comporre insulti in svedese o polacco al lettore.
La peer review ha anche dei risvolti negativi un po' più seri di questi, purtroppo. Il nome dei referee è formalmente segreto, ma in generale l'autore dell'articolo può conoscerlo, e pochi referee avranno il coraggio di stroncare un grande nome, sapendo che questi potrebbe conoscere con relativa facilità il nome del colpevole e rivalersi su di lui; d'altra parte, non è troppo raro il caso di review negative dovute più ad antipatie personale (o di review positive dovute in gran parte ad amicizia) che ad effettivi meriti dell'articolo. Una review positiva può anche essere (esperienza quasi personale) dovuta a fattori di marketing, ad un do ut des piuttosto becero: se vuoi una review positiva ed essere pubblicato, cita il tale articolo nel tuo, così mi aumenti l'impact factor (q.v.).
Le scienze hard, e in effetti tutta l'accademia, lavorano secondo quello che Eric Raymond chiama il modello della cattedrale; un modello organizzativo analogo a quello dei costruttori di cattedrali medievali e rinascimentali, piccoli gruppi di adepti, profondi conoscitori dell'arte arcana di creare il giusto equilibrio di pieno e vuoto, esperti costruttori e architetti, gilde chiuse a cui si accedeva tramite iniziazioni misteriose e precluse alle masse. Quasi solo l'informatica, da venti-trent'anni o meno a questa parte, adotta il modello del bazar: una comunità aperta a tutti, in cui tutti hanno voce - e credetemi, a volte la cacofonia può essere assordante - in cui l'unico criterio di selezione sono i risultati, in cui tutti i contributi vengono accettati o rifiutati solo alla prova dei fatti. Questo modello è stato formalizzato a cavallo del secolo dal cosiddetto movimento Open Source, ma la tendenza esisteva da molto prima, nel famoso MIT Media Lab di Richard Stallman da cui è nata la Free Software Foundation, nei gruppi di lavoro dell'Università della California, a Berkeley (la Berkeley Standard Distribution, o BSD, nelle sue varie incarnazioni, è ancora lo standard per Unix, e costituisce il fondamento su cui Linux è stato costruito) e a San Diego (oggi dimenticato, l'UCSD Pascal è stato il primo sistema a p-code in grado di farsi strada nel mondo reale, ispiratore delle macchine virtuali Java).
Senza voler entrare nei dettagli o scatenare una guerra di religione, è un dato di fatto che il modello organizzativo del bazar funziona: funziona talmente bene che sistemi operativi come Linux e applicazioni come Apache (il software che fra le altre cose sta mandando al vostro browser questa pagina), creati da dilettanti e supportati da appassionati distribuiti in tutto il mondo, sono oggi la principale minaccia commerciale per un colosso come Microsoft. Non si tratta di un sistema perfetto, per carità, qualunque sistemista Linux ha la sua personale collezione di racconti del terrore, derivanti in primo luogo dal fatto che spesso da un bazar non c'è modo di tener fuori gli imbecilli e poi dalla disarmante costatazione che l'informatica è l'unica scienza in cui la sociopatia viene considerata un tratto caratteriale positivo (ci devo fare su un post, uno di questi giorni); ciononostante, è l'idea che sta alla base della cosiddetta rivoluzione informatica che ha caratterizzato gli ultimi 20 anni della nostra vita.
L'idea di Danilo, come me l'ha presentata Mrs. Inminoranza, è sostanzialmente di applicare lo stesso principio alla selezione dei lavori scientifici e accademici: invece di una rivista col suo gruppetto di referee , un sistema aperto in cui gli autori sottopongono i propri lavori e chiunque possa dimostrare la propria competenza in materia può fare da referee, ed un lavoro diviene pubblicabile se ha avuto un certo numero di review positive (ogni review negativa, ovviamente, ne cancella una positiva). Il diavolo è nei dettagli, come dicono gli inglesi: cosa vuol dire "dimostrare la propria competenza"? Nel mondo open source è facile: la tua competenza viene dimostrata dalla qualità del tuo lavoro. Vuoi lavorare al kernel di Linux? Nessuno ti vieta di sottoporre una patch a questo o quel modulo che riduca la dipendenza da ndiswrapper, se ne sei capace - anche perchè non ci vuole molto a compilare il modulo e a vedere se effettivamente la scheda wi-fi del portatile funziona o fonde; la tua competenza, nel tempo, verrà misurata in base alla qualità e all'entità dei tuoi contributi: nel bazar, la bancarella con più gente davanti è in generale quella con i prodotti migliori o più necessari ad ogni famiglia. Laddove si parte da un modello-cattedrale, ed in cui è obiettivamente più difficile se non impossibile portare contributi originali (non sono in molti a potersi costruire in casa un supercollider o un apparecchio per la PCR, se non altro per ragioni di spazio), la competenza di un laureando in biochimica, che magari sarebbe perfettamente in grado di esprimere un giudizio su un articolo, è estremamente difficile da dimostrare senza un formale processo fatto di esami e, ancora, peer-review del suo lavoro. È il problema dell'uovo e della gallina, e senza questo sistema di certificazione, potremmo dire, della competenza, si finisce al modello Wikipedia, in cui nella migliore delle ipotesi si spaccia per verità scientifica l'opinione della maggioranza, e nella peggiore migliaia di dipendenti della Glaxo-Smith-Kline danno parere positivo a tutti gli articoli scritti da ricercatori della Glaxo-Smith-Kline, compresi quelli che raccomandano di imbottire le donne incinte di tutti i fondi di magazzino della Glaxo-Smith-Kline perchè fanno tanto bene. E prima che un lettore proponga la soluzione banale, quella di permettere l'accesso al lavoro di review solo a chi rivendica titoli in materia (laurea, dottorato, cattedra), faccio notare che questa è la soluzione banale del modello-cattedrale, quella in cui l'appartenenza al gruppo degli iniziati ottenuta non tramite l'esame delle competenze specifiche ma attraverso una più o meno oscura procedura di iniziazione, garantisce la possibilità di lavorare alla costruzione della cattedrale. In altre parole, il mondo è pieno di imbecilli con una laurea - ci sono fior di laureati a pieni voti in informatica a cui non farei neanche guardare il mio computer di casa, senza nemmeno arrivare ai miei server - e d'altra parte conosco almeno una persona che di zoologia e biologia evoluzionistica ne sa abbastanza da poter dare punti a fior di accademici pur senza aver, credo, mai messo piede in un dipartimento di biologia o scienze naturali. Il problema di un sistema del genere è arrivare ad un metodo di valutazione delle capacità che sia deciso dall'applicazione, in qualche modo, di quelle stesse capacità. Questo è il vero segreto del successo del movimento Open Source, la spietata applicazione di principi darwiniani: tutti sono uguali, in partenza, tutti vengono gettati nella stessa arena, l'autorevolezza deriva solo da quanto a lungo si riesce a sopravvivere.
