31 luglio 2006

Le ironie si sprecano


Sono sempre stato un cinico bastardo: come ho detto in passato, il mio role model è Louis Renault di Casablanca, il poliziotto francese corrotto e sciupafemmine. Per questo motivo, anche assistendo a quella che è incontestabilmente una tragedia, non riesco a non trovare esilaranti certe notizie.

Omar Bakri Muhammad, siriano, a lungo rifugiato politico a Londra e mantenuto a spese dello Stato, è il fondatore del gruppo al-Muhajiroun, (rinominato al-Ghurabaa dopo un finto scioglimento susseguente ad accuse di contatti con Al-Qaeda) che fra le altre attività organizza incontri e manifestazioni per commemorare e festeggiare episodi come l'11 Settembre o gli attentati di Madrid, Londra e Bali, e occasionalmente organizza anche manifestazioni come questa (video).

Un annetto fa il governo inglese ha promulgato delle nuove leggi su quella che in Italia chiameremmo apologia di reato - e Omar Bakri ha preferito lasciare il Paese. Ma non per timore di essere arrestato, no: andava a trovare la mamma molto malata in Libano, e una volta arrivato lì ha deciso che non sarebbe mai tornato in UK finchè i suoi seguaci non avessero "fatto sventolare la bandiera verde del Califfato su Downing Street", invitandoli a trasformare la Gran Bretagna in Dar ul Harb (la terra in guerra, il Paese devastato dalla guerra): nel frattempo sarebbe rimasto in Libano ed avrebbe punito gli infedeli inglesi privandoli della sua salvifica presenza.

Qualche giorno fa, però, i Royal Marines su una nave da guerra inglese inviata ad evacuare i cittadini inglesi in Libano hanno visto arrivare sulla passerella un ciccione barbuto che probabilmente ricordavano bene - se non altro per averlo visto innumerevoli volte sulle prime pagine dei tabloid. Eh sì, il buon Omar Bakri Mohammed aveva deciso di perdonare alla Gran Bretagna i suoi innumerevoli peccati, la sua lontananza da Allah, l'esiguità del suo assegno mensile, la sfrontatezza delle sue donne, le sue leggi repressive che non permettono ad un uomo neanche di punire la moglie se va a dormire prima di lui: scordiamoci il passato, ha detto Omar, scambiamoci un abbraccio e datemi un passaggio su questo magnifico cacciatorpediniere con aria condizionata, tre pasti al giorno (halal) e soprattutto senza fastidiose bombe israeliane e senza giovinastri libanesi che mi guardano con aria severa e mi chiedono come mai, dopo dieci anni passati a glorificare il martirio in battaglia, me ne stavo a Beirut invece di andare a farmi esplodere davanti ad un carro armato israeliano.

E quei cattivacci dei Royal Marines l'hanno mandato indietro solo perchè non aveva un passaporto britannico, ma guarda tu che gente, a lui che lo faceva solo per il bene dei suoi figli - i bimbi vogliono vederlo, e il governo inglese non sarà mica così snaturato da costringere i piccini ad andare in Libano per vedere il loro papà, vero?

Ah, l'ironia, questa malattia sconosciuta ai fondamentalisti religiosi.

E sempre in tema di ironie, il Libano sembra esserne una fonte inesauribile. Ricordate la Danimarca? Nazione piccina, su a nord, bellissime ragazze bionde, vichinghi, pasticcerie, ottimo burro, fumetti blasfemi? Sì, proprio quella.

La Danimarca e la Svezia, Paesi notoriamente islamofobi, hanno passato i loro bravi guai per la faccenda delle vignette di Maometto, e per esempio l'ambasciata danese a Beirut è stata a suo tempo data alle fiamme fra il giubilo e il tripudio, o almeno i mormorii di comprensione e qualche "se la sono cercata" sottovoce, di tutti i veri pacifisti europei - e all'epoca già si è avuto qualche episodio che aveva dell'esilarante, come ad esempio una folla palestinese, a Gaza, che cercò di linciare un paio di pacifisti danesi che fino al giorno prima erano stati lì a fare da scudo, anche rischiando la pelle, contro i bulldozer dell'esercito israeliano - esercito immediatamente intervenuto per portarli in salvo.

Adesso scopriamo che la Danimarca e la Svezia sono i due Paesi che hanno soccorso e portato in salvo più gente in Libano - cittadini danesi e svedesi, sicuro, ma con qualche risultato particolarmente curioso: perchè uno dei cittadini "danesi" portati in salvo è Ahmad Akkari, uno dei due imam (originariamente rifugiato politico in Danimarca, poi naturalizzato) che hanno realizzato il famigerato dossier sulle vignette di Maometto, vi hanno incluso immagini che non c'entravano come quella del tipo travestito da maiale, e sono andati in giro per il Medio Oriente ad aizzare le folle. Mr. Akkari, ci informa la CNN, non ha lamentele da fare sulla qualità del servizio offerto dai cani infedeli.

Che si può fare se non ridere?

Hat tip: Hak Mao

30 luglio 2006

Senso di giustizia


Una delle giustificazioni più risibili portate per il terrorismo integralista sarebbe il grande senso di giustizia dei fedeli musulmani: un grande senso di giustizia che non permetterebbe ad un musulmano di restare impassibile a guardare i crimini veri o presunti commessi in Iraq, in Afghanistan, a Gaza, in Cecenia e così via; e gli imporrebbe di colpire chiunque sia direttamente o indirettamente connesso con questi crimini.

Allora, cerchiamo di sgombrare il campo dagli equivoci: quanto descritto sopra NON si chiama senso di giustizia. Non so come si chiami, ma l'idea che al mondo si possa ammazzare, massacrare, affamare, violentare, pulire etnicamente, e però, se una delle vittime è musulmana e c'è coinvolto il cugino del barbiere di uno che una volta ha fatto affari con te, allora io sono autorizzato a metter bombe nelle case di tutti i tuoi vicini, a me non sembra che abbia molto a che spartire con la giustizia. Poi naturalmente bisogna vedere, perchè ormai le parole cambiano significato più rapidamente di quanto il partito laburista cambia finanziatori, quindi magari adesso quello di giustizia è un concetto divenuto variabile in base all'appartenenza religiosa - così come di recente la repressione della libertà di espressione è diventata un diritto umano.

Rimane il fatto che questa spiegazione/giustificazione delle bombe in treni e metropolitane mi sembra incompleta. Mi spiego: in Iraq, secondo le stime più pessimistiche, sono morte finora circa 100.000 persone (la stima è probabilmente esagerata), e stiamo contando tutto, compresi i morti di malattia che hanno ricevuto cure insufficienti, chi non ha potuto ricevere un farmaco salvavita, i morti in incidenti d'auto, i morti di vecchiaia eccetera; e la colpa di tutti questi morti, convenzionalmente, viene addossata agli americani o in generale all'occidente, ed usata come giustificazione del terrorismo e della violenza integralista.

In Darfur, guarda caso, è in corso proprio dal 2003 una sanguinosa guerra civile presto degenerata in pulizia etnica e genocidio. A seconda delle stime, le vittime, quasi tutte civili, sono qualcosa come 200.000, o forse 400.000 (una stima di 450.000 morti non ha ancora ricevuto alcuna verifica indipendente) fra morti per fame e vittime delle milizie. 200.000, o 400.000, musulmani morti, assassinati barbaramente o lasciati a morire di fame nel deserto - interi villaggi cancellati, due milioni di profughi, una generazione di orfani.

