17 luglio 2010

The plane nutter


Abbiamo appurato che gli dei, forse perchè sono ateo, mi odiano. Mi sembra che non ci siano altre spiegazioni possibili. Ho già spiegato in separata sede la mia convinzione che il QI medio della specie umana oscilli fra 75 e 80, ma anche così il numero di imbecilli e dementi che mi ritrovo regolarmente fra i piedi è in seria violazione del principio di uniforme distribuzione degli idioti.

Voglio dire, già uno che sta tornando dalle vacanze ha i fatti suoi a cui pensare: due progetti in ritardo, il Blackberry che ronza in sala d'attesa per informarmi che ci sono 750 email di lavoro in attesa di esser lette - inclusa quella che mi informa dello slittamento della consegna di mezzo milione di sterline in hardware critico per quello che in questo momento è il progetto più importante della mia unità - la schiena che brucia un po' per ricordarmi che anche in Piemonte il sole italiano non è quello inglese, e 5 ore in piscina all'aperto prima o poi si pagano...

Insomma, se c'era una cosa di cui proprio non avevo bisogno era di fare il viaggio in compagnia dell'idea platonica della lettrice dell'Independent.

È stato, per certi versi, illuminante. La realizzazione del fatto che per tutti questi anni ho vissuto nella caverna, limitandomi ad osservare l'ombra, moltiplicata mille volte, di questa donna che leggeva l'Independent (e mangiava insalata di farro biologico e germe di soia, bevendo acqua carbon-neutral a zero calorie (*) ), è stata un'autentica folgorazione.

No, non era seduta vicino a me. Gli dei, crudeli e maligni, mi hanno fatto cullare fino a dopo il decollo nell'illusione di aver conquistato uno spazio idiot-free per tutta la durata del volo, fino a quando l'Idea non mi si è piazzata di fianco, nel corridoio, in coda per il bagno, tenendomi all'altezza dell'orecchio una piccola bomba batteriologica frignante.

L'Idea ha passato la maggior parte del volo in coda per il bagno, portando avanti e indietro (e per qualche misterioso motivo, fermandosi quasi sempre alla mia altezza) un bebè dell'apparente eta' del piu' piccolo dei miei nipoti, fra uno e due anni, diciamo, completamente ricoperto di eruzioni cutanee, sfoghi e pustole, una manifestazione assolutamente spettacolare di vaccapi' quale malattia esantematica con, a quanto pare, complicazioni a gola e naso e forse ai bronchi.

L'Idea aveva un'amica al seguito (la chiameremo, per brevità, Idea2, per quanto sembri il nome di un mobilificio) con cui chiacchierava in continuazione ad un volume talmente elevato che, non fosse stato per l'accento decisamente british upper class, l'avrei presa per americana.

L'Idea stava commentando con Idea2 quanto fosse preoccupata per il pargolo, a cui i fiori di Bach sembravano non fare alcun effetto, quanto stesse diventando necessario andare in bagno a cambiargli i pannolini ogni 10-20 minuti, e si chiedeva se fosse il caso di cominciare ad usare anche la tintura ayurvedica che il medico (!) le aveva consigliato in caso di complicazioni. Posso solo sperare che quando parlava di "medico" si riferisse ad uno dei tanti ciarlatani che in questo Paese e non solo svolgono un'opera tanto meritoria quanto misconosciuta in aiuto dell'evoluzione della specie - ma conoscendo il sistema sanitario inglese, temo che parlasse in realta' proprio di un tizio con tanto di laurea in medicina.

Cambiando argomento ogni tanto, Idea & Idea2 (sì, ok, lo so, sembrano davvero punti vendita di mobilifici, povero Platone) commentavano entusiasticamente il ricevimento nuziale a cui erano state. In Piemonte, splendida regione - mica come i chav (**) che vanno a sposarsi in Toscana, eh, una cosa raffinata, bellissima, con due menu, uno vegetariano e uno vegan (che poi, imporre un menu vegetariano ed uno vegan ad uno chef piemontese: immagino che adesso il poveretto sia in cura per sindrome da stress postraumatico) e soprattutto con il tocco di classe di una sacerdotessa di Gaia ad officiare il rito.

Giuro.

L'hanno detto. Così, come se niente fosse, "they brought the Gaia priestess from home with them, they have known her for years", o qualcosa del genere. In piedi lì mentre il bimbo rigorosamente mai vaccinato e curato con i fiori di Bach e la tintura ayurvedica omeopatica cristalloterapica frignava, vestite di seta grezza dello Shenyang prodotta da cooperative ecosostenibili e di cotone equo e solidale del Mozambico (in prima classe su un Boeing di British Airways, ma suppongo che non si possa avere tutto dalla vita - potendo scegliere avrebbero preso un volo ecosostenibile su un aereo assemblato artigianalmente da comunita' indigene di Irian Jaya), si complimentavano a vicenda per far parte dell'elite che va ai matrimoni officiati dalle sacerdotesse di Gaia. Purtroppo, tragicamente, l'aereo non si è spezzato a metà come quello di Lost, risucchiandole nel vuoto come avrebbero meritato in un universo retto da principi di giustizia. Invece, quel che è successo è che ho messo le cuffie per non sentirle, e mi son messo a guardare un film sul portatile.

Non l'avessi mai fatto.

Tap tap, mi fa un dito su una spalla. "Yes?" chiedo io al dito. Guardo su, e la proprietaria equa e solidale del dito, la nostra amica Idea, mi guarda col bel faccino corrucciato ancorchè sapientemente truccato con cosmetici cruelty-free prodotti da cooperative artigiane di... vabbe', insomma, ci siamo capiti. Idea trova disturbing che io stia guardando un film di guerra mentre lei tiene in braccio il pargolo in una posizione da cui potrebbe vedere lo schermo. Idea, mi spiega, non vuole che la delicata psiche del pargolo venga influenzata da scene di violenza. Trattengo l'impulso a spiegarle che il pargolo dovrebbe reputarsi fortunato se riesce a farsi influenzare i lobi frontali da qualcosa, qualsiasi cosa, prima che vengano irreparabilmente danneggiati dalla febbre altissima di tutte le malattie infantili che lo colpiranno, e che mammina cara si rifiuterà categoricamente di curare con qualunque cosa non sia piscio di serpente. Ci proverei anche, ma so che alle parole "lobi frontali", che danno troppo di scienza, il suo cervello andrebbe in shutdown di emergenza e mi troverei a parlare con la rubrica degli editoriali dell'Independent. Mi limito quindi ad osservare che ha due gambe perfettamente funzionanti, che può usare per a) spostarsi e b) girare leggermente su se stessa fino a che Baby Bioweapon non sia più esposto alle immagini di violenza che emergono dallo schermo del mio computer.

Idea non è soddisfatta dalla mia offerta di compromesso, scodella il pargolo a Idea2 e parte alla ricerca di una hostess, alla quale spiega concitatamente il problema. La hostess viene verso di me, guarda me, guarda Idea, guarda Idea2, fa un attimo di aritmetica mentale per calcolare chi di noi abbia maggiori probabilità di scassarle (figurativamente) la minchia fino all'atterraggio se non ottiene quello che vuole, si china verso di me con un sorriso di scusa e mi spiega, porella, che sa di non avere il diritto di chiedermi alcunchè, ma per amore di quieto vivere, potrei essere così gentile da guardare qualcos'altro, o almeno da mettermi in una posizione da cui lo schermo non sia visibile dal corridoio?

Anche qui, potrei farle notare che, a lungo termine, darla vinta a bulli e ragazzine isteriche e viziate non aiuta il quieto vivere, ma mi rendo conto che non è il momento e il luogo per una discussione del genere - e poi la hostess è davvero graziosa nonostante l'uniforme di BA (notoriamente erotica come una gigantografia di Bruno Vespa) e non mi va di litigarci o di farla litigare con Idea. Insomma, spengo il portatile e mi metto a leggere. Questo libro qui, assicurandomi che Idea ne veda il titolo - anche se, ovviamente, è fisiologicamente incapace di capire di cosa parla.

(*) Lo so, state pensando che vi piglio per il culo. Se riesco a ritrovare il Fresh & Wild in cui ho visto le bottiglie gli faccio una foto

(**) Coatti, versione inglese

15 luglio 2010

E' poi facile...


...come dice il mio amico Claudio, mettermi di buonumore.

Saletta riunioni al quarto piano, televisore LCD nuovo fiammante da 50 pollici, partita dell'Italia. In teoria dovrei essere l'unico a guardarla, solo i cittadini delle nazioni che giocano sarebbero autorizzati a interrompere il lavoro, e in questo palazzo sono l'unico italiano; ma vallo a spiegare alla dozzina di persone gia' li'. Entro nella sala mentre i giocatori arrivano in campo ed una graziosa ragazza indiana della contabilita', in cui mi sono imbattuto due o tre volte da che lavoro qui, li indica ed esclama sdilinquita "Oh, I love Italians, they all look so hot! Have you checked out the new guy in XXX XXX?"

Silenzio imbarazzato - era quasi l'unica che dava le spalle alla porta e non mi aveva visto entrare. Il piu' silenziosamente possibile, esco senza dire una parola e girello per il corridoio prima di rientrare al fischio d'inizio. E il mio ego, per quest'anno, e' a posto.

21 giugno 2010

...e uno alla botte


E siccome gli dei mi odiano, mi mettono sulla strada almeno un tube nutter o due all'anno, e l'ultima mi é piombata in testa la scorsa settimana. Anche se, devo dire, questa volta é stata colpa mia, nel senso che il mio comportamento, aspetto ed abbigliamento davano luogo ad equivoci.