L'unica via d'uscita dal modello-cattedrale è una soluzione che permetta di gestire la transizione, permettendo a chiunque abbia un certo numero di pubblicazioni alle spalle di valutare gli articoli futuri - la capacità di pubblicare, di creare lavori scientificamente rilevanti (col vecchio sistema di peer-review chiuso) è una misura della capacità di una persona - non la migliore, certo, ma ancora, l'unica metrica possibile che si basi sui risultati - del resto, anche l'Open Source non pretende di essere il sistema migliore possibile, ma è uno di quelli che alla fine, magari dopo aver imboccato la strada sbagliata una ventina di volte, producono i risultati migliori e più affidabili. Non è un caso che nei commenti a corredo del codice sorgente del kernel (il nucleo del sistema operativo) di Linux, la parola "crap" ricorra 160 volte, "bastard" 20, "fuck" 60 e "shit" 100.
Conviene precisare a questo punto che non mi preoccupa troppo, invece, il secondo problema di un modello open source della valutazione dei lavori, ossia convincere chi oggi viene pagato per fare il referee per una rivista a farlo gratis per un sistema centralizzato. Non mi preoccupa troppo perchè, a detta di quelli che lo fanno, i soldi sono veramente pochi e il lavoro fin troppo, fare il referee non è per nessuno una fonte primaria di reddito e se lo si fa lo si fa per il prestigio che dà il titolo di referee di questa o quella rivista - e ancora, un sistema aperto conviene in termini di prestigio perchè è, appunto, l'unico e pertanto il più autorevole dei sistemi di valutazione - molto meglio che fare il referee per una rivista magari a basso impact factor che non legge nessuno
Per riassumere: un sistema in cui gli articoli vengano sottoposti ad un sito/database, referee scelti casualmente ed in grande numero fra quelli con un numero sufficiente di pubblicazioni in un'analoga branca del sapere, per giungere ad una sorta di imprimatur di pubblicabilità accettabile dalle riviste che possono fare a meno del proprio sistema di peer review.
In realtà questo modello apre poi la porta, oltre che ad un modello open source del giudizio di pubblicabilità, ad un modello che fa direttamente a meno delle riviste. Oggi, che un articolo venga pubblicato su carta o in rete fa veramente poca differenza, la versione cartacea delle riviste è da un lato una sorta di status symbol e dall'altro un modo che hanno le varie società nazionali di questa o quella disciplina di finanziare i propri congressi estivi di due settimane a Capri (chi ha mai sognato di abbonarsi al Nuovo Cimento per poi scoprire che costa più di un mutuo alzi la mano); dal punto di vista dell'autore, che per la pubblicazione non viene pagato, è l'impact factor della rivista a fare la differenza, e l'impact factor è funzione, alla fine, dell'autorevolezza di chi pubblica e della qualità dei lavori - un sistema aperto, in cui si può pubblicare senza sottostare ai ricatti e alle arbitrarietà del sistema chiuso della peer review e in cui i lavori sono poi liberamente accessibili, potrebbe fare molto sia per la visibilità dei ricercatori, sia (soprattutto) per la visibilità delle scienze. In un mondo in cui i creazionisti stampano milioni di copie di pamphlet e libercoli indegni anche di essere usati come carta da cesso, e li spediscono gratis a scuole, insegnanti, parrocchie e famiglie, in un mondo in cui preti che non sfigurerebbero in un romanzo di Philip Pullman spiegano alle liceali che il cancro al collo dell'utero è cosa buona e giusta perchè è una punizione divina per la promiscuità sessuale, in un mondo in cui la vecchia battuta di Roberto D'Agostino su "Hegel, Stielike e Rummenigge" suscita immancabilmente la domanda "ma dove giocava Hegel? Nel Bayern?", costringere chi vuole leggere online un articolo di biologia evoluzionistica a pagare dai 25 ai 40 dollari è in ultima analisi autolesionistico, trasmette al pubblico (che alla fin fine, pagando le tasse, finanzia il sistema scientifico/accademico) un'idea da torre d'avorio e lascia la porta aperta a chi, invece, facendo del parassitismo a spese della credulità popolare il proprio business, diffonde il proprio messaggio di ignoranza ed oscurantismo ascrivendo i fondi spesi alla voce spese pubblicitarie, come del resto farebbe qualunque azienda di questo mondo.
Oh, poi sia chiaro: questo è un divertissement, non ho mica intenzione di riformare il mondo accademico e il suo sistema di attribuzione del prestigio. Se proprio voglio suicidarmi, vado a Brixton e mi metto a gridare insulti razzisti in un pub. È più rapido e meno doloroso.