Abbastanza stranamente, il senso di giustizia che porta alcune persone a farsi saltare in aria in metropolitana, ed altre a giustificarne le azioni, nel caso del Darfur latita: le masse che in Libia e in Arabia Saudita spontaneamente assaltavano e bruciavano ambasciate non hanno detto una parola ai loro stessi governi per aver equipaggiato e armato le milizie Janjaweed e l'esercito sudanese; le masse che in Europa manifestavano in nome di una presunta violazione dei loro diritti umani (vorrei sapere chi ha messo in giro questa storia che se io non vivo secondo il dettato della tua religione sto violando i tuoi diritti) anche nei Paesi in cui i giornali si erano autocensurati e non avevano pubblicato le vignette, sono sorprendentemente assenti dalle piazzette di fronte alle varie ambasciate sudanesi.

Curioso, questo senso di giustizia che si attiva soltanto quando può fare da giustificazione per attentati suicidi e non e manifestazioni contro l'Occidente in solidarietà a questa o quella dittatura teocratica o organizzazione terroristica: il problema non sono, a quanto pare, i morti, ma chi li causa. Non si spiegherebbe altrimenti come mai 600 morti in Libano pesino tanto di più di 400.000 in Sudan.

P.S. Sì, lo so, San Gino Strada ha detto che non c'è alcun genocidio in Sudan (audio). Allo stesso modo il Profeta Noam Chomsky ha detto a suo tempo che non c'era alcun genocidio in Cambogia, e ogni tanto prova a negare quello dei musulmani in Bosnia. Ci sono persone che quando fanno un'affermazione le conferiscono parte della propria autorità morale o intellettuale; ci sono affermazioni che definiscono la statura morale o intellettuale di chi le fa. Lascio decidere ai miei due lettori quale sia il caso.

28 luglio 2006

What-if


Credo che sia capitato ad ogni amante della fantascienza di imbattersi in un what-if: un romanzo che tratta di storia alternativa, di cosa sarebbe successo se...

Cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto nella culla? Se gli americani fossero stati preavvertiti dell'attacco a Pearl Harbour? Se Longstreet avesse attaccato Meade all'alba come ordinato?

Se la storia non si fa con i se, ci si fa invece dell'ottima narrativa - e fiumi di inchiostro sono stati versati su queste ipotesi. Alcuni scrittori ci si sono specializzati: Harry Turtledove praticamente non fa altro, anche se quasti tutto quello che ho letto di lui (tranne le prime storie della saga dei Berserker) è in un modo o nell'altro deludente, se non all'inizio sicuramente nello sviluppo delle storie - vedi la serie World War/Colonization, soprattutto dove affiorano ripetutamente certi suoi pregiudizi, tipicamente americani, contro l'Europa (in particolare la Gran Bretagna) e contro gli intellettuali e gli scienziati. Invece mi sono capitati per le mani di recente alcuni esempi che mi sono piaciuti un bel po' di più.

Prima per ordine di apparizione è la saga, ancora incompleta, di John Birmingham, Axis of Time, che dopo una partenza un po' ansimante (la trasformazione della Guerra al Terrorismo in Terza Guerra Mondiale ipertecnologica è scarsamente credibile per una lunga serie di ragioni) trasporta una task force navale multinazionale dal 2021 al 1943 e alla battaglia di Midway. I due romanzi usciti finora, Weapons of Choice e Designated Targets, sono ben scritti, scorrevoli ed hanno una serie di caratteristiche che li mettono ben al di sopra della media: per prima cosa, l'autore non è americano ma australiano; questo fa sì che alcuni degli eroi del romanzo non siano americani - un'eroina quasi indiscussa del secondo volume è
addirittura anglo-araba, cosa che avrebbe reso il romanzo impubblicabile negli USA, dove sia nei libri che nei film un accento europeo, soprattutto inglese o francese, iscrive irrimediabilmente un personaggio al gruppo dei cattivi - con l'occasionale eccezione di Hugh Grant.

Birmingham ha lavorato per il Ministero della Difesa australiano come ricercatore e analista, è evidentemente competente in materia, e riesce ripetutamente a creare situazioni in cui la superiorità tecnologica dei "moderni" viene messa in scacco dall'inventiva degli "antichi", ed un quadro dei rapporti fra i moderni e gli antichi più credibile (e più conflittuale) di molti. Nel complesso mi sono piaciuti moltissimo entrambi i romanzi - non è certo letteratura, ma è ben scritto da una persona competente e, soprattutto, è raramente prevedibile o scontato, che è più di quel che si può dire di alcuni mostri sacri del settore. L'unica critica che mi sento di fare è ad un particolare piuttosto irritante del primo volume: mentre gli ufficiali tedeschi e giapponesi della task force multinazionale spiegano in maniera intelligente, e in certo modo struggente, il motivo per cui sono disposti a tradire ogni fedeltà ai propri Paesi per combattere il mostro nazista, l'unico ufficiale italiano è un completo cretino che compare soltanto per affermare che è disposto a combattere contro Mussolini con la profondissima motivazione che l'architettura fascista fa schifo.

The Foresight War è un altro what-if affascinante - sempre la Seconda Guerra Mondiale, ma la discontinuità introdotta è più sottile: uno storico inglese dei giorni nostri si sveglia a Londra a metà degli anni '30, con solo i vestiti che ha addosso e un laptop pieno zeppo di informazioni sulla guerra.

Tecnicamente anche questo è un romanzo, anche se la parte romanzesca è scarna, poco più che una scusa per raccontare una storia della guerra profondamente diversa da quella che conosciamo. Anche questo libro ho avuto problemi a metterlo giù, anche perchè un appassionato (assolutamente dilettante) di storia militare non ha difficoltà ad immedesimarsi col protagonista che spiega alle gerarchie militari inglesi tutti gli errori che hanno commesso e cosa avrebbero potuto fare meglio - i Lancaster superveloci, pressurizzati e disarmati sono i miei preferiti.

Ultimo, più propriamente what-if è For Want of a Nail, che non è affatto un romanzo. È scritto come un saggio storico, che racconta gli eventi del Nordamerica, e del mondo, dopo la vittoria del generale Burgoyne a Saratoga contro Horatio Gates, l'uscita della Francia dal conflitto nordamericano e il fallimento della Rivoluzione Americana del 1777. Lo definisco un what-if propriamente detto perchè non ipotizza un intervento fuori dal tempo, ma semplicemente un evento puntuale che avviene o non avviene - in particolare, un migliore tempismo da parte del generale inglese Burgoyne. I fatti sono che se Gates non avesse vinto a Saratoga i francesi, che determinarono la vittoria della rivoluzione, sarebbero rimasti neutrali (fu proprio la vittoria di Saratoga a convincerli che la rivoluzione aveva qualche chance di successo), col risultato che la ribellione sarebbe stata con ogni probabilità domata.

Il libro descrive, con lo stile e l'andamento di un saggio storico, gli eventi nordamericani nei due secoli successivi al 1777, marcati dalla divisione fra la Confederation of North America e gli United States of Mexico, fondati dagli irriducibili di Washington e Jefferson rifugiatisi a sud; ad esempio non racconta, perchè mai avvenuti, il genocidio irochese ordinato da Washington nè la Rivoluzione Francese, e invece descrive il regime di apartheid schiavistico instaurato negli United States of Mexico.

Complessivamente affascinante - col caveat che, trattandosi di libro scritto da un americano, è ovvio che gli sviluppi futuri che descrive portino ad un mondo messo tutto sommato peggio di quello reale: gli americani, atei compresi, hanno regolarmente una fede cieca nel ruolo provvidenziale del loro Paese, e Robert Sobel non fa eccezione.