Prima di tutto, indossavo un gessato nero. Il che, bisogna dire, é colpa mia solo in parte: la banca ha un dress code piuttosto stretto e bisogna adattarcisi, quindi un gessato uno prima o poi se lo compra, se non altro perché tutti i colleghi ne hanno uno. Poi leggevo il Times - ma anche lì non era del tutto colpa mia, l'edicola della stazione della metropolitana aveva finito il Guardian. Cos'altro? Ah, sì, i capelli a spazzola che tendo a tagliare quando superano gli 8 mm di lunghezza, ma quello é perché sono pigro - il taglio a spazzola ultracorto non necessita di essere pettinato ogni mattina, il che mi fa risparmiare quei buoni 25-30 secondi. Infine, e quella era colpa grave, il braccialetto di Help for Heroes: a quanto pare, dare 5 sterline per contribuire alla costruzione di un ospedale per la riabilitazione di feriti e mutilati in combattimento é una Brutta Cosa.

Insomma io ero in metropolitana - semivuota perche' cominciavo tardi (un "volontario" ogni settimana deve cominciare tardi e uscire dal lavoro alle 19), leggevo per i fatti miei e stavo in piedi perché, da bravo maschilista, avevo ceduto il posto a sedere ad una signora, quando a Camden Town una tipa mi si para davanti, e giuro, dai calzerotti equi e solidali al giubbino cruelty-free, dalla borsa di canapa biologica alla gioielleria etnica, sembrava una caricatura della manifestante no-global, le mancava giusto un libro di Naomi Klein in mano per essere perfetta - e mi apostrofa, in un inglese impeccabile da public school, con una litania di accuse che purtroppo non posso riportare letteralmente perche' era bella lunga e la pulzella parlava anche veloce - il succo, comunque, era che quelli come me hanno reso questo Paese una merda, noi capitalisti thatcheriani privi di cuore tranne quando ci commuoviamo se i mercenari assassini e massacratori dei bambini di Falluja vengono feriti o mutilati dalla resistenza, noi sostenitori dei Tories, noi elettori di Cameron, noi...

Insomma, che potevo fare? Ho aspettato - a lungo, eh, da Camden Town a King's Cross - che riprendesse fiato, e soprattutto che arrivasse al punto in cui proclamava che la Gran Bretagna non sara' mai una nazione civile finche' non si sara' liberata di quelli come me che votano Tory e sostengono Cameron, e ho dispiegato l'opzione nucleare, calcando un tantino sull'accento straniero:

"I'm sorry, but I am not sure I understand, I am an immigrant, I cannot vote in Britain. Are you saying that I should be deported back to my country?"

E' finita che quasi dovevo soccorrerla, e' impallidita cosi' repentinamente che temevo mi svenisse davanti. Non ha detto una parola ed é scesa di fretta a Euston senza più guardarmi in faccia.

Un colpo al cerchio...


Ogni tanto mi capitano delle cose che mi fanno pensare che ci sono, dopotutto, pochi altri posti al mondo dove mi troverei bene come qui a Londra.

Venerdì, andando al supermercato per un po' di late shopping, ho incrociato una di quelle famiglie che si vedono solo a Londra, evidentemente di ritorno dalla visione della deludente partita dell'Inghilterra in qualche locale pubblico. Padre nero, non saprei se africano o afro-caraibico, madre orientale, forse indonesiana, forse del sud-est asiatico, bambina dell'età apparente di una delle mie nipotine, 4-5 anni, bellissima da levare il fiato (suo padre farà bene a procurarsi una collezione di mazze da cricket prima che la piccina raggiunga i 14 anni), che correva e zompava avanti e indietro sul marciapiedi - ad un certo punto mi é atterrata su un piede - sventolava una delle onnipresenti bandiere rossocrociate dell'Inghilterra e strillava "En-gland! En-gland! En-gland".

Era bellissima, davvero - anche perché la sua stessa presenza rappresentava uno sputo in faccia sia alle Leghe Nord di questo mondo, con la sua etnicità due volte disdicevole, "meticcia" e doppiamente non-bianca, sia ai cretini multiculturalisti e al loro sogno di tanti piccoli ghetti segregati, di tante identità senza possibile integrazione, di apartheid in salsa guardianista - mi immagino l'orrore di Polly Toynbee a vedere una bimba che sventola l'odiata croce di San Giorgio con i genitori che invece di spiegarle che lei quella bandiera, e ciò che rappresenta, la deve odiare per le colpe pregresse del colonialismo e via sbroccando, sorridono e la aiutano a saltare più in alto e, orrore degli orrori, papà addirittura fa coro con lei tradendo la sua cultura ancestrale.

Dopo la miserabile prestazione dei parassiti strapagati allenati da Capello, quella bimba m'ha aggiustato la giornata. E se per qualche tipo di miracolo l'Inghilterra dovesse mai vincere, probabilmente immeritatamente, un mondiale, almeno ne sarei contento per lei.

05 giugno 2010

Breaking News


"Pacifisti" cercano di sprangare soldati armati e si prendono un po' di pallottole.

In altre notizie: l'acqua è bagnata, il fuoco scotta.

30 maggio 2010

Pausa


A causa di un lutto in famiglia, questo blog si ferma per qualche giorno. Ci sentiamo fra una settimana o due. I commenti sono chiusi, agli amici so che dispiace, i troll si possono fottere, visto che l'indirizzo di casa mia ce l'hanno da anni, minacciano e minacciano ma ancora non sono riusciti a farsi spuntare un testicolo che sia uno e non mi va di stare a cassare il loro giubilo inviato di sotto al sasso dove sono nascosti.

21 maggio 2010

Se le auto fossero open source



Tutti conoscono quella vecchia storiella (falsa, ovviamente) in cui Bill Gates avrebbe detto, durante un intervento al COMDEX, che se l'industria automobilistica avesse cavalcato il progresso tecnologico bene quanto l'informatica, oggi le auto costerebbeto 30 dollari e farebbero 3000 chilometri con un litro di benzina, ricevendo come risposta l'osservazione che, se l'industria automobilistica avesse seguito lo stesso percorso di quella informatica:

1) Le auto si schianterebbero due volte al giorno per nessuna ragione apparente.

2) Ogni volta che rifanno la segnaletica orizzontale bisognerebbe comprare una nuova auto.

3) A volte, eseguire una normale manovra come svoltare a sinistra farebbe irreversibilmente spegnere l'auto e non ci sarebbe altra via d'uscita che reinstallare il motore.

4) Ogni volta che l'auto si spegne senza ragione in autostrada, gli automobilisti dovrebbero essere preparati a riavviarla senza protestare ed accettare il fatto come una normale parte di qualsiasi viaggio.

5) In auto ci potrebbe essere solo una persona per volta, salvo comprare Car95 o CarNT [la storia e' vecchiotta, NdE] ed acquistare a parte sedili supplementari.

6) Apple produrrebbe un'auto ad energia solare, affidabile, cinque volte piu' veloce e due volte piu' facile da guidare, ma costerebbe 100 volte di piu' e potrebbe viaggiare solo sul 5% delle strade [ed eseguire solo le manovre che Steve Jobs approva, NdE].

7) Le spie di olio, temperatura e alternatore verrebbero sostituite da una singola spia di "errore irreversibile dell'automobile".

8) I sedili sarebbero conformati in modo da costringere tutti ad avere il sedere delle stesse dimensioni.

9) L'airbag chiederebbe "Sei davvero sicuro? SI/NO" prima di gonfiarsi.

10) Occasionalmente, e per nessuna ragione apparente, l'auto vi chiuderebbe fuori e si rifiuterebbe di farvi rientrare a meno che afferriate l'antenna della radio mentre girate la chiave e tirate la maniglia dello sportello.

11) Ogni volta che un nuovo modello viene introdotto, bisognerebbe reimparare a guidare perche' nessuno dei controlli funzionerebbe alla stessa maniera di prima [questo gia' succede se si compra un'auto francese, NdE].

12) Bisognerebbe premere il bottone "Start" per spegnere il motore.

Tutto vero e divertente, ma in realta' ci dice solo cosa succederebbe se l'industria automobilistica avesse seguito il pattern di sviluppo di Microsoft (ed Apple, vedi punto 6), non quello dell'industria informatica in generale.

Sono sicuro che alcuni dei miei colleghi seduti ad una o due scrivanie da me potrebbero raccontarvi cosa sarebbe oggi l'industria automobilistica se avesse seguito il pattern di sviluppo dei mainframe IBM - ad esempio, ne sono certo, che l'auto puo' svoltare solo se una formale richiesta di cambio di direzione viene presentata due giorni prima ed approvata da tutti i passeggeri; ma da stamattina ho cominciato a chiedermi cosa succederebbe se l'industria automobilistica fosse open source. Linuxiana, diciamo. L'idea, onestamente, mi riempie di terrore.

1) Le auto sarebbero distribuite gratuitamente. Chiunque sarebbe in grado di assemblarle in modo che riescano a fare il giro dell'isolato prima di perderne completamente il controllo e doverle ricostruire da zero. Pochi, strapagati ingegneri diventerebbero ricchi assemblando auto personalizzate per i clienti che hanno bisogno di arrivare dal punto A al punto B senza esplosioni.

2) Ogni auto avrebbe comandi radicalmente differenti: alcune avrebbero uno sterzo, alcune una cloche, alcune una colonna di controllo e una pedaliera come gli elicotteri, alcune una tastiera con cui introdurre l'angolo di cui si intende variare la direzione attuale. In radianti. Senza una macro per pigreco.

3) Ogni scelta costruttiva verrebbe difesa ad oltranza come l'unico modo logico in cui una persona anche solo lontanamente sana di mentre potrebbe voler controllare un veicolo, salvo essere abbandonata nella versione successiva.

4) Quasi nessuna auto avrebbe un manuale di istruzioni. Gli acquirenti verrebbero incoraggiati a passare il proprio tempo in un'apposita stanza della concessionaria, in cui tutti gli altri guidatori discutono delle varie caratteristiche di quel modello e/o di altri modelli simili, nella speranza di cogliere un brandello di conversazione inerente a quel che desiderano sapere.