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Eugenio Mastroviti
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8:36 PM
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Tags: open source, scienza
...o almeno un po' più scura di come ce l'ho adesso.
Sarebbe di gran lunga più facile, la vita, potrei permettermi più cose che ora proprio mi sono precluse.
Potrei dire che la posizione delle donne nel movimento, nella lotta politica, è una sola, alla pecorina, e nessuno mi direbbe niente, anzi, probabilmente farebbero due-tre film sulla mia vita, di quelli con Danny Glover e/o Denzel Washington, e recensiti da Amy Goodman.
Se Mrs. Inminoranza facesse gli occhi dolci a quello sciupafemmine di Mmax potrei lapidarla, e accademici di mezzo mondo mi farebbero i complimenti per il mio contributo alla dialettica anti-colonialista.
Se mi piacessero le ragazzine potrei violentarne qualcuna ogni tanto senza praticamente conseguenze, perchè è la mia cultura.
Non so, ho l'impressione che a nascere occidentale bianco, maschilista e repressivo ho proprio pescato il biglietto sbagliato della lotteria...
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Eugenio Mastroviti
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11:49 AM
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Tags: compagni che non hanno capito un cazzo, diritti, donne
Approfitto di un'occasionale connessione Internet per inviare dall'Italia un caloroso vaffanculo a tutti e tre i miei lettori.
Con un'osservazione, che va a dimostrare come alla fine la realtà supera l'idiozia. Un anno fa circa scrivevo:
Niente buon anno, perché [...] il concetto di anno come periodo di rivoluzione attorno al Sole fa a pugni con l'ipotesi geocentrica, che merita rispetto quanto tutte le altre
Ovviamente, soprattutto per via dell'accostamento con il link alla Flat Earth Society, il senso della frase era ironico - perchè non avevo fatto i conti con la triste realtà dell'universo che dice, più o meno, che qualunque puttanata più o meno casuale si prenda in considerazione o si inventi di sana pianta, ci sarà sempre un insieme non vuoto di imbecilli che non solo ci credono (che sarebbe facile) ma che ne fanno una ragione di vita. Provateci: immaginatevi una caxxata qualsiasi, i diritti dei lombrichi, l'interdizione delle strade ai pedoni, la protezione della biodiversità delle due specie di pidocchi che affliggono gli esseri umani, i bonsai kitten, il mercoledì pomeriggio, ebbene, troverete sempre qualcuno disposto, se non a farsi saltare in aria, almeno a manifestare, scrivere lettere, lanciare petizioni, chiedere interrogazioni parlamentari e interventi dell'ONU. Anche per il mercoledì pomeriggio?, chiederanno i miei tre lettori. Sì, anche per il mercoledì pomeriggio. Non ho idea di come si possa manifestare o lottare per il mercoledì pomeriggio, ma sono sicuro che là fuori c'è qualcuno disposto a farlo, sono sicuro che là fuori c'è qualcuno che alla causa del mercoledì pomeriggio ha dedicato la vita.
Signore e signori, Fixedearth.
(che diano la colpa agli ebrei, poi, è l'equivalente della battuta finale di Totò che ti fa mancarre il respiro dopo che negli ultimi dieci minuti sei già caduto dalla sedia per le risate)
E di nuovo, vaffanculo a tutti.
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Eugenio Mastroviti
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3:00 PM
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È un pezzo che ho smesso di preoccuparmi delle uscite dei cosiddetti complottisti. Ribattere a creazionisti, ufologi, complottisti, è non solo impossibile, ma inutile: giocano con un mazzo di carte truccato ad un gioco di cui non capiscono le regole, e la descrizione che più si addice loro è quella che Douglas Adams fa di Wonko il Sano di Mente, che sostiene che gli angeli vanno a trovarlo ogni giovedì, indossando sandali del Dr. Scholls, e a chi gli chiede le prove, mostra un paio di sandali del Dr. Scholls. Siete in grado di spiegare come sono arrivati qui? No? Dunque devono averceli portati gli angeli che hanno la concessione per il chiosco delle bevande vicino al Messaggio Finale di Dio alla Creazione.
Ogni tanto, però, mi imbatto in qualcosa che conferma che tutto sommato i miei complessi di superiorità sono più che giustificati, qualcosa di troppo stupido persino per l'opinione che ho del complottista medio.
Prendi la storia di pull it, per dire. Ora, capisco che se la bevano gli americani, che notoriamente non parlano inglese; ma che se la bevano degli italiani, sinceramente, mi fa specie: per l'esperienza che ho, gli italiani che parlano inglese (lo ammetto, non sono tantissimi) lo parlano anche decentemente, e una puttanata simile più che un'occasionale crisi di ilarità non dovrebbe causare.
Il fatto è che chi ha tirato fuori la bufala del pull it non conosce una struttura grammaticale che rende l'inglese una delle lingue più flessibili e interessanti del mondo, i phrasal verbs. I phrasal verbs sono forme verbali costituite da un verbo e da una preposizione; noi non abbiamo nulla di simile, e quindi ci riesce difficile, a volte, capire che per un anglofono turn, turn on e turn down sono a tutti gli effetti tre verbi completamente distinti, il primo dei quali significa girare, il secondo accendere e il terzo rifiutare. Semplicemente, un anglofono non dirà mai e poi mai turn per intendere turn off, perchè nella sua testa quella non è una preposizione ma parte integrante del verbo; esattamente come noi non ometteremmo l'ausiliare in certe forme verbali; non diremmo mai io ho o io fatto per intendere io ho fatto. Quindi il tizio del WTC7 non avrebbe mai detto pull it per intendere pull it down, demolitelo. Come noi sottintendiamo il soggetto, ma mai l'ausiliare, gli anglofoni in un phrasal verb possono sottintendere l'oggetto o sostituirlo con un pronome, ma mai la preposizione.