Tutto considerato, li consiglio vivissimamente tutti e 4.

(sì Palmiro, lo so, 1632: ma ne hai già parlato tu, no?)

27 luglio 2006

Morte di una teenager


Dal Media Guardian, la storia di una giornalista della BBC che si è recata in Iran (in incognito) per girare un documentario sull'esecuzione di una ragazza adolescente per "reati contro la castità" - ossia per essere stata stuprata.

A seconda dei punti di vista, un'immagine agghiacciante della vita in una teocrazia, e soprattutto del modo in cui l'applicazione estrema della sharia e la repressione capillare servono in realtà a coprire un substrato di corruzione e malaffare, o l'ennesimo pezzo di propaganda americana o generalmente islamofobica.

Una frase mi ha colpito - quando parla dell'esecuzione di una ragazza di sedici anni, in base a regole fissate nel Medioevo, e filmata dal pubblico sui telefonini. C'è qualcosa di profondamente sbagliato in quest'immagine.

Sparare sulla Croce Rossa


O quasi. Fin dalla fondazione dell'ONU, il famoso casco blu raramente ha costituito una vera protezione, ed anzi, in più di un caso ha reso chi lo indossava un bersaglio preferenziale: basta ricordare i caschi blu irlandesi e indiani in Zaire durante la ribellione katanghese, i pakistani massacrati in Somalia dalla milizia di Aidid, i belgi uccisi in Ruanda durante il primo dei 100 giorni del genocidio dei Tutsi. E adesso i 4 MILOB in Libano, e i caschi blu indiani mandati a soccorrerli.

Mi spiace, ma non credo alla tragica fatalità, non credo ad errori nelle comunicazioni e non credo alla storia di Hezbollah che sparava da una postazione vicina.

Andando con ordine, non credo che gli israeliani non sapessero che lì c'era una postazione ONu da vent'anni e passa - queste postazioni fisse sono segnate su tutte le carte, soprattutto quelle in dotazione ad artiglieria ed aviazione su cui si pianificano le missioni di fuoco. A parte questo, la postazione è stata colpita quattordici volte nel corso della giornata, e gli osservatori, e il comando ONU, si sono messi in contatto con il comando israeliano dieci volte per chiedere di fermare il bombardamento. Per tutta risposta, l'aviazione israeliana li ha finalmente colpiti con una bomba a guida laser. Questo, fra l'altro, toglie subito di mezzo l'ipotesi che il comando israeliano stesse mirando a guerriglieri Hezbollah intorno alla postazione ONU: miravano proprio a quella, e l'hanno colpita con armi di precisione. Neanche un pilota iracheno potrebbe confondere una palazzina fortificata dipinta di bianco con un paio di camion con razzi Katyusha.

Perchè? L'intera comunità internazionale riconosce che, al di là delle considerazioni sulla forza impiegata, Israele ha ottime ragioni per colpire Hezbollah e cercare di toglierlo dallo scacchiere come forza militare; anche l'ONU, che pure ha criticato la reazione israeliana come sproporzionata, ha condannato con uguale forza (anche se con minore risonanza mediatica - ma non è certo per sua colpa) il comportamento criminale di Hezbollah che si fa regolarmente scudo di civili. Perchè Israele avrebbe voluto colpire quattro osservatori neutrali e mettersi istantaneamente dalla parte del torto?

Onestamente non so spiegarmelo: le sole ipotesi che si possono fare sono da fantascienza. Non credo che Israele abbia pianificato a tavolino violazioni tali della carta dell'ONU da richiedere l'allontanamento forzato di tutti gli osservatori (motivo per cui, storicamente, si spara ai caschi blu); non credo che le critiche, per giunta molto moderate, di Khofi Annan, abbiano stimolato la volontà, da parte israeliana, di un "avvertimento" - queste cose non succedono al di fuori dei film di spionaggio, e d'altra parte funzionano solo quando dirette ad entità che capiscono questo tipo di linguaggio, come Hezbollah - la comunità internazionale ha invece il vizio di moltiplicare per dieci le proprie critiche ogni volta che capita una cosa del genere.

Cosa rimane? Forse un ordine dato a più basso livello. Forse l'idea, che ha sempre serpeggiato in Israele, che gli stranieri in quanto tale sono nemici, o almeno potenzialmente ostili, e dovrebbero togliersi di mezzo da una crisi che non hanno mai capito e non hanno fatto che esasperare in mezzo secolo di coinvolgimenti. Forse una combinazione di esasperazione e paranoia ha portato qualcuno a credere che l'ONU stesse attivamente fornendo una copertura ad Hezbollah. Onestamente non ne ho idea, e non ho molta fiducia che la commissione d'inchiesta promessa da Olmert fornisca risposte credibili, come non ne hanno fornite in passato le inchieste sull'uccisione di giornalisti e volontari stranieri.

Una cosa è certa: se quei quattro osservatori li avesse uccisi un proiettile d'artiglieria siriano, stasera i carri armati USA e israeliani sarebbero già a Damasco.

P.S. Quanto scritto qui sopra non implica che vorrei vedere una forza multinazionale invadere Israele. Semmai vorrei vedere una forza multinazionale invadere il sud del Libano, disarmare Hezbollah e interporsi fra Tsahal e l'esercito Libanese - e in un mondo perfetto, sarebbe una missione sotto l'egida del capitolo VII della carta dell'ONU (peace enforcement: Corea, Gurkha in Katanga), non del capitolo VI (peacekeeping:
Bosnia, Ruanda). Quanto sopra intendeva semplicemente chiarire alcuni fatti dell'incidente appena accaduto, e criticare l'atteggiamento delle forze armate israeliane che sempre più spesso sembrano considerare ostile qualunque straniero che non sia un loro diretto alleato.

24 luglio 2006

E noi siamo in Afghanistan per questo?


Il Times Online pubblica l'interessante notizia che il governo afghano sta rifondando il Dipartimento per la Prevenzione del Vizio e la Promozione della Virtù, l'organizzazione fondata dai Talebani sulla base della sua omonima saudita (nota colloquialmente come Muttawa, e ben descritta nel blog di un espatriato saudita a Londra, il Religious Policeman, ora non più attivo). Qual era, sotto i Talebani, il compito di questo Dipartimento? Niente di speciale: frustare a sangue le donne che s'erano messe lo smalto alle unghie, o che a causa di un movimento troppo rapido facevano emergere dal burqa una caviglia, o gli uomini che portavano la barba troppo corta, o chi ascoltava musica o rideva in pubblico.

Le femministe protestano. Amnesty protesta, Human Rights Watch protesta, i pacifisti europei, suppongo, approvano: è complicato protestare per questa violazione dei diritti quando hai passato gli ultimi sei mesi a dire, come Gino Strada, che la cosa migliore che potrebbe capitare all'Afghanistan è il ritorno al potere dei Talebani, che farebbero esattamente la stessa cosa. O forse protestano pure loro: la coerenza è di destra, l'abbiamo già assodato.

15 luglio 2006

Pausa


Nello sconforto di questi giorni, davanti a gente che sta riducendo la tragedia mediorientale all'ennesima ocasione per il tifo da stadio, e le ragioni delle due parti, assieme ad un enorme cumulo di torti bipartisan, al trito e ritrito ritornello di quanto sia nazista Israele o di quanto siano terroristi i palestinesi, questo blog si mette in pausa; me ne vado in vacanza, lontano da Internet, telegiornali e giornali.