5) Nelle poche auto che ne hanno uno, il manuale di istruzioni raramente conterrebbe le informazioni a cui siamo abituati. Piuttosto, sarebbe costituito da una trattazione di 3-4 pagine sulle proprieta' chimiche dello strato di vernice antiruggine, da una dettagliata spiegazione su come svitare i bulloni per cambiare una gomma, e da 10 pagine di minuta descrizione del funzionamento delle serrature degli sportelli, con un rapido excursus sulla teoria e storia delle chiavi e delle tecniche del loro intaglio [per chi pensasse che questa e' un'esagerazione, vi invito tutti a dare un'occhiata alla "documentazione" di quello che sta diventando lo standard open source per la gestione dei data center, RackTables. Che e' una fantastica applicazione, beninteso. NdE].

6) Ad ogni automobile mancherebbero delle caratteristiche essenziali. I progettisti ovvierebbero alla mancanza in maniere che renderebbero orgogliosi Dastardly & Muttley. Ad esempio alcune auto sarebbero incapaci di svoltare a sinistra, ma verrebbero modificate con un complicato sistema di regolazione della velocita' e freno a mano servoassistito per andare in testacoda (semi)controllato e cambiare orientamento verso sinistra quando necessario.

7) L'autoradio di UbuntuCar si guasterebbe ogni volta che si fa benzina o si cambia l'olio.

8) RHELCar sarebbe open source, ma dovreste pagare una fortuna per fare benzina o gonfiare le gomme.

9) Molti guidatori sarebbero fieri ed orgogliosi di fare gratis da manichini per crash-test in FedoraCar e deriderebbero i "servi delle multinazionali" che pagano per godere dei risultati dei crash-test in RHELCar.

10) Dopo ogni incidente non potreste mai dare la colpa a guasti meccanici o difetti dell'auto, pena essere circondati da progettisti, ingegneri e altri automobilisti che vi sottopongono ad un linciaggio morale e vi accusano di essere troppo stupidi per godere del privilegio di guidare un'auto open source. Dovreste invece sottoporvi ad un rituale di purificazione in cui sostenete che il posto ideale per mettere una mina antiuomo e' in effetti proprio sotto l'acceleratore, e vi scusate per essere stati cosi' stupidi da non capirlo prima.

11) Richard Stallman al posto di Enzo Ferrari. Non dico altro.


03 maggio 2010

Una frittata di fatti miei


Dopo quasi tre mesi dall'inizio del nuovo lavoro, magari è il caso di fare un po' il punto.

Intanto, per la prima volta lavoro direttamente per una banca, che è di proprietà di un'altra banca, che è di proprietà di altre due banche, le quali hanno fra gli azionisti, oltre al Tesoro inglese, la banca per cui lavoro, in un'orgia di rapporti di proprietà incrociati che fanno sembrare La ninfomane incestuosa un film per educande. Ma vabbe', non è un trauma - non dopo aver lavorato per una multinazionale americana che faceva sembrare i Borg dei boy-scout.

L'ambiente di lavoro non è malaccio, soprattutto per essere una banca in mezzo alla City. C'è pressione e competizione, ovviamente, ma la gente con cui divido lo spazio è relativamente decente - almeno considerando che sono in massima parte neozelandesi. Purtroppo una delle attività più in voga sono gli scherzi stronzi - io, per aver dimenticato di bloccare la mia macchina prima di andare a farmi una tazza di tè, ho scoperto ad un certo punto che dal mio account di posta elettronica era partita una dichiarazione d'amore per Vassili The Giant Motherf**ker, come gli piace essere chiamato - il nostro tecnico Cisco, che ama insultare i suoi colleghi chiamandoli "fucking Chechens" e solleva da solo gli IBM BladeCenters per infilarli nei rack; d'altra parte, il collega neozelandese alle mie spalle ha commesso l'imperdonabile errore di non sloggarsi da uno dei pochi computer con accesso senza restrizioni a Internet - e non aveva protetto le password memorizzate in IE, col risultato di ritrovarsi fortunato vincitore dell'asta Ebay per un tanga da uomo in lamè e paillettes nei colori della bandiera neozelandese (per la modica cifra di circa 30 sterline). Fra l'altro, non avevo mai considerato quanta confusione si può generare semplicemente scambiando di posto fra di loro tutte le tastiere e tutti i mouse wireless su una fila di scrivanie, o quanto si possa irritare una persona occludendo con carta e nastro adesivo il LED del mouse. Certe volte vale decisamente la pena, svegliarsi molto presto per arrivare al lavoro prima degli altri il lunedì mattina.

Insomma, l'impatto è stato quasi interamente positivo, ma ci sono delle cose a cui fatico ad abituarmi.

Prima di tutto, l'attenzione paranoica alla sicurezza. Lavoro in un ambito relativamente sensibile - abbastanza da far comparire sul mio contratto la famigerata clausola che mi impone di non scrivere in rete nè per che banca lavoro, nè di che dipartimento della banca faccio parte - e non dovrei essere sorpreso da certi accorgimenti, ma lo sono. L'intero edificio è una gabbia di Faraday, nessun telefono o modem cellulare funziona al suo interno fatta eccezione per i Blackberry aziendali (femtocelle all'interno?); è vietato portare all'interno del palazzo computer non di proprietà della banca - all'ingresso mi tocca tirar fuori il netbook dallo zainetto e depositarlo in un armadietto della sicurezza, esterno alla gabbia di Faraday; anche all'interno del palazzo esistono vari livelli di sicurezza, e per entrare in certe aree bisogna passare uno scanner che pinga se avete in tasca una chiavetta USB o qualunque altro aggeggino elettronico - ha senso, le chiavette USB sono disabilitate sui desktop Windows, che sono amministrati centralmente, ma sono più difficili da disabilitare su altri sistemi operativi, soprattutto per chi ha accesso da sysadmin ai server, quindi in sala server non si entra con chiavi USB, punto; tutte le telefonate vengono registrate; tutta la browsing history di ogni browser viene registrata (e le connessioni passano attraverso un proxy con dei filtri estremamente paranoici); tutte le email vengono archiviate; la maggior parte dei protocolli Internet, in realtà tutti, tranne HTTP e HTTPS, sono disabilitati.

La seconda cosa a cui sto avendo problemi ad abituarmi è che non sono più un sysadmin. Buona parte dei due lettori di questo blog sono dei geek, e capiranno di cosa parlo; ma per chi non lo fosse, è a volte difficile spiegare l'abisso che separa i sysadmin dai comuni esseri umani.

Un sysadmin fa un lavoro veramente difficile da spiegare ai profani, perchè la maggior parte dei profani non ha idea che certe cose, per funzionare, hanno bisogno di un essere umano che le prenda regolarmente a calci. Quasi nessun essere umano, per dire, ha idea di cosa succeda fra il momento in cui scrive "vuvuvu punto stantuffami punto com" nella barra degli indirizzi e quello in cui le foto o i video di Ilona Porcona e Molly Melons cominciano a susseguirsi sullo schermo; non sa che il suo computer ha dovuto risalire una lunga catena di computer, chiedendo ad ognuno, "mi scusi, ha mica idea di chi sia responsabile per stantuffami punto com?" fino a trovare qualcuno che gli ha dato l'indirizzo del computer responsabile, e a quel punto si è rivolto al suddetto responsabile per chiedergli "mi scusi, lei che sa tutto su stantuffami punto com, mi sa dire che indirizzo ha vuvuvu?" ed avuto l'indirizzo ha mandato un segnale di "pronto, mi senti?" all'indirizzo giusto - senza avere la minima idea di dove questo indirizzo sia, ma semplicemente inviandolo all'instradatore più vicino (un computer il cui lavoro consiste esclusivamente nel ridirigere i dati che riceve nella direzione in cui vogliono andare, quando non conoscono la direzione ma solo la destinazione), il quale ha guardato il primo numero dell'indirizzo e ha detto "ah, questo qui è un server in Sarcazzistan" e l'ha passato all'istradatore di livello più alto, uno di quelli che gestiscono il traffico internazionale, dicendogli "fa', il favore, vedi un po' se riesci a farlo arrivare in Sarcazzistan", e così via. Ad un certo punto il pacchetto è arrivato in Sarcazzistan dove l'instradatore locale l'ha finalmente indirizzato al computer giusto, dove ha superato un firewall o due (altri computer ancora, costruiti, configurati e ottimizzati semplicemente per controllare che solo dati leciti passino e raggiungano i server), e finalmente ha raggiunto il server (un ennesimo computer il cui compito è di rispondere alle richieste di Internet Explorer, Firefox, Opera inviando loro video, immagini, pagine html e chi più ne ha più ne metta), il quale risponde con il corrispondente segnale di "Sì, ti sento, e tu mi senti?" che ha fatto tutto il percorso opposto e che riceve a sua volta risposta "Sì, ti sento"(*), seguita da "Cortesemente, inviami la pagina che mostri a tutti se non ti chiedono nulla di specifico", e così via.

In particolare, il profano medio non sa che ognuno dei computer menzionati qui sopra viene costantemente seguito da uno o più sysadmin che l'hanno installato e configurato, ne controllano 24/7 le prestazioni e l'utilizzo di risorse come memoria, capacità di elaborazione e spazio su disco, provvedono alla riconfigurazione ogni volta che qualche demente della IANA o di ICANN cambia le carte in tavola, si occupano di chiudere nel più breve tempo possibile le varie falle di sicurezza che vengono scoperte quotidianamente - impedendo così che i dati della loro carta di credito vengano passati alla mafia russa quando pagano per accedere a stantuffami punto com - approntano sistemi di riserva da attivare quando (non se: quando) il sistema principale salterà catastroficamente mentre il sysadmin si sta arrampicando sulla Cresta Bruneck (Dolomiti) e il suo vice si è spalmato contro un autobus con la moto nuova, rispondono con tono rassicurante, alle 3 del mattino, alle telefonate di clienti in preda al panico perchè "the Internet is broken!" (trad.: "il mio computer non si accende perchè ieri sera mio figlio di 3 anni ha staccato la spina").