Dice, e allora cosa stavano tirando, al WTC7?
Potrei semplicemente rispondere che non lo so e non me ne può fregare di meno; potrei dire che il fatto che io non sappia nei dettagli quali siano i componenti dei satelliti di Giove non concede alcuna autorevolezza all'ipotesi che siano fatti di formaggio; una volta dimostrato che pull it non significa pull it down, che è un verbo completamente diverso nella testa di un anglofono, come io ho è un verbo completamente diverso da io ho mangiato nella testa di un italiano, potrei lasciare tranquillamente il complottista ad arrotolarsi su se stesso ad libitum.
Il fatto è che la spiegazione è così banale, in quel contesto, che sono esterrefatto, davvero, che qualcuno ancora si beva 'sta bufala. To pull è un verbo flessibile, e mica poco: pull down significa tirar giù, o demolire; pull up significa richiamare, nel senso di un aereo in picchiata (ma guarda, aerei: deve trattarsi per forza di un complotto!); pull apart significa separare, dividere; e to pull, senza preposizioni, ha un significato che dipende molto dal contesto. Può significare semplicemente tirare, ma riferito ad una donna o ad un uomo si traduce come rimorchiare. E, per finire facendo riferimento ad un meeting di ieri pomeriggio, si può anche tirare lo sforzo, pull the effort, che non c'entra niente con Spaceballs: significa, semplicemente, smettere di sforzarsi di salvare qualcosa o qualcuno che non può essere salvato. La situazione è così disperata che si è deciso di pull the effort, di interrompere gli sforzi - ed è un termine che purtroppo si sente fin troppo spesso in TV e alla radio, ogni volta che capita qualche tipo di disatsro, ogni volta che qualcuno si perde in mare, ogni volta che c'è un crollo in una miniera. Prima o poi, they pull it. Di nuovo, capisco gli americani, che si sa, hanno in media un vocabolario di 300 parole, capisco Blondet e Mazzucco, che devono mettere il pane in tavola ogni giorno, ma gli altri, che scusa hanno?
(con ringraziamenti a mia cognata, la sorella di Mrs. Inminoranza, feticista dei phrasal verbs)
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Eugenio Mastroviti
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11:25 AM
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Tags: 11 Settembre, complottisti, inglese, scetticismo
Questo post di Restodelmondo mi fa venire in mente una persona che conosco ormai da oltre un anno - una rarità, veramente, una brava persona in ambienti in cui le brave persone si contano sulle dita di una mano sola.
T. fa la manager, che già deporrebbe a suo sfavore, e per giunta fa la middle-manager di quello che è praticamente un quango, un organismo amministrativamente modificato (OAM, come li chiamano i biologi) che in Italia chiameremmo un ente parastatale, cliente della compagnia per cui ho lavorato fino a luglio: insomma una che, come si dice dalle mie parti, è meglio perderla che trovarla. Per giunta, è anche una rompicoglioni, una che se paga e firma un contratto, vuole dei risultati nei tempi promessi e non una poco credibile mescolanza di scuse e vaghe promesse di fare meglio, e quando capitava un casino, ci metteva cinque minuti a fare il mio numero e a chiedere che diavolo stavo combinando (la quantità di soldi e di contatti che il contratto con la sua agenzia ci portava le dava dei privilegi, come quello di poter accedere direttamente alle persone che facevano funzionare le cose, invece di dover passare per tre-quattro livelli di supporto telefonico).
Per una coincidenza (anche se mi piacerebbe poter pensare il contrario) la compagnia ha perso il contratto con l'agenzia di T. letteralmente il giorno dopo l'annuncio della mia messa in mobilità, e si è trattato, mi dicono, di un divorzio piuttosto burrascoso; per via che nell'ultimo paio di mesi io avevo lavorato praticamente solo su ciò che ruotava attorno al contratto con la sua agenzia, T. si è convinta che io sia stato danno collaterale del burrascoso divorzio, al punto da smuovere diversi contatti per aiutarmi a trovare un altro lavoro nel più breve tempo possibile; lavoro che poi si è materializzato, su sua segnalazione, da una direzione inattesa - una posizione abbastanza più elevata di quella che avevo nella City, uno stipendio (sorprendentemente) ben più alto e tecnologie estremamente interessanti, con un'altra compagnia di cui l'agenzia di T. è cliente, e a cui sono arrivato accompagnato da referenze entusiaste.
La cosa divertente è che qualche settimana fa T. si è accorta di un problema che poteva causare non poco imbarazzo al suo ente - in un periodo in cui le agenzie governative sono già nell'occhio del ciclone per essersi perse i dati personali di metà della popolazione, per aver ridotto alla fame migliaia di famiglie sbagliando l'entità degli assegni familiari, per non aver notato che un quarto degli operatori privati di sicurezza che avevano ricevuto una licenza governativa per operare in luoghi sensibili come aeroporti e stazioni erano immigrati clandestini. Mostrando la lungimiranza così comune fra i senior managers, soprattutto quelli governativi, i suoi boss le hanno detto che a loro del problema non gliene fregava niente finchè non gli esplodeva in mano, e comunque non ci credevano neanche tanto che il problema esistesse veramente. Come risultato T. ha dovuto lavorare praticamente nel tempo libero per evitare una situazione potenzialmente imbarazzante per il suo ente, chiedendo anche una mano ad un paio di amici (fra cui il sottoscritto).
Risultato? Una volta provato che un casino rischiava veramente di capitare, e presi i provvedimenti necessari, T. s'è vista togliere di mano tutto dal senior management che aveva giusto lì un cognato a cui attribuire tutto il merito. Comprensibilmente scazzata, sta facendo i bagagli per due settimane di giro della costa atlantica africana in barca a vela col nuovo marito (il terzo) sposato un paio di mesi fa, e sta meditando le dimissioni.