Ci sentiamo fra una settimana circa, se non mi rompo una gamba o peggio arrampicandomi su per il Catinaccio.

13 luglio 2006

Nello stesso ufficio


A tre scrivanie dalla mia, A. ha famiglia in Israele ed una sorella sotto le armi. A un paio di scrivanie da lui, N. ha famiglia in Libano, i genitori sono entrambi giornalisti e lavorano per un giornale vicino a Hezbollah.

Da un giorno e qualcosa, il Medio Oriente è argomento tabù in ufficio - fino ad oggi a pranzo, quando non so chi dei due ha preso l'iniziativa e chiesto all'altro notizie della famiglia. Adesso stanno lì a scambiarsi informazioni e numeri di telefono da chiamare al Foreign Office e ad ambasciate israeliana, libanese, francese e non so cos'altro.

Immagino ci sia una lezione in questo, ma non saprei dire esattamente quale.

L'India se l'è meritato


Mi chiedevo quanto ci sarebbe voluto prima che qualcuno saltasse su a giustificare le bombe a Mumbai. Dall'Italia ancora silenzio (anche se nutro qualche residua speranza per un paio di attivi frequentatori di it.politica.internazionale), ma in UK, dove l'attenzione per i fatti del subcontinente indiano è per forza di cose maggiore, il gioco è già cominciato.

Intanto, sfatiamo subito una leggenda, che le bombe siano colpa o responsabilità di terroristi. No, sono ovviamente colpa del governo indiano, come spiega il comunicato del Socialist Workers' Party:

"The Indian government of Manmohan Singh will doubtless pledge itself to fight against the terrorists who have committed this atrocity with increased resolve. But if what results from this pledge is a greater threat of military conflict with Pakistan, more repression in Kashmir, and an increased willingness of the Indian state to be a partner in the ?war on terror?, it would serve only to compound the tragedy of the bombings. It is exactly these actions that have meant India has become a target..."
ossia:
"Il governo indiano di Manmohan Singh senza dubbio si impegnerà a combattere con accresciuta determinazione i terroristi che hanno commesso questa atrocità. Ma se il risultato di questo impegno sarà un accresciuto rischio di conflitto col Pakistan, più repressione in Kashmir, ed un'accresciuta volontà da parte dell'India di prender parte alla "guerra al terrorismo", ciò servirà solo ad aggravare la tragedia degli attentati. Sono esattamente queste azioni che hanno reso l'India un bersaglio..."
Dunque anche l'India è un bersaglio legittimo, e se dovesse cercare di assicurare alla giustizia i responsabili - o meglio, gli innocenti costretti a questo atto estremo di protesta - non farà che peggiorare la propria situazione e diventare un bersaglio sempre più lecito. E quei 200 poveracci fatti a pezzi dalle bombe? Danno collaterale, niente di più. Avrebbero dovuto interessarsi di più di politica internazionale, protestare per esempio contro il riavvicinamento del governo indiano a Israele, come spiega un altro blogger, che citando un forse apocrifo Trotzky spiega, puoi non interessarti alla politica internazionale, ma la politica internazionale si interessa a te.

Questo atteggiamento viene chiamato in inglese blame the victim, ed era tradizionalmente riservato alle vittime di stupri. Whoops. Il cerchio si chiude, suppongo.

12 luglio 2006

Net neutrality



In questo momento negli Stati Uniti è in corso una battaglia legale per preservare la neutralità della rete. In pratica si sta cercando di impedire che i provider Tier 1 (AOL, AT&T, chi possiede fisicamente i backbone su cui il traffico viaggia) possano alterare la qualità del servizio in base a chi paga di più: in altre parole, dare priorità, poniamo, al sito di Fox News a scapito dei blog di gente meno allineata ma anche meno capace di pagare cifre esorbitanti per il "pizzo informatico". Noi in Europa, purtroppo, possiamo fare ben poco (la legge è in discussione al Senato USA e il grosso dei provider Tier 1 sono americani), ma questo video è comunque bellissimo - e credo che Woody Guthrie apprezzerebbe non poco l'iniziativa: this Web is mine, man - this Web is yours, man.

Il testo della canzone è qui ed il sito dell'iniziativa qui.

11 luglio 2006

Celebrazioni


Domenica sera, dopo la partita dell'Italia, avrei voluto che tutti quelli che saltuariamente mi chiedono "ma com'è che ti piace tanto vivere a Londra?" fossero con me in Leicester Square a vedersi lo spettacolo di un gruppo di ragazze pakistane, o forse bengalesi, tutte sui 18-20 anni, che indossavano le tradizionali shalwar kameez ma con hijab ricavati da bandiere italiane, e saltavano come grilli strillando "I-ta-lia! I-ta-lia!", assieme ad un paio di ragazzi giamaicani con trecce rasta lunghe fino alla vita e bandiere italiane dipinte in faccia.

E se non lo capivano neanche così lasciavo perdere.

07 luglio 2006

Bella gente


Avevo scritto tutto un bel pezzo su quanto sia agghiacciante l'atteggiamento di certe persone sedicenti di sinistra che, in occasione della commemorazione del 7/7, tornano alla carica con le solite, trite e ritrite argomentazioni a proposito della responsabilità collettiva degli inglesi nella guerra in Iraq, le giustificazioni dette/non dette per gli attentati suicidi, la malcelata soddisfazione perchè una cinquantina di piccoli Eichmann, per dirla con Ward Churchill, sono stati giustiziati da un eroe della rivoluzione proletaria nella gloriosa tradizione della teocrazia integralista.

L'avevo scritto, ma poi l'ho cancellato. Non credo, sinceramente, che gente del genere meriti un contraddittorio, ma al più disprezzo. Questa è gente che, per un accidente di nascita, oggi plaude - senza avere i coglioni per dirlo apertamente: sono prontissimi a dire che la loro riaffermazione della responsabilità collettiva degli inglesi e il paragone col numero di morti iracheni mica implica che loro approvino, ci mancherebbe altro - agli attentatori suicidi nella metropolitana di Londra, ma potrebbe equivalentemente intonare cori di incoraggiamento ai carri armati israeliani che stanno entrando a Gaza in base allo stesso principio di responsabilità collettiva. Si sgolano a ridurre, relativizzare e contestualizzare la strage della scuola di Beslan (i giorni pari: quelli dispari è stata organizzata dal KGB/FSB) ma se fossero nati da un'altra parte, o magari se fossero solo andati in una scuola diversa, o avessero letto libri diversi, giustificherebbero invece le stragi di civili compiute dall'esercito russo a Grozny - anche se forse ho scelto un esempio infelice: perchè la guerra cecena è una di quelle situazioni difficili in cui al vero pacifista antagonista antimperialista tocca cambiar fronte più in fretta e di frequente dei Savoia nel '43, pro-ceceni per via della solidarietà con gli integralisti scannagente ma pronti a diventare pro-russi appena Putin fa qualche rumorino anti-NATO e poi di nuovo indietro quando le relazioni si distendono.

Molta di questa gente è mossa da un sincero desiderio di combattere quello che vede come la fonte di ogni male - chiamatelo occidente, chiamatelo democrazia, chiamatelo capitalismo, i termini ad un certo punto diventano intercambiabili, anche perchè spesso capita che coprano l'antipatia per l'uno con una (magari comprensibile) avversione per l'altro; e per questi non c'è molto da fare, è una religione come un'altra, gli è stato rivelato il volto del demonio e interpretano il mondo in funzione della loro personale versione della contrapposizione fra Male Assoluto e resto dell'universo.