Un sysadmin è anche la persona che gestisce in pratica tutte le misure di sicurezza di cui parlavo più su, almeno quelle informatiche, e quindi è la persona da assillare quando il filtro che blocca il cazzeggio su Facebook durante le ore di lavoro blocca anche, come danno collaterale, qualche sito a cui l'utente ha una legittima ragione per connettersi (eh, sì, come no, ci crediamo tutti); è la persona che in generale ha l'unico computer in tutta la ditta in grado di connettersi col mondo esterno senza limitazioni, e spesso è anche l'unico la cui macchina sia liberamente configurabile e non "bloccata" su un profilo amministrato in maniera centralizzata. Per esempio, è spesso l'unica persona che ha il diritto/l'autorità/la competenza per usare sul suo desktop il sistema operativo che vuole senza che nessuno abbia il coraggio di dirgli niente - se non altro perchè in generale neanche capiscono di cosa si stia parlando. Quella persona, fino ad un mese fa, ero io; adesso sono un non-sysadmin, uno degli altri, uno che deve usare il desktop Windows che gli viene passato e non può protestare, uno che deve andare dai sysadmin col cappello in mano a chiedere se per favore gli installano Wireshark perchè, giuro, ne ho davvero bisogno per analizzare uno snoop run. Non è facile diventare improvvisamente un membro del gregge.

Il lavoro, intendiamoci, è interessante. Ad esempio, fra le altre cose sono responsabile, assieme ad un'altra persona, di un sistema, inteso non come computer ma come complesso di computer, storage area networks, connessioni criptate con le borse di mezzo pianeta, collegamenti a servizi interbancari esterni, che deve essere online sempre, perchè quando va giù il danno finanziario per la banca si misura in svariate migliaia di sterline al secondo; e il mio mestiere è, fondamentalmente, di coordinare i sysadmin che si occupano delle varie parti del sistema, assicurarmi che ognuno abbia le informazioni e le istruzioni di cui ha bisogno per fare il proprio lavoro o per risolvere i problemi, mantenere i contatti con le ditte che fanno le parti del lavoro (come il monitoraggio) dato in outsourcing e anche lì assicurarmi che le informazioni scorrano come devono, identificare i problemi ed assegnarli alle persone giuste, e così via. Certo, il lavoro ha ancora (per fortuna) parti strettamente tecniche - ma molto più limitate: tocca a me creare e testare a fondo la nuova configurazione standard per i server Linux della banca, ma una volta finiti i test, mi tocca scrivere un documento, passarlo ai sysadmin e lasciare a loro il compito di installarli; e in generale il mio lavoro diventa sempre più da systems architect e sempre meno da systems administrator, trasformandomi lentamente in quello che i militari chiamano un REMF, o Rear-Echelon MotherF**ker, uno che sta tranquillo nelle retrovie e non si avvicina neanche ai problemi della linea del fronte.

Insomma, le cose cambiano, e per giunta questo é il primo weekend in oltre un mese in cui non ho avuto da lavorare. E mi sto divertendo un mondo.

(*) Questo scambio, "Pronto, mi senti?" - "Sì, ti sento, e tu mi senti?" - "Sì, ti sento", o, per chi é del mestiere, "SYN"-"ACK, SYN"-"ACK", anche detto "three-way handshake", é il modo più rapido per assicurarsi che entrambi i partecipanti alla conversazione siano in grado sia di parlare, sia di sentire cosa l'altro dice.

08 aprile 2010

E da questa parte dell'Atlantico...


A parziale risposta al filmato del post precedente, questa pregevole pubblicità progresso di Don Zauker:



Così nessuno può dire "eh, sì, gli ammeregani sono sempre avanti".

04 aprile 2010

Priest Off


Laddove la legge e la politica non possono arrivare a proteggere, interviene la chimica:


28 febbraio 2010

Oi Dialogoi (versione a qualcuno piace caldo)


...o almeno globalmente riscaldato.

Giorno 1:

Paziente: "Allora, dottore?"

Dottore: "Mi spiace, ma temo di non avere buone notizie. Come temevamo, e come le avevo anticipato, é cancro ai polmoni... no, metta via la sigaretta, non mi sembra il momento, e poi in ospedale é vietato fumare. La prima cosa da fare, in effetti, sarebbe smettere completamente."

P: "Cancro?"

D: "Temo di sì. Adesso non voglio sovraccaricarla di informazioni, ma é importante tenere a mente che l'abbiamo identificato nella sua fase iniziale e che ci sono diverse opzioni terapeutiche aperte, che ci danno ottime probabilità di..."

P: "Che tipo di cancro?"

D: "Scusi?"

P: "Voglio dire, é un epitelioma spinocellulare? Un adenocarcinoma? Forse un carcinoma bronchiale a piccole cellule?"

D: "Mah, é praticamente impossibile dirlo senza una biopsia, per ora credo convenga concentrarci su..."

P: "Ma come, mi diagnostica un cancro, mi comincia già a parlare di terapie e non mi sa dire neanche di che cancro si tratta? Mi scusi ma non mi sembra molto professionale. Quali indicazioni ha che si tratti veramente di cancro?"

D: "Ma le radiografie, i marker, le analisi del sangue...."

P: "Tutti metodi, lei che é uomo di scienza me lo insegna, soggetti ad errore, no? Non crede che prima di impormi cure dolorose e pericolose per la mia salute, oltre che distruttive per il mio stile di vita, dovrebbe almeno avere la certezza che di cancro si tratta?"

D: "Mah, veramente credo che la cosa importante sarebbe per lei cominciare ad affrontare la cosa...."

P: "Affronterò la cosa quando avrò la certezza che lei non sta distruggendo la mia vita a vuoto come succede a quel 3 per cento di falsi positivi che ogni anno si sentono diagnosticare il cancro senza avercelo"

D: "Vabbe', guardi, che ne dice se lunedì mattina facciamo una biopsia e ci leviamo il dubbio?"

P: "Lunedì é impossibile, ho molto da lavorare, vuole anche distruggere la mia carriera e le mie prospettive economiche con queste storielle di cancro e malattie mortali?"

D: "Martedì? Mercoledì?"

P: "Le farò sapere"

D: "Ma almeno smetta di fumare!"

P: "Neanche per sogno, mi sembra assurda questa sua pretesa di alterare radicalmente il mio stile di vita in nome di una minaccia che mi sembra francamente molto fumosa. Arrivederla"


Giorno 8:

D: "Allora come va?"

P: "Benissimo, mi sento in condizioni perfette"

D: "Bene, un atteggiamento positivo é molto importante nell'affrontare questo tipo di malattia"

P: "Ecco, quale tipo di malattia, esattamente?"

D: "Un cancro, di cosa credeva che stessimo parlando?"

P: "Ecco, proprio lì la volevo, dottore, mi sono informato, ed ho scoperto che esiste un vasto movimento di opinione di persone che sono scettiche sulla idea stessa di cancro"

D: "...uh?"

P: "Certo. Lo sa che esiste chi sostiene che il cancro non esiste e si tratta di semplici infezioni da funghi? Che alcuni sostengono che il cancro é un fenomeno perfettamente naturale e sono i chemioterapici ad uccidere il paziente? Lo sa che i Maya e gli Aztechi non avevano cancro? Che non si conosce un solo caso di uomo di Neanderthal morto di cancro?"

D: "Ma non avevano medici per diagnosticarlo, erano..."

P: "Ecco, proprio lì la volevo: non le sembra strano che a diagnosticare il cancro siano sempre e solo medici, ovverosia le persone che più hanno da guadagnare, in finanziamenti pubblici e prestigio, da questa fantomatica 'minaccia cancro'?"

D: "Ma scusi, chi dovrebbe diagnosticarlo, un geometra?"

P: "Non é questo il punto, a diagnosticarlo dovrebbero essere persone che non hanno interesse a che il cancro esista, nella realtà o nella psiche collettiva. E invece a diagnosticarlo sono sempre questi 'ricercatori' di questi istituti 'oncologici', e a parlarne sono sempre 'sti maledetti crociati delle campagne contro il fumo, che hanno la loro agenda, i loro obiettivi nascosti che nulla hanno a che vedere col cancro e che mirano semplicemente a imporre a tutta la società la criminalizzazione delle sigarette e dei fumatori"

D: "Si, ok, tutto quello che vuole, ma lei continua ad avere una massa nei polmoni e a sputare sangue ogni mattina quando si alza, e fuma due pacchetti di sigarette al giorno"

P: "Ecco, proprio quella, la sua famosa 'massa' che ha dei contorni così sfocati, mentre un tumore dovrebbe essere una massa compatta e sostanzialmente diversa dai tessuti circostanti... Come é possibile?"

D: "Beh, questo dipende dalla radiografia, non può aspettarsi che sia precisa come un disegno. Se vogliamo, vede qui, anche le ossa sono leggermente sfocate ai bordi...."

P: "Ecco, e questo non significa forse che una radiografia é un sistema di gran lunga troppo rudimentale e impreciso per diagnosticare qualcosa di importante come un cancro? Mi sembra che alla fine tutto quello che lei ha in mano sia una serie di assunzioni poco giustificate ed un sacco di propaganda della lobby antifumo"

D: (sospiro) "Va bene... facciamo una TAC? Una risonanza magnetica?"

P: "Tutt'e due, magari, chissà che stavolta non riusciamo a trovare qualcosa di convincente per sostenere le sue teorie..."


Giorno 22:

D: "Dunque, queste sono le lastre della TAC e queste della risonanza magnetica...."