Che dire? Happy sailing, T.
P.S. Una breve precisazione per Mmax: no, non ci sono andato a letto.
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Eugenio Mastroviti
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1:46 PM
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Tags: brave persone, lavoro
Sarà che sono scazzato perchè quando un viaggio di lavoro ti viene cancellato per due volte, poi rimandato, poi cancellato del tutto, poi forse ci ripensano, eccetera, uno un po' si inacidisce.
Comunque.
Ci sono persone che vorrei avere per le mani per una mezz'ora per sperimentare su di loro la legge del contrappasso. Uno di questi, molto vicino alla cima della lista, è lo stilista/ingegnere del design/experience consultant che ha lanciato la moda di rivestire i cavi delle cuffie e degli auricolari di iPod, telefonini e quant'altri in neoprene antisdrucciolo. Vorrei avercelo fra le mani solo mezz'ora, giuro, e solo per poterlo sodomizzare con un enorme dildo rivestito in neoprene antisdrucciolo, per fargli capire che anche se il neoprene è innegabilmente piacevole al tatto e quindi si pone da ideale complemento alla mia listening experience, anche se ci sono oggetti che è bene facciano immediatamente presa e non scivolino (i tappetini da mettere sotto ai sacchi a pelo, le scarpe da freeclimbing, i guanti per arrampicata in ghiacciaio), esistono altresì oggetti che sarebbe bene scivolassero via leggeri come nuvole in una mattina di primavera, come il cavo della cuffia del mio iPod contro la giacca di tutti i miei vicini di metropolitana, o un vibratore sovradimensionato contro le mucose del tratto terminale dell'intestino di un ingegnere del design.
Per dire.
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Eugenio Mastroviti
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10:07 AM
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Quando in 5 giorni muore uno dei tuoi gatti, un altro viene ricoverato per il sospetto della stessa malattia che ha fatto fuori il primo, ti alzi alle 4 per accompagnare tua moglie in aeroporto e tornando vieni bloccato dal traffico che ti fa perdere l'aereo che dovevi prendere tu per lavoro (dall'aeroporto in posizione diametralmente opposta rispetto a Londra, ovviamente), e mentre bestemmi più divinità di quelle menzionate nel corso medio di antropologia culturale, ti telefona tua moglie per dirti che il suo volo è stato cancellato senza preavviso - per uno sciopero del fottutissimo stronzo che a Bari è addetto a sollevare la bocchetta del carburante fino all'aereo - e non ci sono posti fino a venerdì su voli per qualsiasi destinazione a sud di Bressanone, allora decidi di andare al lavoro e resti bloccato di nuovo dal traffico mettendoci quasi 2 ore per fare 30 km, allietato solo dalla nuova telefonata di tua moglie che è andata dal medico perchè non si sentiva bene e le hanno diagnosticato una bronchite, per cui si sta imbottendo di antibiotici e mettendo a letto...
M'hanno prenotato un nuovo volo per domani. Non so, sinceramente, se prenderlo - non che mi aspetti qualcosa di banale, tipo che caschi e ciao, no - più che altro, a questo punto, mi aspetto di finire sull'isola di Lost, e neanche fra i protagonisti.
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Eugenio Mastroviti
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11:02 AM
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Tags: sfiga
Caro J.
Adesso che è passato un po' di tempo e siamo tutti e due più tranquilli e possiamo guardare al passato in maniera un po' più rilassata, mi permetto, nel mio piccolo, di darti qualche consiglio spassionato che potrebbe tornarti utile per la prossima volta - approfittando del fatto che ho poco da fare in attesa della partenza per un viaggio di lavoro.
Capisco che quando sei arrivato ti sei trovato, e non per colpa tua, in una situazione difficile: il senior management aveva cancellato ogni residua fiducia nel futuro in un bel po' di gente, l'IT manager che stavi rimpiazzando era una delle poche persone decenti, che non a caso ad un certo punto aveva detto basta e s'era diretto a più verdi pascoli, i nostri programmatori e analisti migliori se ne andavano ad un ritmo di uno a settimana (non l'hai mai saputo, ma c'era un giro di scommesse mica da ridere su chi sarebbe stato il prossimo). Tutto verissimo, e non lo metto in dubbio: per qualche giorno, infatti, sei stato oggetto della massima solidarietà di tutti i superstiti. Credo sinceramente, però, che avresti potuto far meglio nella gestione della situazione. Ad esempio, quella famigerata settimana in cui perdemmo 3 persone (non l'hai mai saputo, ma c'è voluta più di una birra per convincerli a darti la lettera di dimissioni uno al giorno, tutti e tre alla stessa ora: N. te la doveva consegnare la settimana prima, per esempio) credo che quando il direttore europeo ti mandò un'email chiedendo "ma è un problema?" non avresti dovuto rispondere "ma no, li rimpiazziamo con niente con qualche scimmia ammaestrata a Bombay"; o almeno, prima di rispondere avresti dovuto controllare che le prime tre lettere del nome del direttore europeo non fossero in comune con le prime tre lettere di una certa lista di distribuzione di Exchange; e questo non tanto perchè l'email avrebbe potuto essere interpretata come razzista (tranquillo, non ce ne poteva fregare di meno; avevamo P. come collega, dopotutto, uno le cui uscite avrebbero fatto arrossire Nick Griffin) quanto perchè a) faceva capire a tutti in quanta considerazione era tenuto il nostro lavoro e b) faceva capire a tutti che il nostro IT manager non aveva la minima idea della complessità del lavoro che era chiamato a gestire. No, dico, ma pensavi davvero che tre-quattro programmatori neolaureati di Bombay potessero prendersi carico di qualcosa come 50.000 righe di codice C++ per HPC e occuparsi della manutenzione e bug fixing "come niente"? Programmatori che avrebbero dovuto correggere bug e occuparsi della QA prima di portare le patch in produzione? Su un sistema ASP su cui le 10-12 maggiori banche d'investimento del mondo facevano girare ogni mattina le proprie valutazioni?