Alcuni però, i più interessanti da un punto di vista etologico, sembrano affetti da una forma di solipsismo politico grazie alla quale sembrano non considerare reale tutto ciò che accade al di fuori dei confini di quello che hanno deciso essere il loro teatro di battaglia politica. Tutti gli eventi vengono valutati e considerati solo in base all'influenza che hanno sulla loro causa preferita - i 50 morti di Londra sono una buona cosa, perchè Blair ci fa una figura di merda; non sono veramente esseri umani, Londra non è un posto reale, sono caratteri scritti su una pagina di giornale che portano come risultato che il movimento pacifista italiano aveva ragione, che è l'unica cosa, più che importante, reale, l'unico concetto che riescono a sentire come parte del loro mondo.

Le tragedie umane non hanno un peso reale, esistono solo in base alla risonanza politica che avranno sulla loro particolare visione del mondo. In Iraq è meglio una democrazia, o il ritiro completo degli occidentali, una guerra civile con qualche centinaio di migliaia di morti, la pulizia etnica delle zone a popolazione mista e l'ascesa al potere dei tagliatori di teste modello Zarqawi? Dipende. Dipende da quanto ne escono danneggiati gli americani. Se una guerra civile e altri 200.000 morti danneggiano gli USA, ben vengano.

Molti movimenti, in passato, sono stati composti di persone che credevano di possedere la verità rivelata, e di aver identificato il Male Assoluto da combattere. Molti sono stati composti (e in casi particolarmente tragici, guidati) da persone che non ritenevano che gli altri fossero veri esseri umani, che fossero persone reali. Non uno di questi ha prodotto risultati che una persona sana di mente troverebbe auspicabili.

05 luglio 2006

Scuse


A nome degli italiani tutti e in particolare della nazionale italiana vorrei fare le mie scuse al direttore di Der Spiegel per il fastidioso prurito alle tonsille che probabilmente starà sentendo stamattina. Non si preoccupi, passerà presto, è solo una sfortunata conseguenza di QUANTO PROFONDAMENTE L'HAI NEL CULO, BRUTTO STRONZO RAZZISTA DEI MIEI COGLIONI.

04 luglio 2006

Klinsmann


...ha l'aria di voler fucilare un giocatore italiano ogni dieci.

Nato il quattro di luglio


Questo blog compie un anno oggi. Ho festeggiato partecipando ad una colazione/dibattito organizzata da Democratiya per raccogliere fondi, e scambiare due chiacchiere con le persone di cui leggo blog e articoli ogni giorno. L'intervento di Alan Johnson mi ha, come sempre, dato un paio di idee che spero di sviluppare in post al più presto. Ho anche scoperto che Democratiya cerca stagisti - che probabilmente potrebbero anche lavorare dall'estero. Paga probabilmente non ce n'è, al massimo qualche rimborso spese, ma se uno dei miei due lettori fosse interessato ad un'esperienza da mettere nel curriculum, mi faccia sapere. È necessaria una buona conoscenza dell'inglese, ovviamente.

Passando ad altro: sono andato a rivedermi i primi articoli di questo blog, e mi sono reso conto che qualcosa, dopotutto (e per fortuna) ogni tanto cambia. La persona di cui parlavo, senza farne il nome, nel post con cui inauguravo questo blog è sparita, con buona ragione, da Usenet, e' finito in galera per truffa e abusi sessuali (eh sì, con la scusa degli ectoplasmi e dell'evocazione degli angeli, pare, oltre ad estorcere decine di migliaia di euro alle sue vittime ci faceva porcellate assortite), ha avuto gli arresti domiciliari ed è in attesa di giudizio.

Rileggendo il post, ho avuto la sensazione che le vicende giudiziarie del fattucchiero di cui si parla sminuiscano in un certo qual modo il significato che volevo dare all'articolo: il fatto che quella persona si sia rivelata un truffatore da quattro soldi sembrerebbe darmi ragione, ma in realtà è il contrario: chi promuove stupidità e ignoranza, che parli dell'ectoplasma di Alessandro Manzoni, degli alieni di Sirio o del bere piscio come cura per il cancro alternativa alla chemio, fa del male a tutti anche quando lo fa in buona fede.

Il mio problema non è che quello lì sia un imbroglione: il fatto ha poca importanza, il danno fatto da un truffatore è praticamente sempre puntuale, localizzato - a volte, si potrebbe dire cinicamente, parte di un processo darwiniano che elimina i polli; la diffusione dell'ignoranza, invece, è un fenomeno di più vasta portata che porta a risultati non prevedibili e praticamente sempre spiacevoli, dalla vittoria elettorale di Bush alla crescente invadenza dell'integralismo religioso - cristiano o musulmano, come ho detto più di una volta, fa poca differenza - dalle scuole con deroghe speciali per evitare di insegnare l'evoluzione all'NHS che paga i trattamenti di "medicina complementare" (clisteri di caffè, pietre bollenti, riflessologia, basta che sia fuffa e state sicuri che in parte la finanziano le mie tasse) e poi non ha i soldi per i chemioterapici salvavita.

Ad ogni modo, uno di meno. Meglio che niente.

03 luglio 2006

La vita è bella...


...quando tu hai una squadra in semifinale e i tuoi colleghi no. Adesso a girare per il mio ufficio si scopre che erano tutti appassionati di cricket, e del calcio, insomma, non è che gliene fregasse tanto.

(questo blog è stato assenteista per qualche giorno, occupato con il lancio dello Euston Manifesto Italia, con i quarti di finale, con del lavoro fuori programma da completare nel weekend e con qualche romantica passeggiata sulla South Bank, che un altro po' e mia moglie cominciava a darmi del lei)

28 giugno 2006

Euston, we have liftoff


È una scommessa un po' azzardata, magari, ma con un gruppo di matti abbiamo deciso che si poteva (forse) provare a replicare ed adattare l'esperienza dello Euston Manifesto inglese alla realtà italiana. Pensiamo che probabilmente alla politica italiana potrebbe non fare male una forza, anche piccola, ma ricca di idee e di ideali, che si aggrega dal basso, dalla sempre citata ma alla fine mai ascoltata società civile. Oh, insomma, il sito è lì, date un'occhiata, lasciate un commento, aderite se vi sembra il caso, fateci sapere quanto era giustificato (o no) il nostro ottimismo.

27 giugno 2006

Svendita


Da Harry's Place, una vignetta pubblicata su The Age, un giornale australiano. Nessun bisogno di commenti.



26 giugno 2006

Andiamo avanti


Dopo la vittoria del No al referendum, Bossi promette: ¨Si va avanti comunque¨

Binario 10


Una risposta di Norman Geras ai commenti di Daniel Finkelstein sul Times, a proposito dello Euston Manifesto, e del tentativo di salvare la sinistra da sè stessa



Scrivendo su questo giornale [ tre ] settimane fa, Daniel Finkelstein ha espresso sullo Euston Manifesto - un documento che invoca un nuovo allineamento politico progressista e nella cui stesura ho giocato un ruolo non indifferente - un'opinione ambivalente. "Davvero ottimo", ha detto. "concordo con le idee di base; lo trovo ben scritto ed attuale." Allo stesso tempo però l'ha definito "un gigantesco spreco di tempo ed energia". Come mai? Perché, anche se lancia una sfida ad idee largamente accettate a sinistra, lo scopo di coloro che lo hanno prodotto è di "salvare la sinistra da sè stessa", e non ne vale la pena.

Ci sono due diverse risposte possibili a questa posizione. La prima è che anche per chi non considera la sinistra come il posto migliore dove porsi politicamente, una sinistra più sana è certamente da preferirsi.