P: "Andiamo sempre peggio, dottore."

D: "Oh, mi spiace sentirlo, ma se rifiuta ogni tipo di terapia e continua a fumare due pacchetti al giorno..."

P: "No, dico, andiamo sempre peggio con la sua teoria del 'cancro'. Io qui non vedo nulla di definitivo, le immagini sono assolutamente incomprensibili per me"

D: "Sì, sono difficili da interpretare..."

P: "Interpretare? Aha! Ci risiamo! Ogni volta che lei sostiene di avere delle prove inconfutabili in mano ci riduciamo a dover 'interpretare' delle cose fumose ed incomprensibili, ogni volta voi dottori vi arrogate il privilegio di fare diagnosi in base ad elementi che solo voi sostenete di capire, ovviamente col sostegno della lobby antifumo e dei miliardi che riuscite ad estorcere ad un pubblico troppo credulone! Mi spiace ma io non ci sto a prestarmi al vostro gioco, arrivederci!"


Giorno 45:

D: "Ah, salve, non pensavo di vederla più, si é finalmente convinto che qualcosa non va?"

P: (agitando una risma di fogli) "Proprio lei! Stavolta la ho in pugno, caro dottore, lei e tutta la lobby cancrista/antifumo! Sa cosa sono questi?"

D: "Uh... no"

P: "Sono i fogli su cui ho stampato la sua corrispondenza elettronica col primario della clinica, che un amico che lavora nel centro di calcolo dell'ospedale mi ha passato!"

D: "Ma veramente... mi sembra una cosa almeno illegale, la mia corrispondenza é privata..."

P: "E ci credo che la vuol tenere privata! Guardi qui, qui ci sono tutte le prove della truffa ai miei danni che ha cercato di ordire! Guardi qui! Legga! 'Ho applicato il trucco che mi avevi consigliato per eliminare il rumore di fondo nelle radiografie e rendere i contorni della massa più definiti, spero che questo basti a convincere il paziente che quella massa esiste davvero...'. Tutta la sua diagnosi é basata su un trucco, lo ammette lei stesso! Ha usato trucchi per convincermi che avevo il cancro! E questa! 'La biopsia é inconclusiva...'. Inconclusiva! Ci rendiamo conto? Lei stesso ammette che la biopsia é inconclusiva!"

D: "Sì, certo, nel senso che non é stata sufficiente per determinare il tipo di cancro che...."

P: "E cosa le ha risposto il suo primario? 'Dopo un mese ancora non sappiamo che tipo di cancro ha questo poveretto. Tutto questo non é scientifico, é una caricatura dell'idea stessa di medicina!'. Non é scienza, non é medicina, lo dice il suo stesso primario! Dove é finita la sua sicumera, adesso, dove sarebbe il suo famoso 'cancro'?" (tossisce, sputa sangue in un fazzoletto)

D: "Ha bisogno di aiuto?"

P: "Non si avvicini! Sto benissimo, io!" (se ne va sbattendo la porta)


Giorno 75 (il funerale)

Amico: "Eh, ha dimostrato un grande coraggio, ha riso in faccia alla malattia fino all'ultimo. Lo sai cosa mi diceva sempre? 'Il cancro, per me, non esiste'. E ha fumato quaranta sigarette al giorno fino all'ultimo. Se solo avesse avuto dei medici competenti, invece di quella bestia che non riusciva a capire cos’aveva…"

08 febbraio 2010

I diritti bisogna meritarseli


Trovo molto interessante l'atteggiamento di una vasta maggioranza degli attivisti per i diritti umani e contro la pena di morte. Se ci fate caso, nonostante sostengano di schierarsi contro le sentenze di morte e contro attività come la tortura e la detenzione in condizioni inumane, quello che in realtà fanno, quasi sempre, è organizzare campagne per il riconoscimento dell'innocenza dei condannati.

In altre parole, non dicono "Mumia Abu-Jamal non deve essere giustiziato", ma "Mumia Abu-Jamal è innocente"; motivo per cui non ci sono attivisti che abbiano cercato, a suo tempo, di far sospendere la sentenza di morte per Timothy McVeigh. Nessuno dice che la prigione di Guantanamo deve essere chiusa, ma che i detenuti di Guantanamo devono essere liberati (sottinteso, in quanto innocenti). In realtà la maggioranza dei cosiddetti attivisti per i diritti civili non riescono, forse condizionati da decenni di film americani in cui i poliziotti buoni pestano solo i colpevoli e i poliziotti cattivi solo gli innocenti, a considerare che la tortura e le condizioni inumane di prigionia non vadano applicate neanche ai colpevoli.

Il risultato di questo atteggiamento è, in senso lato, la scarsa credibilità della maggior parte delle campagne che i suddetti attivisti lanciano, specie in occidente, e nello specifico episodi come quello della storia d'amore fra Moazzam Begg e Amnesty International.

Moazzam Begg è un ragazzo di Birmingham che intorno ai 16 anni, nei primi anni '90, è entrato in una gang, e quando la polizia lo ha arrestato - per benefit fraud, non per attività correlate con la gang - ha trovato durante una perquisizione della sua stanza del materiale "strano": un giubbotto antiproiettili, un visore notturno, materiale propagandistico integralista. Tutta roba che, sostiene in tribunale il giovane Moazzam, è lì solo perchè lui ne fa "collezione". Il giudice gli crede.

Quando viene arrestato, il giovane Begg è già stato (1993) in un campo di addestramento in Afghanistan (ne parla nel suo libro), anche se, povero, lui credeva che volessero addestrarlo a fare il volontario, una versione musulmana dei Peace Corps, e una volta arrivato lì gli sembrava cattiva educazione andarsene subito, e poi è stato in Bosnia durante la guerra civile - ma anche in questo caso per errore: lui voleva fare l'insegnante e gli avevano detto che in Bosnia c'erano posti liberi, lui non leggeva i giornali e non sapeva che c'era una guerra civile.

Ha anche cercato di arrivare in Cecenia, sempre per fare l'insegnante, o il giardiniere, e immaginate la sua sorpresa quando le guardie di frontiera georgiane l'hanno rimandato indietro per via della guerra. Il poverino avrà cominciato a pensare che la sfortuna lo perseguitava.

Alla fine, insh'allah, ha coronato il suo sogno, lasciando la Gran Bretagna a metà del 2001 con la famiglia per andare a coltivare patate in Afghanistan. Il poverino deve essere stato assolutamente disperato quando dopo pochi mesi è successo quel che è successo, e in preda al panico ha deciso di lasciare Kabul, guarda caso, sulla stessa strada e nello stesso convoglio con cui viaggiavano le forze dei Talebani in fuga dalla capitale.

Insomma, se Moazzam Begg è finito a Guantanamo è stato per sfiga, un po' come quando il mio bisnonno, a Brooklyn, è finito dentro solo perchè la polizia (razzista e italianofoba) l'ha trovato con una mazza da baseball in mano vicino ad un portuale con entrambe le ginocchia fratturate, che s'era appena convinto a pagare la tassa di iscrizione al sindacato. Prove, al meglio, circostanziali, eppure...

Ma vabbe'. Il problema è che Moazzam Begg doveva, effettivamente, essere tirato fuori da Guantanamo perchè quella di Guantanamo è una prigione illegale, ma questo non significa che sia innocente - esattamente come Timothy McVeigh non doveva essere giustiziato sebbene fosse innegabilmente colpevole (e, per giunta, di destra). Invece Mo, il caro ragazzo, non ha fatto a tempo a ritornare in UK, libero come l'aria, che è diventato dalla sera alla mattina una ragazza pon-pon per le associazioni pacifiste e soprattutto per Amnesty International.

Ha fondato un'associazione, Cageprisoners, che si occupa dei diritti dei prigionieri (solo se sono jihadisti, ça va sans dire) e organizza tour e conferenze sponsorizzate da Amnesty International. Amnesty International, sarà il caso di notarlo esplicitamente, sponsorizza le conferenze di un signore che definisce la giustizia dei Talebani "austera" e l'unica in grado di "portare ordine in Afghanistan". Perchè ad Amnesty e ai suoi attivisti, che sono, per usare un termine caro a Yossarian, Ur
iel, Niccolò e molti altri, dei farlocchi della più bell'acqua, non sta mica bene difendere i diritti di un colpevole, loro vivono su un elevatissimo piedistallo morale e difendono solo innocenti. Alla fine, non sono diversi dai poliziotti di Bolzaneto: per entrambi, i diritti spettano a chi se li merita, agli innocenti - cambia solo la definizione di chi sia innocente.

Poi capita che una responsabile di Amnesty, una che ha studiato i problemi dell'integralismo religioso per trent'anni, e sta con Amnesty proprio perchè conosce le violazioni dei diritti umani perpetrate da regimi teocratici, in Afghanistan, Iran o Alabama, abbia il coraggio di mandare una lettera ai direttori dell'associazione, chiedendo se sia una buona idea associare il nome di Amnesty a quello di Moazzam Begg - il "più famoso sostenitore inglese dei Talebani", come si è definito in qualche occasione lui stesso - non per islamofobia, ma perchè un'organizzazione come Amnesty non ci guadagna dallo sponsorizzare quella che è a tutti gli effetti un'ideologia ultraconservatrice e avversa al concetto stesso di diritti umani universali.

Il risultato, com'era ovvio, è che poche ore dopo che la notizia è trapelata ai giornali, la responsabile di Amnesty è stata sospesa dal suo incarico e Amnesty si è preoccupata di ribadire che la guerra continua al fianco dell'alleato germanico afghano.

20 gennaio 2010

Figli di papà


Come dice Galatea, la prova che in Italia la mobilità sociale è nulla è che persino i terroristi ereditano il posto da papà

19 gennaio 2010

Perchè questa nazione è fottuta


...o meglio, perchè questa nazione merita di essere fottuta:

Adesso datemi una ragione che sia una per cui Kim Il Brown non dovrebbe essere appeso per i piedi.