Un altro consiglio che mi sento di darti è di evitare, per quanto possibile, di parlar male della gente che lavora per te; soprattutto poi se (ancora) parli male soprattutto delle loro capacità professionali senza averne un'idea ben precisa. Se dividi i programmatori in Tier-1 e Tier-2 dove il Tier-1 è composto di assunti -da te- da una settimana che dovrebbero in qualche maniera riscrivere da zero il software che costituisce il core business della società (che io non abbia mai visto una sola riga di codice scritta da loro non è grave; che non l'abbia vista neanche il server CVS, magari, lo è di più), e il Tier-2 si compone delle uniche persone che sanno come quel software esattamente funziona, che hanno passato gli ultimi due anni a tradurre in algoritmi i modelli sfornati dai nostri matematici (sì, si sono licenziati anche loro e lavorano per BNP-Paribas, adesso: e tu non te ne sei neanche accorto perchè credevi che i modelli si prendessero da qualche libro), si compone insomma delle persone che tengono in piedi e fanno funzionare l'unica fonte di reddito per la compagnia, ecco, in questi casi non è una buona idea venire a dire a me e a P. che quelli li hai messi nel Tier-2 perchè sono programmatori e analisti di second'ordine; primo, perchè è (evidentemente) falso, e secondo perchè, Cristo, sai benissimo che la senior programmer del Tier-2 è anche la mia migliore amica, e P. e la moglie vanno in vacanza ogni anno con la famiglia del senior analyst Tier-2.
Per finire, devo consigliarti anche, laddove possibile, di non limitarti a fare in modo che i tuoi piani siano buzzword compliant. Capisco che ogni buzzword che riesci a mettere nel piano aggiunge qualcosa al tuo bonus di fine anno; capisco anche che in una situazione in cui i profitti si sono dimezzati, la gente se ne va ad un ritmo di uno a settimana, l'affidabilità del software si degrada con ogni "miglioramento" che viene aggiunto senza essere testato (no, eliminare i sistemi per il QA per ridurre il budget non è stata una delle tue decisioni più brillanti, ma magari ne parliamo un'altra volta), diventa necessario far contenti i piani alti; con tutto questo, a volte le buzzword da sole non solo non bastano, ma possono diventare controproducenti.
Mi spiego.
Se il core business è costituito da un sistema ASP composto di un'interfaccia (Linux/Apache/Tomcat) a cui i clienti sottopongono i portafogli azionari da valutare, un cluster Rocks/Linux su cui il sofwtare che valuta i portafogli gira, diversi database (Linux/Mysql) a cui il cluster attinge per i dati del mercato su cui basare le estrapolazioni, e un'intera infrastruttura Linux per lo sviluppo, il QA (almeno fino ad un certo punto) e le comunicazioni, bene, in questo caso pronunciare la magica parolina "outsourcing" potrebbe non essere il toccasana che molti ritengono.
Certo, in teoria è possibile riscrivere il software che gira sul cluster in modo da disaccoppiarlo dal database; questo probabilmente significherebbe caricare sul cluster quantità enormi di dati per accompagnare i vettori delle valutazioni - pensa, due anni di dati delle tre o quattro maggiori borse mondiali, in formato XML, ogni mattina. Certo, in teoria è possibile allo stesso tempo portare quelle 50.000 righe di codice da Linux a Solaris (sì, il C++ è portabile; Rosy Bindi è di sinistra; quei soldi mi servivano per andare a trovare mia nonna malata; no, davvero, lei non è niente per me, io amo solo te). Certo, in teoria, visto che ci siamo, è possibile anche cancellare ogni riferimento alle librerie MPI e tradurre ogni chiamata ad una corrispondente chiamata alle librerie Solaris Grid, o come cavolo si chiamano questa settimana. E certo, in teoria è possibile, dopo aver fatto tutto questo, eseguire tutte le valutazioni in outsourcing sui Grid Cluster pubblici di Sun - ammesso, ovviamente, che si riesca a rendere sicura secondo gli standard, piuttosto stringenti, di una dozzina di banche d'investimento sia la comunicazione con il cluster, sia l'elaborazione stessa dei dati, visto che ci si troverebbe a condividere gli stessi nodi con lo sa Manitù quanti altri clienti di Sun. Tu lo sai, vero, che la mia amica Annarella in questo momento sta visualizzando un enorme diagramma GANTT in cui ogni tanto compare una casella con l'iscrizione "A miracle happens here", e sta scuotendo la testa; ma Annarella è una malfidata, non starla a sentire.
In teoria, tutto questo è possibile. In teoria, tutto questo è possibile contemporaneamente. Ma se mi permetti di darti un ultimo consiglio, magari per la prossima volta, tieni a mente questo semplice fatto: non licenziare tutti quelli che dovrebbero fare il lavoro in base al fatto che una volta che avranno fatto il lavoro, diventeranno superflui.
Perchè se lo rifai, ti ritroverai un'altra volta a spasso, con poche offerte di lavoro e costretto ad elemosinare referenze da quelli che lavoravano per te, che è veramente una delle cose più umilianti del mondo - non è che di te me ne freghi qualcosa, ma la business unit (un tempo una compagnia indipendente) che hai trascinato nel fango e portato allo smembramento, un tempo era tosta, all'avanguardia e ricca di potenzialità, e sarò sentimentale, ma un po' mi dispiace.