Finkelstein pensa che ¨le chiare affermazioni di principii¨ del manifesto "siano sprecate se rivolte a gente che non le condivide e mai lo farà"; ma in politica non si può mai sapere chi concorderà con ciò che si sta per dire fino a che non lo si sia detto, e ci sono già segnali che ciò che abbiamo detto nel manifesto - tener duro sui principii democratici e sui diritti universali dell'uomo, non cercare scuse per il terrorismo o la tirannia, opporsi all'antiamericanismo, non svilire la tradizione liberale della libertà di pensiero - sia stato accolto favorevolmente da una parte della sinistra liberale. Quanta strada riuscirà a fare rimane da vedere, naturalmente, ma tranne che per ristretti gruppi di faziosi, è generalmente meglio per il bene della discussione politica che quelli "dall'altra parte" siano legati ai principii migliori possibili piuttosto che ai peggiori.

In secondo luogo, per quelli di noi che non hanno ancora rinunciato a difendere la causa della sinistra, c'è ancora più ragione per non desiderare di vedere i valori dell'universalismo e della democrazia svuotati di ogni importanza: vediamo questi valori come legati alle idee che sono sempre state al centro delle lotte della sinistra, e non ci sentiamo di poter contare su nessun altro per difenderli.

Finkelstein scrive che "lo sforzo di persuadere la sinistra è anch'esso sprecato": se lo Euston Manifesto fosse stato pubblicato da esponenti di destra, il sostegno a destra sarebbe stato pressochè totale; ma questo non è vero per alcune delle posizioni del Manifesto - ad esempio, il suo abbracciare i principii egualitari e il suo sostegno ai sindacati in quanto "fondamenta della difesa degli interessi dei lavoratori" e la sua difesa (nelle parole di Shalom Lappin) "dell'integrità del bene pubblico contro l'assalto delle privatizzazioni e dell'espropriazione che è derivato dall'adesione dogmatica alle idee neoliberiste". Alcune voci conservatrici, nell'accogliere favorevolmente il manifesto, hanno espresse chiare riserve su questi punti.

Eppure, Finkelstein ha ragione sulla gente di sinistra "che non concorda e mai lo farà". Per ogni simpatizzante di sinistra che ha risposto positivamente al manifesto ce n'è stato almeno uno ostile. La cosa interessante di questa reazione sono i temi di cui si compone. Nella misura in cui il manifesto dice qualche cosa di condivisibile (dicono i critici), lo fa nei termini di banalita' benintenzionate; e le nostre critiche di altre parti della sinistra si applicano solo ad un piccolo numero di estremisti. Eppure, il manifesto si è immediatamente attirato addosso un'ostilità da parte di molti che si potrebbe definire robusta. Perchè? Il documento non nomina nessuno in particolare nell'identificare alcuni discutibili schemi ricorrenti nelle discussioni, nell'evasivita' su certe questioni e nelle apologie: chi non vi si identifica non ha ragione di protestare. Viene da suggerire che almeno uno dei motivi per questa animosità sia che ad identificarsi nelle critiche sia un'area della sinistra ben più vasta del solo Socialist Workers Party.

Se così non fosse, perchè è diventato comune sentire esponenti della sinistra criticare i principii universali dei diritti dell'uomo come "arroganti", "imperialisti" o (sottovoce, mi raccomando) "islamofobici"? La fedeltà a questi principii - alla democrazia, alla libertà, all'uguaglianza - era un tempo un minimo comune denominatore a sinistra, ma nelle pagine di opinioni e commenti della stampa liberale è diventato routine leggere i pezzi di giornalisti ed altri intellettuali di area (si suppone) progressista che ci spiegano che la democrazia, o il liberalismo, o i valori dell'Illuminismo, tutti forse adatti all'Occidente, potrebbero non esserlo in altri contesti culturali. Il diritto alla libertà di espressione - completa libertà, fatta salva solo l'istigazione all'odio o alla violenza - è anch'esso messo frequentemente in discussione di fronte a sensibilità religiose sempre più rumorose nel denunciare le offese.

Borbottii genericamente ¨comprensivi¨ nei confronti di atrocità terroristiche - a Londra o Madrid, ma particolarmente a Tel Aviv ed Haifa - che avrebbero radice nella povertà, nell'oppressione e nell'ingiustizia sono ugualmente comuni, sebbene poi queste voci borbottanti siano incapaci di spiegare perchè in passato i movimenti che combattevano queste ingiustizie non abbiano fatto ricorso a stragi indiscriminate di civili; noti opinionisti - gente matura, veterani della sinistra - si destreggiano nell'appoggiare la cosiddetta resistenza irachena malgrado i suoi metodi da stragisti, o fanno confronti arbitrari e faciloni fra gli Stati Uniti di George Bush e la Germania nazista. Che simili temi siano discussi nei media da esponenti della sinistra liberale è pubblicamente verificabile: è stato documentato e criticato ripetutamente, e presumibilmente i giornali che pubblicavano commenti di questo genere non l'avrebbero fatto se quei commento non avessero incontrato il favore dei loro lettori.

Il manifesto di Euston è una risposta a queste tendenze politiche, e come tale è ben mirato: ecco perchè ha destato tanto interesse, e tanta ostilità. Siamo felici di ribadire alcune importanti, anche se ovvie, verità, e di mostrare che non abbiamo perso ogni speranza nel futuro della sinistra.

24 giugno 2006

Bike Week


Ieri era l´ultimo giorno lavorativo della Bike Week, un´iniziativa nazionale per incoraggiare l´uso della bicicletta in città. La maggior parte delle associazioni di ciclisti e delle amministrazioni comunali in UK organizzano, finanziano o sponsorizzano eventi - alcuni sono ormai tradizionali, come il Bike2Work di Camden, tutti i pendolari che vanno al lavoro a Camden hanno diritto per una settimana ad una colazione all´inglese gratis, preparata dai volontari; per tutta la settimana, il governo rimborsa a tutti i datori di lavoro, attraverso sconti sulle imposte, una serie di spese che possono scegliere di sostenere per incoraggiare i dipendenti a venire al lavoro in bicicletta (di nuovo, colazione gratis, parcheggi protetti per le biciclette, kit sponsorizzati, tipo magliette col logo della ditta e roba così); si organizzano feste in praticamente tutti i parchi e giardini pubblici, eccetera.


Ieri sera la sezione di Islington della London Cycling Campaign ha organizzato un punto di ristoro proprio davanti alla moschea di Finsbury Park. Quel pezzetto di strada è uno snodo importante, ci passano praticamente tutti i ciclisti che lavorano nella City e vivono a nord-ovest, e i volontari fermavano tutti offrendo succhi di frutta, frutta, snack e regalando mappe di Londra con l´indicazione dei percorsi ciclabili e bottiglie per l´acqua col logo del comune di Islington.



Ken Livingstone ha fatto più d´una cazzata come sindaco di Londra, ma devo dire che l´incoraggiamento che ha dato all´uso delle biciclette in questa città è stato assolutamente grandioso, i ciclisti sono più che raddoppiati da quando vivo a Londra, e ieri sera c´era un flusso continuo di gente che si fermava, beveva succo di frutta e raccontava di altre iniziative interessanti. Ottimo lavoro, davvero.