14 gennaio 2010

Breve corso di management


Andate a lavorare per un Application Service Provider. Dato che, per la natura del business, un ASP avrà un gran numero di clienti, assicuratevi che per ogni cliente si costruisca una nuova applicazione da zero, non curandovi del fatto che il tipo di applicazione è sempre lo stesso. Il riutilizzo del codice è per i pigri.

In particolare, visto che la piattaforma è costituita da un front-end Windows e un back-end Linux, non assumete specialisti Linux: fate il massimo sforzo possibile per uniformare e standardizzare la parte Windows e mettete insieme la roba Linux un po' come viene e quando serve. A questo stadio è essenziale non avere più di due o tre server con la stessa versione della stessa distribuzione Linux.

Abbiate cura, in questa fase, di non limitarvi a creare una diversa applicazione per ogni cliente: preoccupatevi di usare diverse metodologie per risolvere gli stessi problemi. Per alcune applicazioni, recuperate i dati dal sito o da un feed del cliente; per le altre, ignorate l'esistenza di un analogo sito e costringete il cliente a inviare i dati via FTP una volta al giorno, e costruite una complessa architettura tutta basata su cron script, avendo cura che fallisca miseramente e in maniera assolutamente silenziosa se il cliente invia i dati alle 9:05 invece che alle 9. I cron job, poi, dovranno essere a volte in una directory dedicata inclusa nell'applicazione, a volte in una directory dedicata sotto /root, a volte nella home directory dello sviluppatore (esportata all'uopo via NFS dai server di sviluppo a quelli di produzione), a volte su un diverso server messo su alla bisogna; ed eseguiti ora dall'utente root, ora da un utente standard comune a tutte le macchine, ora dall'ID dello sviluppatore che li ha creati. Altre volte ancora, scrivete un daemon che interroghi ogni 48 secondi un server FTP del cliente e prelevi i dati trasferendoli poi su uno share da cui cron script che girano su un'altra macchina ancora li prelevino e li sottopongano all'applicazione. Non usate mai un solo server per un'applicazione quando potete distribuirla su un numero casuale di macchine in diversi hosting centre. Non usate mai un database quando potete salvare decine di migliaia di file su un fileserver, indicizzati esclusivamente per data di creazione. Non usate mai un singolo logfile quando potete salvare centinaia di migliaia di file di testo, uno per ogni singola transazione, su un fileserver, assicurandovi che l'ID della transazione non venga mai salvato all'interno del file ma solo nel suo nome, per semplificare l'aggregazione dei dati.

In uno sforzo verso la standardizzazione delle applicazioni web, imponete che tutte le opzioni di configurazione vengano impostate in un singolo file, sempre lo stesso per ogni applicazione. Accertatevi che metà delle funzionalità vengano attivate settando il parametro corrispondente a 1, l'altra metà settandolo a 0. Non fate documentare nulla: che bisogno ce n'è, quando lo sviluppatore sa già quali sono i valori giusti?

Spalmate tutta l'infrastruttura, back-end e front-end (distribuita su quattro diverse locazioni), su un'unica rete classe B senza segmenti. Mostrate sorpresa quando gli hub esplodono e/o fondono o il traffico si strozza a 1 byte per secondo. Mostrate ulteriore sorpresa alla scoperta del concetto di latenza.

Una volta arrivati al magico numero di 200 macchine per il back-end, assumete un sistemista Linux. A partire dal terzo giorno, dategli la colpa di tutto quello che va storto. Quando, dopo sei mesi, si dimette, accusatelo di scarsa professionalità e annunciate che in ogni caso fra un mese o due sarebbe stato licenziato per manifesta incompetenza.

Assumete un nuovo sistemista Linux. Dategli l'incarico di standardizzare l'infrastruttura. Quando annuncia che è impossibile farlo nei tempi desiderati (settimane) senza causare falle nei servizi, licenziatelo. Scoprite di non avere avuto una giusta causa. Pagategli un cospicuo indennizzo.

Assumete un nuovo sistemista Linux. Dategli dello stronzo senza ragione ogni mattina. Dategli nuovamente dello stronzo per la ragione che dopo tre giorni non si è più presentato al lavoro.

Assumete un nuovo sistemista Linux. Licenziatelo il giorno prima che entri effettivamente in servizio perchè avete dovuto pagare una multa colossale per violazione di alcune regolamentazioni sulle telecomunicazioni. Mostrate sorpresa quando scoprite che invece di tagliare i costi, con quest'astuta mossa gli avete dovuto pagare una penale che levati, e siete ancora senza sistemista.

Assumete un nuovo sistemista Linux. Dategli la colpa di tutto dal giorno prima di assumerlo. Dategli il compito di portare ogni singolo server allo stesso standard, e contemporaneamente vietategli di standardizzare i server perchè la loro configurazione deve rispecchiare i compiti specifici che devono svolgere. Accusatelo di insufficiente elasticità per non aver capito quello che volevate dire con la frase precedente. Incaricatelo di segmentare la rete. Vietategli di segmentare la rete. Incaricatelo di creare un accesso VPN per permettervi di lavorare da casa. Mandategli una lettera con minaccia di licenziamento per aver creato un buco di sicurezza gravissimo con un accesso VPN che è stato violato quasi immediatamente, a causa del keylogger/bot che gli alieni avevano teletrasportato sul vostro laptop personale con cui pretendevate di collegarvi da casa. Chiedetegli di trasferire tutti i cron job di ogni singolo server su una macchina centrale di servizio da cui dovrebbero poi accedere al server desiderato ed eseguire le azioni necessarie. Dopo due giorni, lamentatevi perchè "ancora non sei riuscito a mettere insieme quella che dopotutto è una semplice crontab".

Assumete un junior sysadmin. Mostrate sorpresa quando vi fa notare che al colloquio nessuno aveva parlato di "portare quotidianamente il caffè ai manager in riunione" come uno dei suoi compiti.

Continuate a sfornare applicazioni ognuna diversa dalle altre e accusate i sistemisti di scarsa professionalità se non riescono a tener dietro a tutte le dipendenze, minuzie e idiosincrasie rigorosamente non documentate di ognuna.

In nome di una maggiore standardizzazione, adottate due diversi database come standard e lasciate assoluta libertà agli sviluppatori di utilizzare l'uno, l'altro o entrambi. Fate girare tutte le istanze di uno sotto Linux, alcune istanze dell'altro sotto una diversa distribuzione di Linux e altre sotto Windows (2000, XP e 2007 Server). Se tutte le applicazioni devono salvare certi dati critici per il business in un database comune, create lo stesso database su ognuna delle tre piattaforme e offrite agli sviluppatori assoluta libertà di scelta, creando poi una complessa architettura al solo scopo di replicare i dati di quel database attraverso tre piattaforme.

Quando un tecnico del supporto vi chiede di mandarlo a fare un corso su Linux, accettate. Addebitategli il costo del corso sullo stipendio, ostentando sorpresa quando lui lo scopre e s'incazza.

Mandate un'altra nota disciplinare/minaccia di licenziamento al senior sysadmin quando una delle vostre applicazioni web viene penetrata. Rifiutatevi di ritirarla quando lui vi fa notare che l'applicazione era stata messa in linea da uno sviluppatore, su vostra autorizzazione, e a sua insaputa perchè utilizzava una piattaforma con vulnerabilità note e ampiamente sfruttate di cui lui aveva espressamente vietato l'installazione. Controbattete che comunque lui è alla fine responsabile di quei sistemi.

Accusatelo di scarsa professionalità quando si dimette.

Restate sei mesi senza senior sysadmin. Accusate il junior sysadmin di generica incompetenza e restringete il più possibile le sue mansioni all'ordinaria manutenzione. Vietate esplicitamente al tecnico di supporto che ha fatto il corso per la certificazione Linux anche solo di toccare una macchina Linux. Fate curare l'installazione e il setup di nuove applicazioni e di nuovi server Linux agli sviluppatori che ne hanno voglia, quando ne hanno voglia.

Assumete un nuovo sistemista Linux. Durante il colloquio, rispondete di sì a tutte le sue domande, soprattutto a quelle relative all'esistenza di un ambiente di test, alla pianificazione dei rollout, alle procedure formali di hand-off delle applicazioni, al sistema di ticketing per il supporto. Non importa che non abbiate idea di cosa stia parlando: è essenziale rispondere di sì a tutto.

Dategli come primo compito quello di riordinare i cron job e gli script che fanno variamente funzionare (o no) ognuna delle applicazioni. Dategli come secondo compito quello di portare tutti i server allo stesso standard per sistema operativo, software installato e versione delle librerie. Per facilitargli la vita, dopo il primo mese licenziate il junior sysadmin e il tecnico di supporto con la certificazione Linux, con la doppia giustificazione (resa pubblica) che comunque Linux è stabile e non ha bisogno di supporto continuo, e che i soldi per lo stipendio del senior sysadmin da qualche parte devono pur uscire.

Quando il sistemista crea una procedura automatica che permette di sfornare un numero arbitrario di server perfettamente standard in un'ora, passate due giorni a farvi spiegare ogni riga dello script kickstart, il funzionamento di DHCP e TFTP, fraintendete tutto il fraintendibile, lamentate che un'ora è troppo, lamentate che non è PCI-compliant, mostrate sorpresa quando scoprite che lo è, fatevi rispiegare cosa significa PCI-compliant, pretendete che ogni singola riga vi venga spiegata nuovamente alla luce di quel che avete appena imparato, mettendoci altri due giorni, e alla fine mandate un'email di fuoco al sysadmin (in copia al resto del management e alle risorse umane) perchè ha finalizzato la procedura una settimana fa, millantandone la velocità, e in una settimana non è riuscito a mettere in linea neanche un server.