Pubblicato da
Eugenio Mastroviti
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3:21 PM
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Tags: geek, informatica, lavoro, Linux, management
Vado via (per lavoro) per qualche giorno. Ci si vede la prossima settimana, ammesso che sopravviva alla cucina crucca.
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Eugenio Mastroviti
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8:22 AM
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Dopo 10 anni passati a ciucciare mozziconi di sigaretta e leccare fondi di caffè, ad azzuffarsi con i gatti del vicinato e a insidiare le gatte, Long John Silver se n'è andato la notte fra sabato e domenica, rapidamente e, spero, senza soffrire troppo. Ha passato il suo ultimo giorno a farsi coccolare da Mrs. Inminoranza, facendo fusa sommesse e miagolando ogni tanto per ricordarci che sì, c'era ancora, poi se n'è andato sotto al divano a morire, con la triste, disperata dignità dei gatti che non vogliono far sapere a nessuno quello che stanno passando.
Mi mancherà.
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Eugenio Mastroviti
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10:43 AM
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Tags: gatti
Samina Malik è una ragazza di 23 anni che vive a Southall, non lontano da Heathrow. Lavora(va) nell'area oltre i controlli di sicurezza dell'aeroporto di Heathrow per WH Smith, una delle più grandi catene inglesi di rivendite di libri e giornali. Samina Malik è un'idiota.
Lo dico senza cattiveria e senza desiderio di insultare, Samina Malik è proprio un'idiota nel senso che probabilmente non riesce a pensare senza muovere le labbra. Ha cominciato a scrivere poesie incredibilmente brutte da adolescente, quando frequentava le superiori; testi ispirati a qualunque pezzo di gansta rap fosse in voga quella settimana, atteggiamento da gangsta babe, esaltazione di eroi immaginari che spacciavano droga, indossavano bling e would bust a cap in your ass se gli mancavi di rispetto. Una tipica ragazzina inglese, insomma, figlia di genitori pakistani, integrata in una comunità fra le più multietniche di Londra, assidua frequentatrice di forum e siti di social networking in stile Facebook, su cui era conosciuta come Lyrical Babe.
Qualche anno fa, Samina ha scoperto che i ragazzi più attraenti non mettevano più catene d'oro al collo, non aspiravano più a fare i papponi o gli spacciatori, non sognavano di aderire ad una gang. I ragazzi più fighi avevano cominciato ad andare in moschea, a guardar male le gangsta babes che non stavano al proprio posto come una brava ragazza musulmana dovrebbe fare, a guardare in TV, invece che MTV, le videocassette sgranate e sfuocate della decapitazione di ostaggi occidentali in Iraq, della lapidazione di adultere, dell'esplosione di autobombe in piazze affollate. Invece del pizzetto ben curato preso in giro da Ali G, i ragazzi attraenti, quelli che Samina sognava di sposare, adesso avevano un barbone alla Abu Hamza.
A girl's gotta do what a girl's gotta do, si disse Samina. Basta con la gansta babe, basta con un nick spudorato come Lyrical Babe: Samina sarebbe diventata la donna ideale del mujahid. C'è da capirla, l'alternativa era restare zitella.
Cominciò a indossare il velo, fra lo stupore dei genitori - sua madre non l'aveva mai portato da che era arrivata in UK, suo padre non aveva mai dato alcuna importanza a certe forme esteriori di osservanza religiosa; cambiò nome online, da Lyrical Babe a Lyrical Terrorist; il suo profilo su Hi5 si riempì di dettagli che sperava fossero affascinanti per un potenziale marito: via lo shopping fra gli interessi, via MTV, via il rap. I tuoi interessi? "aiutare i miei fratelli mujahideen in ogni maniera possibile". Cosa guardi in TV? "I video dei miei fratelli musulmani in Iraq, sì, quelli con le decapitazioni, i messaggi video di Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri, e gli altri video che mostrano massacri di kaffir". Cominciò a usare Google, invece che per cercare foto di Muthafucka Gangsta Rappa' Ikillyoubitch, o quale che sia il rapper di maggior successo in questo momento, per cercare manuali di terrorismo. Scaricò, fra gli altri, il manuale di Al-Qaeda sui veleni (26 pagine, tutte informazioni di pubblico dominio), il manuale operativo del Dragunov SVD (che, non per fare lo snob, come fucile di precisione fa anche un po' cagare), alcune raccolte di discorsi di Osama Bin Laden, inclusa la famigerata dichiarazione di guerra all'Occidente, documentazione varia riconducibile ad Al Qaeda e a vari gruppi jihadisti; e cominciò a scrivere poesie, sempre di una bruttezza disarmante, che fornivano istruzioni su come decapitare un infedele, come educare i propri figli a diventare mujahideen e ad amare la morte più della vita, e altre amenità del genere. Tutto pubblicato in rete sotto l'ingannevole pseudonimo di Lyrical Terrorist.
Samina è, come dicevamo, un'idiota. La cosa ha punto sul vivo i responsabili dell'antiterrorismo della Metropolitan Police: questa è una nazione che ha prodotto idioti di elevatissima qualità, ha avuto re che parlavano con gli alberi, ha rieletto Margaret Thatcher 3 volte e (Dio ci perdoni) John Major una volta. Si può permettere che questa figlia di immigrati che non parlano neanche bene la lingua ci surclassi in questa maniera? Inaccettabile. E quindi, per mostrare che gli idioti inglesi sono ancora i migliori, l'hanno arrestata e rinviata a giudizio per possesso di materiale utilizzabile per preparare o commettere atti di terrorismo.