23 giugno 2006

Binario 9


Una risposta di Norman Geras alle critiche ad uno dei passi piu' attaccati dell'intero Euston Manifesto, quello in cui si menziona Amnesty International ed Abu Ghraib


In questo post intendo occuparmi delle obiezioni allo Euston Manifesto presentate al paragrafo della sezione C in cui critichiamo due dichiarazioni di Amnesty International:

La violazione dei diritti umani fondamentali ad Abu Ghraib, a Guantanamo e nel corso delle pratiche di rendition deve essere recisamente condannata per quello che e`, la violazione e l'abbandono di quei principi universali per la cui creazione gli stessi Paesi occidentali, e in particolare gli USA, portano la maggior parte del merito. Ma noi respingiamo il doppio standard con cui molti oggi a sinistra identificano quelle commesse dalle democrazie occidentali come le peggiori violazioni dei diritti umani, mentre mantengono il silenzio, o protestano in sordina, contro violazioni ben peggiori commesse altrove. Questa tendenza ha raggiunto un punto tale che un portavoce ufficiale per Amnesty International, un'organizzazione che merita e riceve enorme rispetto a livelo mondiale per i decenni di lavoro svolto in difesa dei diritti umani, puo` fare pubblicamente un paragone fra Guantanamo e i gulag, puo` affermare che le misure legislative prese dagli USA e dalle altre democrazie liberali nel corso della guerra al terrorismo costituiscono un'aggressione ai diritti umani peggiore di qualsiasi cosa si sia vista negli ultimi 50 anni, e puo` essere difeso in queste affermazioni da voci della sinistra liberale.

Non perché la critica sia particolarmente stringente - non c'e' modo di porla in maniera stringente, in realta' - ma perche' cio' che dice e' rappresentativo di gran parte dei commenti negativi che il paragrafo si e' attirato, rispondero' alla versione di Randy Paul di quasta critica. Dice:

In primo luogo, sembrano essere piu' interessati all'abuso della metafora da parte di Amnesty piuttosto che agli abusi di Abu Ghraib.

Questa critica si compone di due parti distinte.

(a) Paul parla della ormai famosa dichiarazione di Irene Khan, che definisce Guantanamo 'il gulag [dei] nostri tempi', come dell'abuso di una metafora. Lo era, ma era anche una forma retorica di esagerazione estrema, giustificata da Khan e da altri portavoce di Amnesty come un modo per catturare l'attenzione del pubblico. Una cosa simile sarebbe degna di un dipartimento governativo di propaganda politica, ma sicuramente non della reputazione che Amnesty si e' guadagnata meritatamente per l'accuratezza e precisione delle sue denunce, se non altro perche' sminuisce la portata colossale dell'orrore e della sofferenza che il vero Gulag ha prodotto. (si veda 1, 2 e 3 per una discussione piu' dettagliata che ho condotto a suo tempo)

(b) Forse perché non e' in grado di produrre una difesa covincente della dichiarazione di Khan, Paul aggiunge la seconda parte, che è peggio che semplicemente poco convincente: suggerisce che i sostenitori del Manifesto siano piu' interessati all'abuso di una metafora che ai crimini commessi dal personale militare USA ad Abu Ghraib. Questa e' un'accusa grave, visto che, ovviamente, preoccuparsi di piu' per l'abuso di una metafora che per gli abusi e le torture su esseri umani si dovrebbe aver perso ogni riferimento morale, per dirla ancora gentilmente: ci si dovrebbe quindi aspettare che Randy Paul presenti delle solide prove a sostegno della sua accusa. Quello che e' in grado di presentare, invece, è il verbo 'sembrare': gli Eustonian 'sembrano essere interessati', dice, piu' ad una cosa che all'altra. In altre parole, l'accusa e' frutto di poco piu' che un capriccio. Forse pensa che criticando un paio di dichiarazioni di funzionari di Amnesty operiamo una scelta di campo contro il loro operato ? ma sono certo che non riuscira' a provare una simile accusa: i sostenitori dell'associazione (come me, da cosi' a lungo che non saprei dire esattamente quanto) possono benissimo desiderare che questa si attenga ai propri elevatissimi standard quando quando sembra cadere nella sbilanciata retorica politica che e' adesso di moda presso parti della sinistra.

Paul prosegue:

Cio' che trovo decisamente offensivo e' questo commento:

La violazione dei diritti umani fondamentali ad Abu Ghraib, a Guantanamo e nel corso delle pratiche di rendition deve essere recisamente condannata per quello che e`, la violazione e l'abbandono di quei principi universali [...]

Ma per favore: quando si dice gli eufemismi. Non è "un abbandono di principi universali", e' un crimine contro l'umanita'...

Anche questa critica sembra niente piu' che frutto di un capriccio, un tentativo di basarla sul nulla. Si', la violazione e' un crimine contro l'umanita'; ed essendolo, e' anche un abbandono dei principi universali che definiscono questo genere di crimine. Se gli autori del Manifesto avessero detto che era una cosa ma non l'altra, Paul avrebbe avuto di meglio che un capriccio su cui basare l'accusa, ma cosi non e', e non gli rimangono migliori argomenti che accusarci di usare un eufemismo; finche' non intende portare alcunche' a sostegno della sua interpretazione, non fara' molto piu' che dare l'impressione di cantarsela e suonarsela da solo.

E' di pubblico dominio che lo Euston manifesto e' stato prodotto da un gruppo che conta, tra gli altri, determinati blogger britannici. Volete sapere cosa abbiamo pensato e pensiamo di Abu Ghraib in relazione ai crimini contro l'umanità? O sulla tortura? Potete dare un'occhiata:

Il punto non e' se gli abusi [ad Abu Ghraib] fossero o meno, in natura o scala, paragonabili ai crimini del regime di Saddam Hussein. La pratica della tortura, in se' e' per se', e' un male assoluto ed ingiustificabile; e' un abominio. Per tanto, la proibizione di tortura dovrebbe essere un imperativo morale assoluto in in ogni entita' nazionale civilizzata, come col tempo lo e' diventata nelle leggi della comunita' internazionale. Assieme alla proibizione di altri crimini estremi contro l'umanita' ? ad esempio il genocidio - la proibizione della tortura rientra nella dottrina dello jus cogens: e' una norma categorica che vincola ogni Stato e dalla quale nessuno puo' chiamarsi fuori; protegge un diritto la cui deroga non e' ammessa nemmeno in guerra o in condizioni di emergenza nazionale. La proibizione della tortura non è un limite morale e legale del genere che e' ammissibile trasgredire a patto che la trasgressione non sia troppo 'estrema'.

E potete dare un'occhiata. E potete dare un'occhiata. Si', perche' non date un'occhiata?

Oppure potreste continuare a suonarvela e a cantarvela da soli. Non e' pero' una critica intellettualmente o moralmente seria, e' semplice animosita' senza un fondamento; e ben rappresenta il tipo di commenti negativi che quel paragrafo nello Euston Manifesto ha attratto.


22 giugno 2006

Ce l'hanno tutti con lui


A proposito di attacchi ad personam, di cui parlavo qualche post fa, Ipazia fa notare che uno puo' essere un grande linguista e al contempo anche un gran razzista ed una persona spregevole. E' utile ricordarlo ogni tanto.

21 giugno 2006

Binario 8


Una risposta di Eve Garrard alla critica di Natasha Walter allo Euston Manifesto



Nel suo articolo sullo Euston Manifesto, Natasha Walter solleva alcune obiezioni interessanti sia al manifesto stesso sia al gruppo da cui ha avuto origine. A suscitare interesse non sono tanto i contenuti (in buona parte derivanti da un errore circa la natura del documento) quanto il modo in cui li esprime, e l'uso che ne fa.