Per ogni server portato allo standard, lamentate rumorosamente e pubblicamente sia il troppo tempo speso, sia il tempo insufficiente dedicato al testing. Durante il processo di aggiornamento, rifiutatevi di fornire qualsivoglia informazione sul testing. Chiarite subito che il tempo degli sviluppatori è troppo prezioso e il testing di ogni aspetto (non documentato) delle applicazioni deve essere eseguito dal sysadmin.

Siate apertamente e pubblicamente sospettosi della lealtà del sysadmin per aver avuto precedenti rapporti di lavoro con un cliente molto importante. Quando il sysadmin risolve (ripetutamente) casini che avevano messo a rischio il contratto con quel cliente, accusatelo pubblicamente di essere più leale al cliente che alla compagnia per cui lavora, portando come prova una mail del cliente che ringrazia tutti "e in particolare il sysadmin" per il magnifico lavoro svolto. Mettete il sysadmin a completa disposizione di quel cliente. Fatelo sbattere ripetutamente in giro per l'Europa a risolvere casini accessori del cliente. Accusatelo al suo ritorno di trascurare il lavoro.

Accusate il sysadmin (e gli altri tecnici senior) di scarsa professionalità ed incompetenza, pubblicamente, se possibile sulla lista di distribuzione interna della compagnia, per ogni svista o omissione, anche e soprattutto se priva di conseguenze (e.g. aver usato "reply" invece che "reply all" in uno scambio di email), dilungandovi su tutti i motivi per cui queste sviste denotano che non sono affidabili, mancano di competenza e probabilmente molestano i bambini.

Pretendete di avere l'ultima parola su ogni dettaglio di ogni decisione tecnica. Indite meeting di quattro ore per discutere il fatto che un default gateway abbia indirizzo .1 piuttosto che .254.

Pretendete di continuare ad usare nastri DLT da 20 Gigabyte per il backup di una SAN da 16 Terabyte, perchè "il backup funzionava benissimo prima che comprassimo la SAN". Imponete al sysadmin di chiamare il supporto del produttore della SAN e protestare perchè "la SAN ha rotto il sistema di backup".

Stupitevi della perplessità del sysadmin davanti ad un cron job che riavvia un certo daemon (in produzione) ogni minuto, giustificato con "yes, the daemon is a bit flaky, you know". Informatelo che lo sviluppatore ha cose più importanti da fare che trovare qualche stupido bug di un daemon che comunque se viene riavviato regolarmente non causa quasi nessun problema.

Se è un giorno lavorativo dove vi trovate voi, aspettatevi che la gente sia al lavoro anche se nel loro Paese è un giorno di festa. Se siete a Londra, fate una sfuriata agli sviluppatori francesi (sul telefono di casa di ognuno di loro, in teleconferenza) perchè non sono al lavoro il 14 luglio o a Ferragosto. Se siete in Francia, fate una sfuriata agli inglesi che non sono al lavoro ogni Bank Holiday Monday.

Non sforzatevi troppo a cercare di imparare a parlare inglese. Quando non capite qualcosa, potete sempre fare una sfuriata a chi vi sta di fronte e parla un inglese "inutilmente complicato" - ma solo dopo che eventuali malintesi hanno causato danni irreparabili. Non siete mica Shakespeare, come si può pretendere che sappiate che "indeed" significa "esatto, proprio così"?

Il giorno in cui il governo dichiara che chi si prende l'influenza suina deve restare a casa per due settimane, annunciate che i giorni di malattia pagati sono ridotti da quindici a dieci all'anno. Accusate chi viene al lavoro con la febbre di essere distratto e taciturno perchè non ha voglia di lavorare. Quando alla fine uno dei tecnici del supporto finisce in ospedale con la polmonite, abbiate cura di telefonargli per chiarire che i giorni pagati sono comunque dieci indipendentemente dalla gravità della malattia. Visto che ci siete, accusate il sysadmin, che vi fa notare la mancanza di tatto, di aver fomentato una cultura del relax e del dolce far niente fra i membri del suo team.

Licenziate poco meno di metà del personale tecnico della compagnia in un mese, al ritmo di uno al giorno o quasi. Mostratevi scandalizzati ed offesi quando scoprite che qualcuno degli ultimi aveva mandato in giro il proprio CV prima di essere licenziato. Accusateli di scarsa lealtà. Ringraziate pubblicamente i superstiti per la loro lealtà e dedizione. Licenziatene due il giorno dopo. Rimpiazzate tutti i licenziati con diciannovenni americani (inviati dalla nuova proprietà) e francesi (figli di vecchi compagni di scuola) e date la colpa ai "vecchi" per ogni sopravvenuta inefficienza.

Celebrate il fatto che siete riusciti a perdere personale più rapidamente di quanto abbiate perso clienti, realizzando così un profitto col taglio dei costi nonostante il crollo del fatturato. Proclamate che questo prova l'oculatezza della vostra strategia ed un segnale positivo per il futuro.

Mostratevi esterrefatti e feriti negli affetti quando metà dei "vecchi" superstiti si dimettono.

Prendete ogni lamentela dei clienti riguardo alle sopravvenute inefficienze come un attacco personale condito di insinuazioni sulla verginità delle vostre figlie. Per ripicca, cancellate contratti su contratti con i clienti. Fate una sfuriata a chi vi fa notare che rifiutare i soldi di un cliente non è una ripicca efficace.

Riprendete il sysadmin per aver usato la pausa pranzo per pranzare invece di lavorare.

Quando il sysadmin si dimette, accusatelo di scarsa lealtà e competenza, e annunciate che comunque il suo stipendio non era affatto giustificato e sarebbe stato licenziato presto, perchè di un sysadmin Linux non ce n'è veramente bisogno.

Assumete un sistemista Linux... (ad libitum, o fino al fallimento)

13 gennaio 2010

I grandi dubbi


Perchè alla stazione di Euston ci sono quattro reti wireless chiuse e criptate che si chiamano "Maggiore", "Bolsena", "Stromboli" e "Panarea"?

25 dicembre 2009

I can has Xmas?


Auguri a tutti


24 dicembre 2009

Tanti auguri


Tanti auguri in particolare ad Ottagono Irregolare, con due considerazioni spicciole.

La prima è che, insomma, vabbe' che sei cattolico, a quanto pare, ma almeno farti venire la curiosità di controllare come mai tutte le culture umane abbiano una festività a ridosso/a cavallo del solstizio d'inverno, mica costava troppa fatica.

La seconda è che a me personalmente la perdita di qualche giorno di ferie extra sembra un prezzo tutto sommato modico da pagare per liberarsi dei preti, soprattutto di quelli fermamente intenzionati a farsi i cazzi miei, con l'incoraggiamento dei loro degni fedeli.

La terza (sono ateo, dunque non ho un codice morale e mento liberamente) è che io rinuncio al Natale il giorno che voialtri cominciate a curarvi le infezioni con la penicillina del 1945, che tanto, come anche le gerarchie cattoliche sembrano affermare con crescente insistenza, l'evoluzione è un complotto satanico/islamico(rotfl)/ateomassonlaicista.

(incidentalmente: se vescovi cattolici e il direttore di Radio Maria "non sono la chiesa cattolica", la prossima volta che un parlamentare dell'IdV parla di menare Berlusconi, il primo che dice "ma l'opposizione così e cosà" si prende una statuina del Duomo di Milano in fronte)

Buon Natale

17 dicembre 2009

Il manager è come il metano: puzza, ma ti dà una mano


Certe volte sono le piccole cose che ti fanno incazzare.

Voglio dire, tu sei pagato per lavorare 7 ore e mezza al giorno, più un'ora per la pausa pranzo da prendere un po' quando ti pare. In altre parole, entri alle nove, esci alle cinque e mezza (alle sei, perchè c'è sempre un cretino che segnala un problema alle cinque e venticinque - ma tant'è) e ti prendi un po' di tempo per mangiare. Che poi: in generale quello che succede è che fai una corsa di sotto e compri un paio di sandwich o un'insalata con la polpa di granchi (tempo: 10 minuti), torni di sopra, e intanto che mangi continui a lavorare, sistemi le cosette veloci tipo rivedere i tempi di risoluzione dei problemi del tuo team o riorganizzare gli appuntamenti e i meeting della prossima settimana per azzeccare i fusi orari di USA, UK, Israele e Australia ed evitare di fare teleconferenze con un partecipante in pigiama e un altro che sta ancora facendo colazione, poi fai un'altra corsa di sotto, arrivi da Starbucks, ti fai un caffè (tempo: altri 10 minuti) e torni al lavoro. Tempo in cui non hai effettivamente lavorato: 20 minuti, o se preferite, tempo in cui hai lavorato gratis per l'azienda: 40 minuti.

Eh, no, troppo facile. Ad un certo punto, è una legge di natura, deve arrivare il managèr laureato in Managemènt dei Processì della Minchià Platinatà all'Ècole Polytechnique Supercazzolèe di Parigi (terzo Arrondissement con scappellamento a destra) che, vedendoti uscire per il caffè, ti chiede "E tu dove vai?". "Esco a farmi un caffè", gli rispondi tu innocentemente. Troppo facile, caro il mio sfaticato italiano: sei già uscito una volta, mica puoi fare avanti e indietro solo perchè ti consideri ancora in pausa pranzo. Si esce una volta per mangiare, si rientra, si lavora. Così È Scritto. Ma, dici tu, sono uscito solo a comprare il sandwich, dieci minuti prima, dieci minuti adesso, fanno venti minuti, poi, voglio dire, non è che vogliamo metterci a contare i minuti di lavoro, sennò fra le chiamate notturne non pagate, il lavoro nel weekend e tutto il resto, finisce che ogni giorno io me ne vado a casa alle tre, no? "No", ti dice l'esperto di processi della minchia platinata, ma è una questione di procedure e organizzazione, come mi hanno insegnato all'Ècole Polytechnique Supercazzolèe, per pranzo si esce una volta e basta, questione di regole, non di tempi.

E così da un certo punto in poi a pranzo esci, ti fai una tranquilla passeggiata nel centro commerciale, compri i sandwich o le insalate di salmone di Marks & Spencer, che sono anche meglio, te li mangi al parco (se fa caldo) o ai tavoli della galleria commerciale (se fa freddo o piove), vai con tutta calma da Starbucks, fai due chiacchiere con la cassiera che vuole andare in Italia per sposarsi e crede che tutti gli italiani siano di Firenze, torni al lavoro facendo il giro lungo il canale, totale, un'ora e venti. È questione di processi, mica di tempo. E infatti sono tutti contenti e nessuno ti dice niente, perchè sei uscito una volta sola e nessuno, dopotutto, sta a contare i minuti. E se da domani ti porti il netbook, magari ce la fai anche a farti un'oretta su Eve Online o un pezzo di scenario di Combat Mission: Shock Force, se riesci a farlo andare sotto Wine. Gran cosa, il managemènt continentalè.

14 dicembre 2009

What goes around, comes around


Ah, a proposito, cavalie', Gianfranco Mascia le manda tanti cari saluti.

10 dicembre 2009

Lunghi silenzi


Per ripetere quel che dice il mio amico Yossarian, no, non sono morto, non mi sono arruolato volontario per l'Afghanistan, non sono diventato ministro per l'istruzione della Corea del Nord e non ho trovato un nuovo lavoro come talent-scout per le ragazze da mandare ai party di Silvio Berlusconi.

Ho semplicemente un'iradiddio di cose da fare, lavoro più di quel che dovrei e quella mezz'ora al giorno che non lavoro, non coccolo le mie gatte, non contemplo sconsolato lo sventramento della cucina operato dai muratori per porre rimedio alle infiltrazioni di umidità e non sperimento la posizione n. 318, o del dragone ansimante, con Mrs. Inminoranza, cazzeggio su Eve Online, che incidentalmente consiglio a tutti coloro che tanti anni fa hanno perso le loro notti su Privateer, Privateer 2, Space Rogue (per quelli di voi veramente vecchi) o uno qualsiasi dei primi Elite.

Comunque, approfitto per infilare una new entry nel blogroll qui di fianco, il blog di Ottagono Irregolare, che vale davvero la pena di leggere, e per segnalare in particolare alcuni suoi post molto belli/interessanti, uno sulla classica diatriba a proposito di bellezza femminile e anoressia, uno su quella che chiama iMentality - Apple, iPod, iPhone, iTutto - ed uno sul motivo per cui, tutto sommato, il problema dell'Italia non sia Berlusconi più di quanto il problema della peste bubbonica siano quelle antiestetiche eruzioni cutanee.

22 novembre 2009

Garantisti del caxxo


Come ho già avuto modo di far presente alla mia signora, finchè i garantisti del kaiser continueranno a impedirci di impiccare i preti con le loro budella, cose come queste ve le dovrete aspettare sempre più frequentemente

P.S. Assieme ai preti, ovviamente, ci si devono mettere tutti quelli che "il crocifisso è laico e fa parte della nostra cultura". Perchè dei collaborazionisti non si può avere pietà.

10 novembre 2009

Ubuntu! (e due)


Per i fortunati possessori di un netbook Compaq mini 700 (non troppo rari, da queste parti - è il netbook che Three regala quando si sottoscrive un contratto dati), due righe di consigli su cosa fare per installarci una distribuzione che si suppone essere user-friendly.

In primo luogo, la connessione di rete. Se c'è un modo per far funzionare Ubuntu 9.10 con le schede di rete del mini 700, io ancora non l'ho trovato. Se installate da zero Ubuntu 9.10, non sembra esserci modo di farle funzionare affatto (sebbene i driver vengano caricati correttamente e lspci identifichi entrambe le schede). Dovete dunque installare Ubuntu 9.04 e poi aggiornare a 9.10, per provare il piacere di avere un netbook funzionante per circa due riavvii e/o un aggiornamento del kernel, prima che Ubuntu, per suoi motivi misteriosi, rinomini la vostra scheda wireless "eth1_renamed" e smetta di riconoscerla. A quel punto (saranno passati circa due giorni) vi tocca ricominciare da zero.

Potreste rimanere con Ubuntu 9.04, che funziona perfettamente col problema, relativamente minore, che non ha audio. Il problema si risolve scaricando i sorgenti di alsa-driver, alsa-lib e alsa-utils e ricompilandoli a mano (./configure && make && sudo make install in ciascuna delle tre directory). Il processo porta via poco meno di mezz'ora e va ripetuto
(premettendo un make clean) ogni volta che il kernel viene aggiornato.

L'alternativa è Kubuntu, con qualche accortezza. Intanto, assicuratevi di avere il netbook connesso con l'alimentatore fin dal momento del riavvio: altrimenti Kubuntu non riconosce la scheda di rete (quella fissa). Problema minore, direte voi, tanto io sul netbook conto di usare solo la wireless: e qui casca l'asino, perchè Kubuntu non ha i driver della scheda wireless e deve scaricarli dalla rete - utilizzando la scheda wired.

L'interfaccia utente di Kubuntu Netbook Remix non è delle migliori (spero che la versione definitiva, attesa per il prossimo anno, sia almeno marginalmente utilizzabile). La lista delle applicazioni è dinamica e viene gestita in maniera piuttosto oscura, spostando le icone, mi pare, in base alla frequenza d'uso delle varie applicazioni; non sembra possibile modificarla in alcuna maniera, non esiste, come in Ubuntu Netbook Remix, un pannello dei "favorites" dove piazzare in permanenza le applicazioni più usate - il pannello superiore sembra essere adibito ad una funzione simile, ma l'utente non può controllarlo, mi par di capire che il sistema ci piazzi le applicazioni usate più di frequente, ma all'atto pratico sembra che le icone appaiano e scompaiano in maniera più o meno casuale. La cosa più curiosa di tutte però l'ho vista nel pannello delle applicazioni per Internet. Sotto l'icona di Firefox (con la dicitura "Mozilla Firefox Browser") si trova in realtà uno script che cerca di installare Firefox anche se è già installato. Per far comparire un'icona corrispondente in effetti a Firefox bisogna lanciare l'installatore almeno una volta e poi riavviare il computer. Al riavvio, ci saranno due icone di Firefox, quella giusta è quella con la dicitura "Firefox Web Browser", a cliccare sull'altra si finisce semplicemente a cercare di reinstallare Firefox all'infinito.

Tanto per non farvi sentire la mancanza di Ubuntu, anche in Kubuntu l'audio non funziona. C'è stato il grande passaggio a Pulse come infrastruttura audio unificata, e il team di Kubuntu lamenta (giustamente) che un sacco di applicazioni fanno casino perchè cercano di usare ancora Alsa; dunque, per facilitare la vita a tutti, hanno stabilito dei default che assicurano che nessuno dei due sistemi funzioni correttamente.

Per far funzionare l'audio dovete

  • andare in system -> system settings, selezionare multimedia e per ogni voce spostare "Pulse Audio" al primo posto nella lista. Dal momento che Pulse è adesso l'infrastruttura base per KDE4, hanno pensato bene di non farlo utilizzare per default da nessuna applicazione a meno che non andiate a spostare le preferenze a manina. Geniale
  • installare una serie di pacchetti. Andate a linea di comando, risparmiate tempo: sudo apt-get install libasound2-plugins "pulseaudio-*" paman padevchooser paprefs pavucontrol pavumeter e poi sudo vi /etc/asound.conf (che non esiste) mettendoci dentro quanto segue:
    pcm.pulse {
    type pulse
    }
    ctl.pulse {
    type pulse
    }
    pcm.!default {
    type pulse
    }
    ctl.!default {
    type pulse

    }
  • A questo punto (dopo un riavvio) in realtà funziona tutto, ma non potete accorgervene perchè tutti i componenti che utilizzano Alsa (via un plugin che ridirige l'output di Alsa a Pulse) hanno il volume pressochè azzerato e non c'è modo, dall'interfaccia, di cambiarlo. Tornate al terminale ed eseguite alsamixergui che vi permetterà di regolare il master volume delle applicazioni che usano Alsa
Non sono ancora riuscito a capire come far funzionare la webcam (per ora non si accorge neanche della sua esistenza) e purtroppo, a differenza di Ubuntu Netbook Remix, non sembra esserci un modo per liberarsi dell'atroce interfaccia utente per passare a quella regolare di KDE. Anche l'audio MIDI, per ora, non sembra funzionare, quindi scordatevi i vecchi giochi MS-DOS in Dosbox/Dosemu. Per il resto sembra ragionevolmente stabile e la procedura di installazione e configurazione è piuttosto semplice in confronto, per esempio, a cercare di suonare il pianoforte con i testicoli.

03 novembre 2009

Random rant


Penso che ci sia un girone speciale dell'inferno dedicato a quelli che decidono che il default per una funzione di ricerca debba essere "OR". Meglio ancora, dal momento che non credo nell'aldilà, sarebbe un enorme campo di lavoro volontario in Siberia in cui venisse loro spiegato da amorevoli guardiani mongoli, equipaggiati con robusti manganelli con punta-taser (come in Blade 2), che NESSUNO su questo cazzo di pianeta quando cerca "to-do list" sta cercando tutti gli elementi che contengano "to-do" oppure "list".

22 ottobre 2009

Feel the power of the dark side


Io non lo so se è possibile: dopo mesi di colloqui, telefonate, cauti approcci, mi ritrovo tre offerte molto vicine ad essere sul tavolo e vengono, in ordine crescente di vicinanza all'imperatore Palpatine

da un hedge fund
da un fabbricante d'armi
dal giornale (semiufficiale) del Partito Conservatore

Dove ho lasciato la spada laser?