Samina Malik è stata arrestata, riconosciuta colpevole e proprio oggi condannata (con la condizionale, per fortuna) da gente che, ne sono sicuro, crede sinceramente che un terrorista metta una maglietta con su scritto "morte all'Occidente capitalista" e borbotti in continuazione "morirete tutti, cani infedeli, appena faccio esplodere questa cintura imbottita di C4 che si può disinnescare solo tagliando il filo blu prima di quello rosso" - gente che pensa che una ragazza che vuole fondare una cellula segreta di terroristi faccia il possibile per diffondere le sue poesie sulla decapitazione degli infedeli e si faccia chiamare "Lyrical Terrorist". Una ragazza la cui linea di difesa, in tribunale, è che "sperava di conoscere dei ragazzi per sposarsi", e che aveva scelto lo pseudonimo di Lyrical Terrorist perchè era "figo".
Idioti. Tutti quanti sono.
P.S. Anch'io l'avrei condannata. Ad un corso obbligatorio di scrittura creativa. Leggere le sue "poesie" fa male agli occhi.
Pubblicato da
Eugenio Mastroviti
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12:08 PM
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Tags: idioti, terrorismo
...il custode di mio fratello?
La BBC in questi giorni non fa che parlare della forza ibrida ONU/UA di interposizione che verrà dispiegata in Darfur fra qualche mese, in sostituzione della forza dell'Unione Africana che si è dimostrata in massima parte inefficace. Ed io sono sempre più perplesso dall'impulso occidentale (che istintivamente condivido) di andare a risolvere, o a cercare di risolvere, i problemi degli altri.
OK, come tutta la mia generazione sono cresciuto fra le altre cose a botte di fumetti Marvel con i supereroi: "ad un grande potere corrisponde una grande responsabilità". Noi occidentali abbiamo il potere, abbiamo il denaro, abbiamo le risorse, e ipso facto siamo responsabili anche per chi non ha nessuno dei tre. Per tutta la vita sono stato indottrinato a pensare che se tu stai bene, fai sport, non hai problemi, e la tua vicina di casa è una vecchietta paralitica, se non ti offri almeno di portarle di sotto la spazzatura sei un pezzo di merda. Il problema si pone, però, quando la vicina paralitica, ogni volta che ti vede, comincia a strillare che lei è paralitica perchè tu cammini, che i soldi che hai speso per la mountain bike avrebbero dovuto essere usati per una rampa per disabili, che non paghi abbastanza tasse per contribuire alla sua pensione, ti tira sassi ogni volta che passi sul pianerottolo, e ti denuncia alla polizia per aver rubato la sua spazzatura. E peggio ancora, quando ogni sera torni a casa e tua moglie ti tira piatti in testa per aver abusato della povera vicina paralitica che ha sempre desiderato vivere in mezzo alla spazzatura.
La presenza di truppe infedeli in un pezzo di Dar-ul-Islam sta già portando all'itterizia le ragazze pon-pon della resistenza islamica antimperialista globale in Europa e USA, qualunque stronzata il governo sudanese s'inventi (l'ultima è l'opposizione alla presenza di un centinaio di genieri norvegesi che dovrebbero contribuire a riparare le infrastrutture locali: perchè? Sono troppo bianchi? Vengono da un Paese troppo laico? Boh) diventa una legittima motivazione per la resistenza, un'offesa che giustifica anticipatamente azioni violente contro i caschi blu. La missione in Darfur, con regole di ingaggio ONU, con una logistica confusa, con una leadership politica il cui scopo è non contrapporsi ad alcuna delle parti in conflitto, inclusi i responsabili dei genocidi (immagino l'equivalente quotidiano di un poliziotto che cerchi di mediare rispettando le esigenze sia dello stupratore sia della stuprata - non credo avrebbe molta fortuna) può solo risolversi nel tipo di umiliante debacle a cui abbiamo assistito in Ruanda, in Somalia e in Bosnia, con l'aggiunta del riflesso condizionato antimperialista, che ormai coinvolge fette sempre più vaste della popolazione, che rischia di crearci problemi politici anche in casa e proprio in un momento in cui di problemi aggiuntivi non se ne sente il bisogno.
Guardiamo in faccia la realtà: il Darfur è fottuto, come lo sono probabilmente l'Iraq e l'Afghanistan, e non credo ci sia qualcosa che possiamo realisticamente fare per modificare questo risultato. Non sarebbe il caso di smettere di gettare soldi e vite umane in un pozzo potenzialmente senza fondo, e accettare il semplice fatto che se con un grande potere viene una grande responsabilità, questa responsabilità non si estende fino a soccorrere chi non può o non ha alcuna intenzione di essere soccorso?
Personalmente credo molto nel dovere di aiutarsi a vicenda, ma il dovere deve essere reciproco. La polizia difende le ragazzine picchiate dal padre, ma se le ragazzine vanno in tribunale a difendere il diritto del padre a pestarle, l'unico dovere della polizia a quel punto è regalare al padre una mazza da baseball; se il mio vicino picchia la moglie, io sono dispostissimo a chiamare la polizia, ma solo fino al giorno in cui la moglie mi denuncia per aver violato la sua privacy; sono felice di manifestare per impedire l'aumento delle tasse universitarie, ma solo fino al giorno in cui il mio compagno di corso, figlio di cassintegrato+casalinga, mi dice che lui le manifestazioni le vieterebbe perchè è ora di finirla con questo assistenzialismo di sinistra - e l'anno dopo, meritatamente, abbandona gli studi per difficoltà economiche (ognuno di questi casi è reale, ma sono testimone diretto solo del terzo).
E, incidentalmente, credo che il sottosegretario inglese alla cooperazione internazionale, che ha detto di sperare che il caso Gibbons non scoraggi altri medici, infermieri e insegnanti inglesi dall'andare a fare volontariato in Sudan, sia un cretino. Opinione personale, eh.
Pubblicato da
Eugenio Mastroviti
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1:05 PM
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Tags: Darfur, diritti e doveri