La Walter esprime due critiche principali al manifesto. La prima e meno incisiva e' che ci sono troppo poche donne fra gli estensori. E' vero che ci sono considerevolmente piu' uomini che donne fra noi, ma la Walter stessa risponde alla propria obiezione quando riconosce che sarebbe sciocco aspettarsi che un neonato schieramento politico si costituisca in base ad un sistema di quote prima ancora di definire le proprie posizioni, e questo e' sicuramente vero, dal momento che simili schieramenti devono inizialmente auto-selezionarsi o non nascerebbero neanche. Gli Eustonians accoglierebbero con grande favore altre donne che vogliano essere coinvolte nel progetto, e speriamo che ce ne siano molte; ma a meno di accettare firmatari solo da liste predefinite di sole donne, il modo migliore per coinvolgere altre donne e' uguale a quello per coinvolgere piu' gente in generale - presentare le nostre idee nella maniera piu' convincente possibile e fare si' che altri ci notino e lavorino con noi.

La seconda e piu' articolata obiezione della Walter e' che il Manifesto manca di perorare la causa femminista. La Walter pensa (a) che il documento non si interessi alla sotto-rappresentazione delle donne nelle posizioni di potere nel Regno Unito o alla loro sovra-rappresentazione nei lavori sottopagati; inoltre pensa (b) che non denunci con sufficiente forza l'apatia dell'Occidente che non aiuta o protegge le donne a rischio di violenza o peggio nei propri Paesi. La prima parte dei questa obiezione deriva da un errore circa la natura dello Euston Manifesto. La Walter ignora cio' che il Manifesto dice esplicitamente: che si tratta di una dichiarazione di principii generali piuttosto che una presentazione di linee politiche specifiche (vedi sezione A, paragrafo 3). Chiede il riconoscimento dei diritti umani (sezioni B3 e B4); nulla dice sulle violazioni di questi diritti in Cina, per esempio, o nello Zimbabwe. Cio' non dimostra una mancanza di preoccupazione per le violazioni dei diritti in questi specifici Paesi; indica solo che il documento si pone ed intende operare ad un livello più generale. Lo stesso vale per per il nostro interessamento alla giustizia per le donne. L'uguaglianza di genere e', in verita', precisamente uno dei valori fondamentali della sinistra liberale, che desideriamo proteggere dalle recenti tendenze anti-illuministe e dai tentativi di strizzare l'occhio al fondamentalismo - qualcosa che il Manifesto rifiuta esplicitamente (sezioni B4 e B15; sezione C, paragrafo 1). Una critica che obietta all'omissione di politiche specifiche sui diritti delle donne, in un documento che non intende presentare linee-guida dettagliate, è una critica che sembra concentrata sul cercare il pelo nell'uovo.

Quanto a (b), le preoccupazioni della Walter sono qualcosa su cui tutti gli Eustonian concordano decisamente. Fin troppo giusto, potremmo dire - noi siamo decisamente d'accordo con un'azione forte dell'Occidente contro gli abusi sui diritti umani, compresi quelli commessi contro le donne (sezione B10, sezione C, passim). Come può la Walter non aver notato quanto questo sia centrale all'intero documento? Le specifiche manchevolezze da parte del governo britannico su questo punto [la difesa dei diritti delle donne all'estero, NdT] devono essere giudicate individualmente, naturalmente, ma questo genere di discussione caso per caso è ancora troppo specifico per un manifesto generale. Tuttavia, il fatto stesso che la Walter trovi plausibili tali critiche al governo suggerisce che alle donne succedono cose peggiori nelle culture che praticano mutilazioni genitali e delitti d'onore che il non riuscire ad ottenere parità salariale o pari rappresentazione ai vertici dei Tories.

La Walter ha ragione a dire che molti appartenenti alla sinistra liberale sono diventati disattenti sul femminismo, ed ha ragione a citare l'orrore dei delitti d'onore in questo contesto; ma sebbene le disparita' salariali fra uomini e donne in questo paese siano spesso estremamente ingiuste e dovrebbero essere riconosciute e combattute come tali, questa ingiustizia non viene in alcun modo minimizzata dal riconoscere che l'oppressione delle donne che risulta nei delitti d'onore e' molto piu' grave. E' certamente vitale fare la propria parte contro le violazioni dei diritti delle donne che avvengono in casa nostra, ma l'attenzione esclusiva ai problemi dell'Occidente e' un esempio di quel doppio standard che rappresenta uno dei mali individuati dal Manifesto (sezione B3, sezione C, paragrafi 6 e 8). L'effetto, in questo come in altri casi, e' di produrre un curioso appiattimento del panorama morale, per cui i delitti d'onore, i salari piu' bassi per le donne in UK, la mutilazione genitale e lo scarso numero di donne nella dirigenza della pubblica amministrazione sono tutti da trattare come casi allo stesso livello di gravita', occasione per un'identica indignazione. La conseguenza di cio' e' che ci ritroviamo abbastanza lavoro da fare sui diritti delle donne a casa nostra, e non e' il caso di metterci a considerare i problemi di altre culture ed entita' politiche a questo riguardo - ma questo significa semplicemente abbandonare la causa delle donne fuori dai nostri confini. Mi sembra improbabile che la Walter realmente sottoscriva quest'idea, ma forse deve fingere di farlo, per poter delimitare la sua critica circa i diritti delle donne entro dove realmente intende puntarla, vale a dire qui nel Regno Unito e sui firmatari del manifesto.

Che ci sia un elemento che suona falso nella valutazione femminista del Manifesto da parte della Walter e' denunciato dal suo silenzio sulla negligenza sui diritti delle donne che contraddistingue altri gruppi ed individui quali Respect, Hizb-ut-Tahrir e l'amico di Ken Livingstone, lo sceicco Al-Qaradawi. (Questo è stato veementemente denunciato da altri membri del gruppo dello Euston Manifesto nelle osservazioni al pezzo della Walter sul sito di Comment is Free). Si', ha ragione a lamentare una certa sonnolenza sul femminismo da parte della sinistra liberale; purtroppo lei stessa dimostra una sonnolenza degna di nota soprattutto per la sua selettivita'. E' difficile evitare l'impressione che si concentri su una presunta negligenza sui diritti delle donne nello Euston Manifesto solo per usarla come arma contro un gruppo politico a cui si oppone per altri motivi che evita di rivelare. Sarebbe stato meglio e piu' costruttivo se avesse discusso la ragione reale del suo disaccordo con il Manifesto, qualunque essa sia, piuttosto che concentrarsi su un'inesistente omissione dei diritti delle donne.

Una parte essenziale dell'intera proposta politica degli Eustonian e' proprio il prendere molto sul serio gli orrori perpetrati contro le donne (e non solo); ma dovremmo farlo con un po' meno compiaciuta inazione, meno ipocriti sensi di colpa sulle mancanze occidentali, e con qualcosa di un po' piu' produttivo di articoli indulgenti su Hizb-ut-Tahrir.

Per concludere, un elemento secondario ma rivelatore che vale la pena di notare dell'articolo della Walter è il tono ostentatamente condiscendente - 'non ho saputo reprimere un sorriso', 'mi sono detta che non devo prenderli in giro', 'ho pensato che dopotutto hanno il cuore che batte al posto giusto'. E' un peccato - il nostro tempo sarebbe speso molto meglio a cercare la verita' sulle questioni importanti piuttosto che in giochetti di tattica verbale. (Eve Garrard)


20 giugno 2006

Tifo


Alla faccia di Beppe Grillo, il mio gatto ha deciso per chi fare il tifo: